Current 93

Un’altra delle recensioni “con il senno di poi” – ovvero, svariati mesi dopo l’uscita sul mercato – scritte per Extra. Non mi è capitato spesso di occuparmi dei Current 93, che a tratti non seguivo neppure, ma come tanti sono rimasto folgorato da Black Ships Ate The Sky e allora, dopo avere in buona parte recuperato il gap, volli esprimermi sul suo successore.

Current 93 copAleph At Hallucinatory Mountain (Coptic Cat)
Al di là di ogni giudizio sul personaggio, certo inusuale e non privo di zone d’ombra, nonché sull’imponente, frastagliatissima discografia da lui accumulata in oltre un quarto di secolo di attività con la sigla Current 93, non si può certo negare che David Tibet – all’anagrafe David Michael Bunting, cinquant’anni il 5 marzo di questo 2010 – sia un artista vero e a suo modo geniale. Un monumento della musica contemporanea, almeno per quelle compatte legioni di estimatori che arrivano quasi (alcuni, senza quasi) a venerarlo come una divinità, indipendentemente dal fatto che l’abbiano scoperto quando il suo campo d’azione era l’industrial oppure più avanti, dopo che la sua musa inquieta e i suoi studi esoterici lo avevano portato a elaborare una formula espressiva comunemente definita folk apocalittico: uno stile denso, solenne e spesso conturbante dove rock anche graffiante, accenni psichedelici e trame tendenzialmente free-form si incontrano in “ballate” il cui pathos deriva dai loro riferimenti ancestrali-spirituali e non solo dall’emotività che traspare dalle note… un genere di cui il Nostro detiene indiscutibilmente la leadership, alla pari con il meno rassicurante Douglas Pierce di quei Death In June con i quali ha pure condiviso qualche tratto di percorso.
A circa tre anni dal capolavoro Black Ships Ate The Sky, ma con in mezzo un paio di live, un set di ristampe, due ep e una versione alternativa dello stesso Black Ships…, il nuovo Aleph At Hallucinatory Mountain non sceglie la stessa strada dell’acclamato predecessore: rinuncia al fido Michael Cashmore, all’impressionante schieramento di cantanti-ospiti (in realtà gli special guest ci sono, a partire da Rickie Lee Jones e della pornostar Sasha Grey, ma hanno ruoli marginali), alle atmosfere dilatate e alle sonorità fondamentalmente aggraziate per imboccare una direzione differente, legata a filo doppio con un rock lento, ossessivo, compatto e lancinante che funge da magmatico supporto alle sue declamazioni sospese tra passionalità e ieratico distacco. Non si pensi, però, a un opprimente monolite sonoro: gli otto episodi, di durata mai inferiore ai quattro minuti e mezzo e in una circostanza superiore ai dieci, vantano un’ampia dinamica e una gran bella gamma di sfumature, per merito del “concetto” che sta loro alla base così come per la perizia e il gusto di uno stuolo di collaboratori quantomai eclettico comprendente gli habituée Steven Stapleton (elettroniche), Baby Dee (tastiere) e John Contreras (violoncello) più, tra gli altri, il losco Andrew W.K. al basso, il batterista/percussionista Alex Neilson, Ossian Brown (synth), William Breeze (viola) e assortiti chitarristi quali Matt Sweeney, James Blackshaw e Keith Wood. Anche se rimembranze folk affiorano evidenti in brani quali Poppyskins, 26 April 2007 o UrShadow, e se As Real As Rainbows chiude le danze all’insegna di rarefazioni evocative seppure non del tutto distese, è innegabile che l’anima del disco risieda nel rock convulso e scuro di Invocation Of Almost, On Docetic Mountain, Aleph Is The Butterfly Net e Not Because The Fox Barks: una materia che Tibet aveva grossomodo già trattato nella prima metà degli anni ‘90 e che rende Aleph At Allucinatory Mountain accostabile a quanto proposto illo tempore da band come Virgin Prunes e Sex Gang Children. Due riferimenti che, peraltro, reggono a livello di suggestione più che di forma musicale, essendo le “canzoni” dei Current 93 assai meno incisive e “tribali” nelle scansioni ritmiche.
Nonostante lo scarto piuttosto deciso da direttive che si credevano ormai stabilizzate, un album che non stride con l’avvincente epopea del gruppo britannico: magari, più in sintonia con il gusto dei fedeli “adepti al culto” che con quello del pubblico cosiddetto generico, lo stesso che aveva decretato a Black Ships Ate The Sky – oggettivamente meno ostico, oltre che più “d’effetto” grazie alla presenza di gente come Antony, Bonnie “Prince” Billy, Marc Almond e Shirley Collins – consensi superiori alle aspettative.
Tratto da Extra n.33 dell’Inverno 2010

Advertisements
Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: