Calibro 35

Sembra ieri, e invece sono passati addirittura quasi quattro anni da quando intervistai i Calibro 35 al gran completo per una “big feature” che accompagnava la copertina del Mucchio. Da allora la band ha realizzato altri due album veri e propri, il secondo dei quali – Traditori di tutti – è uscito esattamente tre giorni fa, ma credo che i contenuti di questa conversazione di ampio respiro, nella quale sono stati affrontati molti temi, rimanga tuttora attualissima.

Calibro 35 foto

Calibro 35 copÈ il 23 dicembre e l’Italia patisce il maltempo, anche in termini di disagi ferroviari che hanno messo a rischio la presenza dell’intera band all’appuntamento fissato a Roma per il servizio fotografico e la nostra intervista “a sei”. Il luogo scelto per l’incontro è la nuova sede del risorto Angelo Mai, fucina di tante validissime iniziative socio-musical-culturali nella Capitale, più precisamente nella sala ristorante. Attorno a un tavolo di legno siedono, in senso antiorario a partire dal sottoscritto, il batterista Fabio Rondanini, il bassista Luca Cavina, il chitarrista Massimo Martellotta, l’organista/fiatista Enrico Gabrielli e il produttore/”teorico” Tommaso Colliva, che – quale più, quale meno – sembrano usciti da uno di quei film cui la loro musica è legata a filo doppio. In strada, però, non è parcheggiata alcuna Alfa Romeo pronta a scattare sgommando e le sole armi da opporre al registratore del giornalista sono i cervelli pensanti, confortati da bicchieri di vino o birra.
Inizierei con un piccolo passo indietro, fino alla genesi dei Calibro 35: come è potuta venir fuori l’idea di un progetto così, e con quali obiettivi è stata attuata?
Ci interessava suonare assieme, innanzitutto per divertirci ma anche per provare a metter su qualcosa che almeno sulla carta fosse in grado di riscuotere consensi pure all’estero, dove il nostro rock “alternativo” è piuttosto in ombra. Il resto l’ha fatto la comune passione per la musica strumentale e lo speciale fascino di queste colonne sonore, “minestroni” di generi liberi da vincoli rigorosi in termini tanto di approccio quanto di opportunità di contaminazione. Non a caso il nostro primo album era scaturito in modo del tutto spontaneo dalla prime session che abbiamo allestito a Milano senza che tra noi esistessero rapporti precedenti: un evento straordinario, al punto che sarebbe stato delittuoso non andare avanti per vedere dove questa incredibile alchimia avrebbe potuto portarci.
E di strada ne avete fatta parecchia: concerti che in origine non erano affatto previsti, grandi consensi e il secondo album ad appena un anno e mezzo dal primo. E adesso non siete più una specie di side project ma una vera band.
Infatti Ritornano quelli di… denota chiaramente, rispetto a Calibro 35, la nostra accresciuta intesa, il nostro esserci evoluti da “progetto” a “gruppo” a livello sia individuale che collettivo. Il primo era più concentrato sull’idea, sui brani da selezionare, sulla direzione da impartire alle loro riletture… il secondo, invece, è un disco dei Calibro 35, tanto che le nostre composizioni convivono senza problemi con quelle scritte da Riz Ortolani o Piero Umiliani.
In  Ritornano…, i pezzi vostri sono otto su tredici: come vi siete organizzati per il songwriting, avete semplicemente “imitato” i modelli?
Alcuni sono nati da jam improvvisate durante i soundcheck, due dalla sonorizzazione per il documentario Eurocrime! che ci è stata commissionata dal regista Mike Malloy, dove per forza di cose abbiamo optato per una specie di esercizio di stile. Un altro passo importante è stata la colonna sonora per Said di Joseph Lefevre, che speriamo di vedere prima o poi uscire su disco: l’abbiamo incisa un anno fa al Forum, lo studio fondato da Ennio Morricone alla fine dei ‘60, in parte improvvisando mentre le immagini del film scorrevano sullo schermo. Anche in concerto amiamo lasciare spazio a soluzioni improvvisate.
Tutti voi avete mille altri impegni, e come se non bastasse vivete in più città. Come funziona, sotto il profilo della “logistica”?
