Amon Düül II

Se qualcuno estraesse dallo scaffale “rock tedesco” i miei vinili degli Amon Düül II, scoprirebbe che tutte le copertine hanno quattro piccoli buchi agli angoli. Questo perché, attorno al 1975, erano appese a una parete – quella sopra il letto – della mia stanza di quindicenne, a rimarcare con orgoglio un po’ snobistico la mia ammirazione sconfinata per la band. Li adoravo e ovviamente li avevo registrati su cassetta per ascoltarli quando ero fuori casa: addirittura, nel corso di una vacanza natalizia in montagna, cercai di rimorchiare una coetanea ipnotizzandola con la musica di Carnival In Babylon, e anche se alla fine non accadde nulla di concreto, ricordo abbastanza nitidamente io e Ilaria (ma sul nome potrei sbagliarmi) che, seduti a terra in una sala-riunioni del condominio, ci tenevamo la mano ascoltando C.I.D. In Uruk. Su di loro non credo di avere mai scritto nulla di esteso, o se l’ho fatto è stato un sacco di tempo fa e me ne sono dimenticato. Possono comunque bastare la scheda dei “100 album fondamentali” del rock europeo e una mini-mini presentazione approntata all’epoca dell’ultimo programma di ristampe in CD.

Amon Duul copYeti (Liberty)
Edito nel 1970 come imponente doppio 33 giri, a sottolineare il periodo di incontenibile creatività della band, il secondo album degli Amon Düül II – che con la presenza di Rainer Bauer e Ulrich Leopold, seppure in un solo brano, attesta l’unione con l’altra metà dell’originario collettivo di Monaco di Baviera – porta al pieno sviluppo le intuizioni del comunque valido Phallus Dei, in sessantotto minuti di rock totale. C’è infatti di tutto, nei tredici brani di Yeti, per di più impreziosito da una copertina di rara forza suggestiva: la psichedelia più acida, il blues deviato, il free form, il jazz, la sperimentazione, il progressive, l’hard, il tribalismo, musiche etnica delle più diversea provenienze e persino il melodramma e a ben vedere anche altro, il tutto amalgamato in una miscela che risulta non propriamente omogenea ma – ed è difficile da credere – nemmeno dispersiva.
Suddiviso in un disco di canzoni articolate ed estrose – una delle quali, la suite in quattro movimenti Soap Shop Rock, si prolunga per quasi un quarto d’ora – e un disco di improvvisazioni ora fluide e ora convulse, Yeti è il monumentale capolavoro di un gruppo magnificamente eccessivo, nell’assetto tanto quanto nell’approccio: l’innesto di chitarre, organo e violino sulle solide fondamenta ritmiche (batteria, basso e percussioni) e l’utilizzo di voci maschili e femminile conferiscono all’insieme un sapore lisergico, accentuato dalle deviazioni esotiche/bucoliche e reso ancor più stralunato dalle atmosfere dark che gravano – senza esagerare, però, in pesantezza – su molti episodi. Un’esperienza di ascolto, dunque, poco prevedibile e avvincente, dalla quale si emerge magari leggermente confusi ma senza dubbio appagati; e rimanendo con la curiosità di sapere da quale dosaggio fra istinto e rigore “concettuale” sia potuta scaturire una proposta così complessa e immaginifica, dove la California dei figli dei fiori confina, in chissà quale mondo parallelo, con la Mitteleuropa del Romanticismo.
Tratto da Mucchio Extra n.31 della Primavera 2009

Amon Düül II Revisited
Nell’ambito di quel multiforme fenomeno, fiorito in Germania nella prima metà dei ‘70, che si è soliti definire “krautrock”, gli Amon Düül II sono stati una delle presenze più singolari. Aggregatasi a Monaco di Baviera nel contesto di una comune hippie battezzata appunto Amon Düül (che aveva parallelamente generato una band omonima: da qui, onde evitare ulteriore confusione, l’aggiunta di un II o un 2), la compagine del chitarrista e violinista Chris Karrer – che vantava tra gli altri elementi di spicco la cantante Renate Knaup, il batterista Peter Leopold e l’altro chitarrista John Weinzierl – si è infatti distinta per un approccio assai meno legato alle avanguardie elettroniche e proteso, invece, verso l’elaborazione di un rock totale in cui far confluire psichedelia, suggestioni orientali, folk, pop progressivo e finanche dance. Il tutto per una carriera che fra sterzate stilistiche, avvicendamenti di musicisti (negli ‘80 è esistita persino una formazione a tutti gli effetti apocrifa) e cambi di etichette si è protratta fino a oggi, seppure lontana dalle luci della ribalta da trent’anni e in ogni caso mai artisticamente interessante e vivace come nel periodo d’oro, quello tra il 1969 e il 1974.
Il programma di ristampe rimasterizzate e arricchite di bonus track da poco varato dalla Revisited (succursale della Inside Out, distribuita in Italia da Audioglobe) è stato inaugurato da tre album comunque secondari quali Almost Alive (1977), Only Human (1978) e Vortex (1981), e prosegue in queste settimane con il promettente esordio Phallus Dei (1969), il capolavoro Yeti (1970), il sempre apprezzabile Tanz der lemminge (1971) – tutti in origine editi dalla Liberty – e BBC Radio 1 – Live In London; per il prossimo futuro sono invece attesi i titoli all’epoca marchiati United Artists, tra i quali alcuni di alto livello come Carnival In Babylon (1972) e Wolf City (1973).
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.614 del settembre 2005

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9 pensieri su “Amon Düül II

  1. Certo che anche tu te le andavi a cercare… magari lei ascoltava Baglioni!!!

  2. Anonimo

    Indimenticabili e grandiosi, io ho i vinili senza buchi…eh eh eh.

  3. Country Boy

    Anonimo, senz’altro trattasi di semplici fori di puntina da disegno; che vuoi che siano in concreto, non ampi e visibili come il loro valore intrinseco espostoci dall’approdato a Thule. 😆 Mica sono come i quattro buchi sulla pelle di Lilli Lilli

  4. Country Boy

    PS non potendo modificare mi preme però sottolineare che il superfluo 😆 dovevo metterlo in fondo, ad evitare equivoci su cosa emoticonassi.

  5. ArgiaSbolenfi

    Evidentemente, nel tuo tentativo di approccio sonorizzato dagli Amon Duul II, quello che mancava erano le droghe pesanti..

  6. ArgiaSbolenfi

    A me comunque piace un sacco il folle e sottovalutato Made In Germany.

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