Quando Stèfani mi intervistò (sul punk degli anni Novanta)

Mucchiopunk

Beh, questa la devo spiegare bene, altrimenti non si capisce. Allora… era il settembre del 1995 e io non scrivevo per il Mucchio. Lo avevo lasciato alla fine del 1987 e nove mesi più tardi avrei dato vita assieme a Maurizio Bianchini, Eddy Cilìa e una decina di altri “scappati dal Mucchio” (da cui il nome Essediemme dato alla società editrice della quale ero anche amministratore) a un nuovo mensile, “Velvet”. Chiusa quell’esperienza, nel 1992 avevo cominciato a collaborare con “Rumore”, all’epoca di proprietà di Claudio Sorge (che lo dirigeva) e Max Stèfani (che dirigeva, invece, il Mucchio), e tra i due c’era un accordo di non concorrenza in base al quale le due riviste non potevano avere collaboratori in comune. Non ricordo bene se qualcuno fece da intermediario o se Stèfani – con il quale, comprensibilmente, non avevo contatti da anni – mi telefonò tipo fulmine a ciel sereno, ma la situazione mi fu presentata così: gli occorreva un articolo sul punk degli anni ‘90 per il Mucchio e secondo lui la persona più adatta a firmarlo ero io, ma dato che ciò non sarebbe stato possibile a causa del patto con Claudio, mi propose un’intervista sull’argomento, in qualità di esperto. La cosa mi sembrava bizzarra ma, verificato che Claudio non aveva nulla in contrario, accettai. Stèfani venne a casa mia e registrò una chiacchierata “a ruota libera” di un’ora abbondante. Io, temendo che il mio pensiero avrebbe potuto non essere riportato correttamente (e pure che mi fosse sfuggita qualche fesseria), gli domandai di poter leggere l’intervista prima che fosse pubblicata. Giorni dopo mi fu inviata una trascrizione grezzissima (ce l’ho ancora da qualche parte) nella quale misi molto pesantemente mano riscrivendo le domande, aggiustando le risposte e dando al tutto il giusto ritmo. Sì, insomma, in pratica è come se, ricevuto un elenco di concetti più o meno vaghi da sviluppare, mi fossi intervistato da solo. E dato che la “conversazione” mi sembra tuttora interessante, ho pensato che valesse la pena di riproporla. Al Mucchio sarei rientrato sei mesi dopo, su richiesta e non chiedendolo, per occuparmi di rock italiano “sommerso” con lo pseudonimo Gianluca Picardi (in omaggio alla mia passione per la saga di “Star Trek”). Ma questa è un’altra storia.

