Lou Reed

E così un altro dei miei eroi, dei nostri eroi, se n’è andato per sempre. Naturalmente si sapeva che prima o poi sarebbe accaduto e magari ci si stupisce che – alla luce di una vita ben più che spericolata – non sia successo prima, ma questo non lenisce il dolore. Dolore che nel mio caso è persino accentuato da una sorta di senso di colpa, visto che appena una decina di giorni fa avevo recuperato la mia stroncatura dell’ultimo album del Maestro, il Lulu realizzato assieme ai Metallica. Ho così cercato un po’ in archivio e ne ho estratto una recensione, questa volta positiva, scritta un decennio e spiccioli fa. Si parla di uno dei tanti capitoli controversi della carriera dell’artista americano, che a me continua a sembrare molto intrigante.

Reed copThe Raven (Sire)
Chiamandosi Lou Reed, e quindi appartenendo a tutti gli effetti alla storia e alla leggenda del rock, si hanno opportunità che altri possono solo sognare: ad esempio, pubblicare con il marchio di una multinazionale un doppio CD di oltre due ore composto per buona metà da brani recitati, seppur commercializzandone anche una versione singola contenente tutte le canzoni (eccetto il cacofonico strumentale Fire Music, del quale non si sente comunque la mancanza) e solo una piccolissima parte dei reading che il Nostro ha affidato alle voci di illustri ospiti (Willem Dafoe, Steve Buscemi, Elizabeth Ashley, Fisher Stevens, Amanda Plummer, Kate Valk) e accompagnato con trame spesso elettroniche che rimandano ai giorni lontani del controverso Metal Machine Music.
È un album ingombrante, The Raven. Monumentale tanto nel formato quanto nella fonte di ispirazione (l’opera di Edgar Allan Poe, dalla quale Reed è rimasto folgorato), negli ospiti (David Bowie, Ornette Coleman, i Blind Boys Of Alabama, Kate e Anna McGarrigle e il giovane talento newyorkese Antony, oltre ovviamente alla consorte Laurie Anderson) e nel lavoro di produzione (Hal Willner). E, anche, un album destinato a dividere critica e pubblico, soprattutto per la pretenziosità di un progetto che in più di una circostanza, in quanto avulso dal contesto teatrale per il quale è stato concepito, accusa qualche problema di pesantezza. L’impressione è che l’artista, travolto dal suo dichiarato (e sincero) impeto di passione per la materia da affrontare, si sia lasciato a volte prendere la mano dal narcisismo, con risultati sicuramente pregevoli e intriganti sotto il profilo estetico ma non sempre incisivi sul piano della comunicatività. Un peccato forse veniale per un musicista che invece di dormire sugli allori ha il coraggio di rimettersi in discussione e di rischiare, e che peraltro non manca di esprimere la sua classe cristallina in canzoni ora più quiete e ora più rumorose nelle quali non è difficile cogliere – tra gli altri – echi di New York, di Magic And Loss, di Songs For ‘Drella e persino delle stranezze di The Bells, con qualche sorpresa come la nuova, brillante versione di The Bed (già in Berlin), la celeberrima Perfect Day interpretata con piglio melodrammatico da Antony o la sanguigna I Wanna Know impreziosita dalle straordinarie performance vocali dei Blind Boys Of Alabama.
Un affresco grandioso e inquietante, quello di The Raven, ricchissimo di sfumature in odore di cupezza e decadenza. Anche ostico, ma tutt’altro che povero di fascino. Non c’è comunque da stupirsi se molti preferiranno la versione singola, senza dubbio meno colta, stralunata e immaginifica ma musicalmente più fluida e godibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.520 dell’11 febbraio 2003

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Categorie: recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Lou Reed

  1. Straordinario “The Raven”…opera di fine intellettuale quale era Lou Reed.

  2. dico la verità, non sono mai stato un conoscitore assoluto di Lou Reed. Ho ascoltato tante volte l’album “della banana” ed è indubbiamente un capostipite, oltre che un capolavoro… ma della produzione da solista di Reed poche cose sono state da me approfondite… ciò non toglie che mi sia dispiaciuto moltissimo apprendere ieri sera della sua dipartita. Un grande, specie per ciò che si è trascinato dietro di sè, con tantissimi artisti che amo che continuamente lo citano come fonte d’ispirazione

  3. Gian Luigi Bona

    Un giorno dovremo contare quanti artisti sono stati influenzati da Lou Reed

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