Beh… male, in pratica non abbiamo mai la possibilità di provare assieme. Ci si vede solo quando dobbiamo fare qualcosa di specifico, ma non è necessariamente negativo: anzi, ci aiuta parecchio a tener sempre vivo quel discorso della “freschezza” che consideriamo uno dei cardini della nostra collaborazione. È proprio come accadeva per le colonne sonore dei poliziotteschi, quando gli strumentisti cominciavano a stabilire cosa suonare solo una volta arrivati in studio, in base alle direttive ricevute e alla creatività del momento: era un gran bel lavoro di artigianato e di ibridazione, che scaturiva da sodalizi fra musicisti differenti che tiravano la simbolica coperta un po’ di qua e un po’ di là. Il “suono italiano” oggi tanto mitizzato in tutto il mondo non è nato da pianificazioni a tavolino ma dall’estemporaneità. Nonché dalla fretta, dato che i budget erano tutt’altro che faraonici e i compositori non potevano certo permettersi di trascorrere giornate intere a studiare le parti.
Relativamente al genere di pubblico, ci sono discrepanze fra quello che pensavate avreste magari raggiunto e quello che vi trovate ad avere oggi?
Non è che abbiamo riflettuto granché su questo, al di là dell’idea generica del respiro internazionale del progetto: non ce n’è proprio stato il tempo. Quando il primo album non era ancora uscito ci siamo trovati per caso a esibirci in Belgio, e da allora sono venute fuori le situazioni più diverse: dal “Miami” di Milano al “Ravenna Festival”, dove regna la musica classica. Da subito abbiamo verificato una estrema eterogeneità delle platee: i Calibro 35 piacciono ai punk così come a quanti ascoltano proposte più “adulte” e rilassate. Siamo comunque contenti del riscontro che, per via delle nostre band “di provenienza”, abbiamo da subito avuto nell’ambito indie: questo ci permette di suonare con continuità e organizzare tour, cosa che in altri circuiti – ad esempio, quello del jazz – non è almeno ora possibile, perché ne siamo al di fuori.
Che risposta avete avuto, invece, dall’ambiente del cinema al quale vi siete ispirati?
Umberto Lenzi ha scritto in Rete una recensione del nostro esordio, e si è “offeso” pubblicamente perché non conteneva pezzi tratti da suoi film… ma speriamo di ottenere il suo perdono con l’inserimento, nel nuovo, di Milano odia, che è un capolavoro di Ennio Morricone. A parte questo aneddoto, ci sono successe tante cose belle, che hanno rafforzato la nostra convinzione in quello che stavamo facendo: la figlia di Piero Umiliani, autore immenso che ancora non avevamo affrontato, ci ha scritto dichiarando il suo apprezzamento e auspicando una nostra rivisitazione di qualcosa tratta dal repertorio del padre… e, poi, la copertina di Ritornano quelli di… è stata realizzata da Giuliano Nistri, uno dei più apprezzati artisti che all’epoca, tra le altre cose, ideavano le locandine cinematografiche. Toccare con mano il sincero interesse per il nostro lavoro di questo signore ormai anziano ma sempre appassionatissimo è stato molto gratificante. Non abbiamo purtroppo avuto alcun feedback da Morricone, ma tutto sommato è logico che un maestro assoluto veda il mondo da una prospettiva particolare. Figuriamoci un piccolo gruppo come noi.
Sul piano più generale, al contrario, non vi siete scontrati con alcuna diffidenza?
No, al massimo qualche atteggiamento un po’ di sufficienza tipo “in fondo siete una cover band”. Questo è ingeneroso, perché noi non siamo interessati alla semplice riproduzione più o meno rigorosa di determinati brani – benché a volte, per gusto, ci abbandoniamo al manierismo – ma puntiamo a far rivivere, sulla base della nostra creatività, l’immaginario che sta dietro di essi. Inoltre, e non è una questione da poco, noi non interpretiamo canzoni famose ma ci dedichiamo a un’operazione “archeologica” di recupero di un patrimonio pressoché sconosciuto, integrandolo con materiale autografo che può sembrare persino più vintage di quello scovato in vecchi dischi e film. Tutt’altra faccenda, insomma, che rifare – con l’unico obiettivo di sbarcare il lunario – i successi di Vasco Rossi o Ligabue.
