Brian Wilson

Sono già passati oltre nove anni dal giorno in cui, con “lieve” ritardo rispetto ai progetti originari, giunse nei negozi un oggetto (fino a un certo punto misterioso: in quei trentasette anni se n’era parlato tanto, tantissimo, forse troppo) intitolato Smile. Dopo qualche mese di ascolti e riascolti scrissi per Extra la mia recensione “con il senno di poi”.

Wilson Brian copSmile (Nonesuch)
Come ormai tutti sanno, quello che per oltre trentasette anni è stato il “lost album” più mitizzato dell’epopea rock ha finalmente avuto una stesura definitiva. Il suo titolare Brian Wilson sapeva però bene di non poter ricalcare al 100% il progetto originario: troppa acqua è passata sotto i ponti, in tutti i sensi, e impegnarsi una vita dopo in una vera e propria operazione archeologica – inciderlo identico a come lo si sarebbe fatto all’epoca – avrebbe comunque portato a risultati meno credibili, perché lo scorrere del tempo cambia situazioni e prospettive anche se ci si convince di averlo fermato. La testa pensante dei Beach Boys ha così recuperato sullo scaffale dov’erano rimaste a prendere polvere le vecchie partiture e, con minime alterazioni della scaletta “definitiva” le ha suonate in diretta assieme al suo team di collaboratori, cantando poi con voce resa più calda e pastosa dall’età le liriche per lui scritte quasi quattro decenni fa dal fedele sodale Van Dyke Parks. Meglio, avrà magari pensato, non fare uscire il “vero” Smile dall’armadio delle leggende, e lasciare appassionati e studiosi ai loro affascinanti interrogativi sul “come sarebbe stato” da accostare a quelli – che mai potranno avere risposta – della serie “cosa sarebbe successo se”: se il disco fosse uscito dopo Pet Sounds; se e come avrebbe influito sul futuro della nostra musica; se portarlo a termine entro le scadenze fissate avrebbe liberato Wilson dalle sue ossessioni, lanciandolo verso nuovi traguardi invece di bloccarlo a quelli già raggiunti. Chissà.
L’unica certezza è che adesso ci si trova tra le mani un manufatto (mai termine fu più azzeccato) non facile da inquadrare e decodificare: non un disco vecchio, perché le registrazioni sono del 2004, ma neppure un disco nuovo, dato che il songwriting risale al 1966 e varie tracce avevano già conosciuto l’onore della pubblicazione ufficiale e/o illegale. La fa davvero troppo semplice il biografo dei Beach Boys David Leaf, nelle note del (magnifico) libretto, ad affermare che i brani dovrebbero essere ascoltati senza tener conto del fardello della storia: magari poterci riuscire, riacquistando quella verginità inevitabilmente violata dalle numerose frequentazioni musicali fin qui inanellate. Eppure, Leaf ha ragione, ci si deve almeno provare: premere il tasto “play” (e questo già basta a buttar giù il castello faticosamente eretto in aria: allora, con un bel po’ più di poesia, si sarebbe detto “abbassare il braccio del piatto”) e affidare la propria mente e il proprio cuore alle ardite architetture strumentali edificate con tastiere, chitarre, archi, fiati e quant’altro, ai suggestivi arrangiamenti che non paiono antichi né moderni ma sono invece sospesi in un magico limbo dove Gershwin crea spalla a spalla con i Beatles, agli elaborati intrecci di voci, a quelle armonie nelle quali il nostro sessantaduenne eroe ritiene giustamente che si nasconda il segreto di un buon pezzo pop. Già, pop: perché è in quest’ambito, pur essendo estremamente complessa, che va collocata la musica di Smile. Una musica non sempre ridente e festosa come suggerisce il titolo ma sempre positiva, tutt’altro che “sciocca” ma dotata di una profondità e uno spessore adeguati alle ambizioni alte di un’opera che il suo autore concepì come una “teenage symphony to God” (grossomodo un trait d’union fra carnalità e trascendenza, insomma: mica robetta).
Legati assieme in tre visionarie mini-suite, i diciassette episodi di Smile suonano oggi splendidamente alieni: sono un giardino di piaceri arcani, un’oasi di incontaminata purezza, un omaggio a una classicità che non odora affatto di muffa. Nessuno, meno che mai nel circuito rock, fa più canzoni così, e tale asserzione non ha nulla a che vedere con la nostalgia o con il rispetto dovuto all’artista. Eventuali scettici dovranno solo dar fiato al volume e far scorrere i gioielli compresi fra la solenne intro Our Prayer/Gee e la nuova versione di Good Vibrations che funge da chiusura, tra i quali capolavori riconosciuti quali Heroes And Villains, Cabin Essence e Surf’s Up e “pepite” finalmente dissepolte e lucidate con cura come Song For Children, Child Is Father Of The Man, On A Holiday, Roll Plymouth Rock o In Blue Hawaii. Sarebbe però un grave errore affrontare Smile pesando con il bilancino i singoli brani e non valutando i suoi quarantasette minuti come un unico grandioso affresco-tributo alla grande tradizione musicale americana allestito da un talento a dir poco straordinario, nelle cui folgoranti intuizioni convivevano il rigore e l’austerità del compositore accademico e l’attitudine ludica e un po’ temeraria del bambino prodigio. Fosse uscito secondo programma nel gennaio del 1967, l’album sarebbe probabilmente stato un mezzo flop (come del resto fu, almeno rispetto alle attese, Pet Sounds): troppo strano e troppo poco commerciale per i gusti di un pubblico medio che dai Beach Boys avrebbe voluto ad libitum solo (pur geniali) motivetti da cantare a squarciagola ai falò sulla spiaggia o nelle corse su un pick up carico di tavole da surf. Ma con quei Beach Boys, quantomeno con la mente, Brian Wilson non era già più da mesi, e Smile lo dimostra senza possibilità di equivoco. Al di là di ogni ulteriore considerazione un evento da salutare con gioia. E con il solo rimpianto che trentasette anni fa, in giorni più ingenui e meno cinici di quelli che stiamo vivendo, avrebbe di sicuro fatto più scalpore.
Tratto da Mucchio Extra n.16 dell’Inverno 2005

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Brian Wilson

  1. backstreet70

    Pet sound non ha venduto tanto? Ma non si parla di Good vibration come uno dei pezzi che hanno incassato di più nella storia?

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