Campbell/Lanegan (2006)

Di solito, quando rileggo qualche mio vecchio articolo, mi trovo in parte insoddisfatto, perché ci trovo qualcosina che avrei potuto aggiungere, oppure qualcosa che sarebbe stata migliorabile. Poi, ogni tanto, mi capita di imbattermi in scritti dei quali non cambierei nemmeno una virgola. Come questo qui.

Ballad Of The Broken Seas
(V2)
Pochi mesi dopo quella composta da Yann Tiersen e Shannon Wright, un’altra strana coppia arriva a portare quantomeno un pizzico di sana curiosità in un mercato discografico troppo votato al banale: se infatti, senza però scadere nell’assurdo, si fosse pensato a un connubio artistico possibile ma poco probabile, sarebbe stato difficile ipotizzarne uno più insolito di quello tra Isobel Campbell, candido angioletto già alla corte dei Belle And Sebastian, e Mark Lanegan, tenebroso alfiere di una canzone d’autore sostanzialmente ambigua ma per lo più tendente al luciferino. Il giorno e la notte, il sole (seppur velato da qualche nube malinconica) e la luna (piena, luminosa, da lupi mannari ma anche da romantiche passioni), il latte e il sangue, per un incontro che a ben vedere poteva consumarsi solo sul terreno di un folk inteso non tanto come “stile” comune – semmai come “intreccio di stili”: in fondo, tra i background dei due c’è di mezzo un oceano – quanto piuttosto come luogo dell’anima, sicuro rifugio, comodo giaciglio nel quale adagiarsi mollemente per dimenticare o solo alleviare dolori, affanni, tormenti.
Ecco, quindi, la Ballata di Isobel e Mark, composta quasi compleamente dalla prima ma marchiata a fuoco dalla voce bassa e pastosa del secondo: un gioco di opposti, ovviamente non inconciliabili, che seduce fin dalla Deus Ibi Est d’apertura, dove l’ex leader degli Screaming Trees scandisce il testo con toni quasi ieratici e l’Amorino gli risponde con ritornelli e armonie di sapore bucolico; e, poi, con il resto del programma, nel quale spiccano autentici duetti (splendido anche quello di The False Husband, mesmerica e “scura”) e brani dove le responsabilità dell’interpretazione cadono più (o solo) sull’uno o l’altra, fra atmosfere roots che strizzano l’occhio tanto al country quanto all’immaginario tradizionale anglo-scoto-irlandese e arrangiamenti che rimandano all’evocativo “sunshine pop” dei tardi Sixties. Comunque, un disco sincero e intenso, di quelli che possono far bene al cuore. E che di sicuro fanno bene alla Musica.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.618 del gennaio 2006

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