Ogni musica è figlia del suo tempo, e se viene “ripresa” a distanza di decenni non può non risentire di tutta l’acqua passata nel frattempo sotto i ponti. Mi chiedo se voi vi siete mai posti il problema dell’adeguarvi ai suoni dei giorni che stiamo vivendo, dell’attualizzazione…
No, quantomeno nel senso che non c’è stata programmazione a monte. Il nostro modus operandi non è lo stesso di John Zorn o Mike Patton, per nominare gente che si confronta con le colonne sonore, volto a distruggere i “modelli” per poi ricostruire sulle loro macerie… e non è nemmeno quello del “famolo strano”. Da parte nostra c’è, ovviamente, l’intento di rendere omaggio agli originali, ma esso non può davvero prescindere dal nostro vissuto e dalle nostre personalità, sviluppate in parecchi anni – siamo tutti ultratrentenni – di lavoro con band non banali. La forzatura sarebbe essere molto filologici, mentre noi ci limitiamo ad assecondare le nostre naturali inclinazioni a una contaminazione che, alla luce degli anni trascorsi e dei nostri diversi background, è inevitabile: la sola “filologia” è nell’attitudine, nello spirito artigianale e senza barriere che guidava i musicisti e i compositori per il cinema di tre/quattro decenni fa, e nel fatto che i nostri strumenti sono tutti d’epoca, perché – inutile negarlo – suonano meglio.
Negli ultimi anni, sulla spinta di iniziative straniere, tanta musica italiana dei ‘60 e dei ‘70 ritenuta a torto “minore” è stata giustamente rivalutata. È mai possibile che siamo talmente provinciali da aver bisogno, per convincerci di essere bravi, di sentircelo dire dall’estero?
Probabilmente è così, almeno in alcuni campi ci servono conferme. È comunque inconfutabile, e le nostre esperienze dirette sono state illuminanti, che fuori dai nostri confini molta musica creata qui da noi goda di notevole rispetto, e sia anche analizzata con maggior lucidità: vorrà pur dire qualcosa che la migliore antologia di Morricone esistente in commercio, Crime And Dissonance, sia marchiata da una label americana, la Ipecac di Mike Patton.
Negli Stati Uniti state pian piano diventando un pur piccolo culto: dipende solo dalla coolness e dai risvolti “esotici” del vostro sound?
Beh, oltreoceano i “poliziotteschi” non sono un fenomeno di massa: si parla di una ristretta cerchia di appassionati, e quindi il discorso della coolness potrebbe valere unicamente al suo interno. Ci siamo però esibiti davanti a platee che non sapevano nulla di noi se non la nazionalità, eppure la nostra musica le colpiva ugualmente.
Escludendo le questioni strettamente musicali, secondo voi quali sono stati i meriti del genere “poliziottesco”?
La grande produzione concentratasi in quei pochi anni ha creato le basi per un ampio indotto artistico in senso lato, ed è servito da palestra a tanti operatori del settore che sono divenuti professionisti formidabili. Poi, è ovvio, se si vuole compiere una valutazione cinematografica, tra quei trecento film ce ne saranno solo una ventina di valore, con “appena” una decina di capolavori. Non è affatto poco.
All’epoca il genere veniva tacciato di fascismo, dato che un concetto-cardine era quello della rabbia del cittadino che, non sentendosi protetto dalle istituzioni, tendeva a farsi giustizia da sé.
Come sempre accade, il cinema rispecchiava i giorni in cui veniva creato. Il boom è durato pochi anni, e per molti il “poliziesco all’italiana” è stato solo una parentesi: basti pensare che Fernando Di Leo, indicato da tutti gli esperti – a cominciare da Quentin Tarantino – come il miglior regista del settore, ha dichiarato di non aver mai avuto nulla a che spartire con quel filone, avendo girato solo tre pellicole in esso inquadrabili. Il punto è che quei tre film – Milano Calibro 9, La mala ordina e Il boss, usciti tra il 1972 e il 1973 – sono unanimemente reputati pietre miliari.
Non trovate che esistano parecchie analogie fra il tessuto sociale italiano di allora e quello di oggi?
