Mark Lanegan Band

È da poco in circolazione un nuovo album di Mark Lanegan, Imitations: un album di cover che risulta però nettamente inferiore a quell’I’ll Take Care Of You che, quattordici anni fa, fu il primo, splendido tentativo dell’ex frontman degli Screaming Trees di proporre un disco composto solo da interpretazioni di brani altrui. Molto meglio, allora, recuperare la recensione dell’ottimo Blues Funeral, che fra l’altro è stata in assoluto l’ultima cosa che abbia scritto per il Mucchio Extra. Nonché l’ultima che mai scriverò per la rivista che ho ideato e diretto fino all’inizio di quest’anno.

Layout 1Blues Funeral (4AD)
Ridendo e scherzando, si fa ovviamente per dire, il nome di Mark Lanegan ricorre nelle cronache del mondo rock più o meno underground da ormai oltre un quarto di secolo. Clairvoyance, esordio dei ”suoi” Screaming Trees, risale infatti al 1986, e da allora il cantante e songwriter di Ellensburg è stato protagonista di una carriera decisamente prolifica benché piuttosto irregolare: basti pensare che per oltre sette anni non ha realizzato lavori in proprio, firmandone però ben tre assieme alla ex Belle And Sebastian Isobel Campbell, due con i Soulsavers e uno con Greg Dulli (come Gutter Twins), più assortite collaborazioni più o meno assidue a partire da quella storica con i Queens Of The Stone Age. Fino al febbraio del 2012, dunque, la sua discografia solistica era ferma al pregevole (e commercialmente fortunato) Bubblegum, ma senza che ciò fosse dovuto – come spesso accade – a problemi di crisi creative e/o personali: semplicemente, l’oggi quarantottenne artista americano non ha avuto tempo e soprattutto voglia di scrivere e registrare musica al cento per cento sua. Fatto che non gli ha impedito, paradossale ma in fondo non troppo, di attirare accuse di eccessivo presenzialismo.
Un po’ per una serie di combinazioni fortunate, e un po’ per non correre il rischio di perdere il contatto con la sua musa ispiratrice, Lanegan è così rientrato in studio con il produttore Alain Johannes (che ha anche suonato parecchi strumenti), il batterista Jack Irons (in curriculum Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam) e vari amici come Greg Dulli, Josh Homme e Chris Goss. Ne è uscito alcune settimane dopo con una dozzina di canzoni perfettamente in sintonia per quanto concerne i testi con il suo più che consolidato immaginario – lo stesso, grossomodo, nel quale hanno attinto maestri come Nick Cave, Leonard Cohen o Johnny Cash e tanti altri: morte, amore, destino, sangue, dolore, trascendenza – ma in qualche misura nuove nell’approccio sonoro, con un utilizzo misurato seppur evidente di spunti elettronici figlio della stretta relazione con i Soulsavers. Gli si potrà dunque rinfacciare di scrivere – peraltro splendidamente: abbondano versi di enorme forza evocativa, luminosissimi a dispetto della loro cupezza – sempre delle stesse cose, ma almeno gli si dovrà riconoscere il coraggio di mischiare un po’ le carte… continuando, però, a seguire il solco della tradizione e inebriarsi del profumo delle radici: un legame inscindibile che, del resto, un titolo come Blues Funeral ribadisce senza possibilità di equivoco. Il cultore potrebbe magari osservare che le trame sintetiche non costituiscono una rivoluzione nel percorso del nostro tenebroso eroe, ma che questo disco abbia qualcosa di diverso dal solito appare palese già dall’ossessiva The Gravedigger’s Song, che apre efficacissimamente la scaletta, predisponendo all’ascolto di altri cinquantadue minuti dove certo non si lesina in suggestioni ed emozioni. Insomma, tutto scorre più che fluidamente nonostante il mood un po’ fangoso, fra ballate ipnotiche e altri sprazzi di ruvido r’n’r (Riot In My House, Quiver Syndrome), con il valore aggiunto di melodie persuasive nonostante il velo di malinconia e inquietudine che le avvolge e l’autorevolezza di una voce che non sarà granché duttile – tanto che la si riconosce dopo tre parole al massimo – ma che letteralmente inchioda con il suo magnetismo fatto di polvere del deserto, whisky non da fighetti e turbamenti sentimentali ed esistenziali cullati come un fardello pesante ma preziosissimo.
Per nulla monocorde, e anzi decisamente più eclettico della media delle prove di Mark Lanegan proprio in virtù del piacere di giocare con filtri, tastiere, sequencer e altri trabiccoli tecnologici (senza mai eccedere, meglio ribadirlo per i “duri e puri” della Fede elettroacustica), Blues Funeral è un appassionante esempio di rinnovamento nella continuità. I toni sono spettrali, questo sì, ma l’impressione è comunque quella di un inno alla vita e non di un de profundis.
Tratto da Mucchio Extra n.39 dell’Inverno 2013

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