Sicuramente sì. Ai tempi c’era il terrore dei malavitosi violenti che colpivano la persone fisiche, ma la storia ci ha insegnato che quella era la facciata e che nell’ombra andava strutturandosi una criminalità organizzata molto più “alta”, ben al di sopra dei singoli individui. Oggi i mass media, molto più sensazionalisti e beceri di trentacinque anni fa, amplificano le paure “private”, mentre dietro le quinte succedono cose che in prospettiva sono molto più pericolose per la collettività.
Tornando alla musica, vi è mai venuto in mente di provare a scrivere un brano cantato, magari da un ospite, mantenendo le atmosfere e le suggestioni a voi più care? Del resto vi siete già cimentati con le riletture de L’appuntamento e Tutta donna, affidate rispettivamente a Roberto Dell’Era e Georgeanne Kalweit.
Onestamente, no: almeno per quanto riguarda i Calibro 35 preferiamo evitare cose che potrebbero risultare fuorvianti. L’esperimento con Roberto è stato riuscitissimo e nulla ci impedisce di fare qualche altra cosa assieme, magari con un altro nome scelto ad hoc e impegnandoci seriamente, ma con questa band vogliamo rimanere in sintonia con l’identità che abbiamo sviluppato e affermato fino a oggi. Un’identità che è fortemente strumentale. Però magari domani cambiamo idea, eh.
Il primo album quante copie ha venduto?
La tiratura iniziale per la Cinedelic, esaurita in un paio di mesi, era di duemila CD e cinquecento vinili. A queste vanno aggiunti gli altri quattromila CD delle successive ristampe con la Venus.
Sono cifre tutt’altro che irrisorie, con questi chiari di luna.
Infatti. Non a caso siamo stati anche contattati da qualche major, e questo la dice lunga sulla situazione pietosa del mercato discografico in Italia. Per il secondo album abbiamo deciso di legarci alla Ghost per il mercato europeo, e ci stiamo muovendo per cedere a qualche etichetta americana la licenza per gli USA. È vero che il precedente tour di otto date, quattro a New York e quattro a Los Angeles, siamo riusciti a pagarcelo con le vendite del merchandising, ma magari per la prossima volta sarebbe meglio organizzarsi in maniera differente, con qualche appoggio in più.
Vi servirebbe un bel testimonial, qualche eminente personalità che vi faccia un po’ di propaganda.
Abbiamo fatto avere il disco a David Byrne tramite il suo percussionista, e il suo commento, dopo l’ascolto, è stato “fucking awesome”. Non porterà a nulla di concreto, non ci speriamo, ma un “fucking awesome” da David Byrne fa comunque effetto… no?
Senza dubbio. E oggi, dopo poco più di due anni di vita oltretutto “a mezzo servizio” viste le vostre infinite altre attività, quanto vi ritenete sorpresi e soddisfatti?
Beh, questi risultati erano inattesi e lo erano totalmente in tempi così brevi, ma non possiamo nemmeno affermare di sentirci miracolati. Credevamo nella validità del progetto, ci siamo sbattuti molto per portarlo avanti e siamo felici di constatare che tutto è andato benissimo, senza intoppi e sfighe. La speranza, logicamente, è che continui così.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.667 del febbraio 2010

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Categorie: interviste | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Calibro 35

  1. Gian Luigi Bona

    Sono veramente bravi !
    Se fossero americani ne parlerebbero tutti.

  2. Country Boy

    Mica del tutto vero… ci sono state varie bands di bravi ragazzi americani che hanno fatto i menestrelli manipolatori e reinventori del loro fulgido passato surf & twist & shake & roll ma come i Calibro 35 che sono i menestrelli del pregevole artigianato dei Maestri nostrani di quegli anni cinecittadini pieni di estro e mestiere, ed hanno avuto il loro pubblico entusiasta ma non ne parlano tutti. Indubbiamente i nostri son proprio dei mostri nel deserto, o pressappoco.
    parafrasando Mar Or Astroman? : Calibro 35 or Calibro 35?
    Calibro 35, grazie di esistere (ripetuto 35 volte)

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