Mucchiopunk copL’essenza originaria del punk era quella di una doppia ribellione: alla società in quanto tale e al rock come istituzione codificata dalle leggi di mercato. Per molti, Green Day e Offspring si limitano a riproporre i cliché sonori e di facciata del punk del ‘77. Secondo te, la musica di questi nuovi gruppi possiede qualche valenza ribellistica?
Non come quella del ‘76/’77: da allora, la società e il panorama musicale sono cambiati profondamente, e l’ipotesi di una nuova “rivoluzione” punk, oltretutto portata avanti con le stesse modalità sonore e di immagine di quella vecchia, mi fa sorridere. È comunque logico che i giovanissimi possano ritenere “ribelli” band come Offspring o Green Day: solo che, rispetto ai canoni di valutazione di noi ultratrentenni, il concetto di ribellione è diverso, così come è diverso il contesto nel quale questa ribellione viene espressa.
Puoi spiegarti meglio?
Per un ragazzino di quattordici anni, mostrare il culo sul palco alla maniera dei Green Day è un gesto iconoclasta; non può certo esserlo, invece, per i più anziani, che nel corso degli anni hanno visto passare sotto i loro occhi le irriverenze di Mick Jagger, l’ambiguità di Bowie, il pene di Iggy Pop, le canne di Bob Marley, la strafottenza dei Sex Pistols, le creste dei GBH…
Trovi scandaloso il fatto che il “nuovo” punk goda dell’appoggio delle multinazionali?
No, per nulla. I Green Day non hanno ideologie da portare avanti e logiche indipendentiste da affermare. Mi sorprende, invece, che i Rancid abbiano preferito restare fedeli alla Epitaph, non vedo proprio quale reputazione avrebbero infangato accettando un bel mucchio di dollari. La scelta di firmare o meno un contratto con una major può avere un significato solo “politico”, visto che la piena autonomia artistica dei musicisti è ormai una realtà. Una major non cercherebbe mai di trasformare i Sonic Youth in emuli della Electric Light Orchestra, e se decide di ingaggiare un gruppo è solo perché crede nelle sue capacità di conquistare una fetta di mercato.
Il punk, insomma, oltre a smettere di essere oltraggioso è stato anche risucchiato dall’ingranaggio.
A prescindere dal fatto che gran parte delle pietre miliari del punk del ‘77 ha visto la luce per etichette come Sire e Virgin, che come filosofia mi sembrano più vicine a una Reprise o ad una Geffen che non ad una Alternative Tentacles o una Dischord, non dimenticare che il punk non era solo oltraggio ma anche divertimento: pensa ai Damned che si tiravano le torte in faccia, agli Stranglers che andarono in tour con le spogliarelliste, ai Dickies che avevano in repertorio cover acceleratissime dei classici dei Sixties, ai Weirdos che si vestivano in modo assurdo… La differenza sostanziale sta nel fatto che il punk di vent’anni fa, pur non avendo mai scalato le classifiche internazionali ma solo, ed entro certi limiti, quelle inglesi, ha cambiato per sempre il rock. Offspring e Green Day, al contrario, vendono milioni di dischi ma non modificheranno mai il corso della storia.
Ne sei sicuro?
Non ho il minimo dubbio. A metà anni ‘70 la situazione generale era un’altra, e il punk rappresentò un vero e proprio calcio in culo alla musica e alle attitudini musicali dell’epoca. Adesso non potrebbe mai accadere nulla del genere, visto che il “do it yourself” è un dato acquisito, il cosiddetto underground si trova in realtà alla luce del sole grazie all’appoggio di tanti mezzi di informazione, ci sono centinaia di etichette indipendenti e, soprattutto, il pubblico è abituato a essere esposto a suoni “strani” e “sovversivi”. Rispetto ai Nine Inch Nails, agli Helmet, a certe forme di rap o persino ai Nirvana, quelle dei Green Day sono canzonette; niente, al giorno d’oggi, potrebbe avere lo stesso impatto che Sex Pistols e Clash hanno avuto su generazioni di ascoltatori cresciute a Genesis, Yes o Santana.
Insomma, non si può andare oltre.
No, non è detto, ma è molto improbabile. Oggi c’è troppa propaganda su tutto ciò che accade in ambito musicale, le alternative sono alla portata di chiunque non viva in un eremo: radio, fanzine, riviste, Video Music, MTV, Internet, l’informazione è addirittura eccessiva. Così come i gruppi in attività.
Non credi ci sia il rischio, per una critica musicale composta per lo più di ultraquarantenni, di valutare il fenomeno “nuovo punk” con una certa supponenza?
Sicuramente sì, ma solo per quei giornalisti che all’epoca disprezzavano il punk e che adesso, con la stessa boria e puzza sotto il naso di allora, vogliono dare l’impressione di rimpiangerlo: personalmente non ho mai detto né scritto che Offspring e Green Day propongano musica di merda o che siano inutili, anche se ascoltandoli – cosa che, sia chiaro, faccio con estremo piacere – avverto inevitabilmente una sensazione di déjà vu. Per chiudere il discorso sulla stampa, è ridicolo che si parli di punk-revival: il punk non è morto nel 1982 per risorgere nel 1995, non ha mai smesso di esistere. L’esordio discografico dei Green Day risale al 1989 e quello degli Offspring addirittura al 1986, anche se nessuno dei critici che oggi sparano cazzate a tutto andare se n’è accorto.
Per cui il successo di Offspring e Green Day non ha fatto altro che mostrare un qualcosa che già c’era…
Esatto. Hai idea di quante migliaia di dischi punk siano stati pubblicati, soprattutto negli Stati Uniti, negli ultimi dieci anni? Punk-pop, punk-garage, hardcore, un enorme circuito underground con i suoi locali, le sue riviste, le sue piccole etichette. Come i Nirvana hanno esteso al mondo intero il cosiddetto grunge, aprendo la strada ai Pearl Jam o agli Smashing Pumpkins, così i Green Day si sono tirati dietro i vari Offspring, Rancid e NOFX.
E questo, in fondo, non piace: né alla stampa “ufficiale”, né ai musicisti da tempo in attività che ora si vedono scavalcati in termini di successo e guadagni.
In alcuni casi, probabilmente, è così. Però non credo che Ian MacKaye dei Fugazi, per fare un esempio, definisca Offspring e Green Day “gli Ugly Kid Joe degli anni ‘90” solo perché il suo gruppo non è altrettanto famoso: i Fugazi sono indipendenti per libera scelta e non hanno mai davvero ricercato l’affermazione su vasta scala. Mi rendo conto che è difficile crederlo, ma nel panorama rock attuale c’è ancora chi non è disposto a sacrificare i propri ideali per la notorietà di massa e preferisce accontentarsi dei consensi “di culto”.
Credi che lo spessore culturale dei gruppi punk di oggi sia inferiore a quello delle band del ‘77?
Non penso che lo “spessore culturale” sia un dato generalizzabile, la faccenda andrebbe valutata caso per caso. Quel che posso dire è che i Ramones o i Sex Pistols, almeno a mio parere, non avevano la più pallida idea di quanto sarebbero stati importanti per l’evoluzione della nostra musica e di quanto i loro confusi propositi di cambiare il mondo potessero davvero concretizzarsi. Gli esponenti di quello che viene ora definito “McDonald’s punk” non vogliono fare la rivoluzione: vogliono solo suonare ed esprimere gioie e frustrazioni che, essendo piuttosto consuete, vengono largamente condivise dal pubblico giovanile. Per caso, e senza far nulla per raggiungere questo obiettivo, si sono trovati al centro dell’attenzione e come è ovvio accettano di buon grado ciò che il destino gli ha offerto. Sono consapevoli del fatto che il loro trend verrà soppiantato da un altro trend, ma ora come ora si godono la pacchia: se vogliamo dirla tutta, dal punto di vista etico sono molto più apprezzabili di tanti vecchi gruppi punk che oggi, dieci anni dopo lo scioglimento, si riformano e incidono dischi solo per sfruttare il momento favorevole.
Secondo te, l’evoluzione del punk marcia di pari passo con la velocizzazione dei suoni?
No, con la contaminazione con altri generi. L’ultravelocità non è che una delle strade possibili.
Come si concilia il successo di Offspring e Green Day con il fatto che la loro musica, essendo veloce, sia difficile da recepire e memorizzare?
Per via della melodia : i Green Day sono un gruppo pop, e il Come Out And Play con il quale gli Offspring hanno sfondato è un pezzo dannatamente pop. Però anche la componente “durezza” non è affatto da sottovalutare, soprattutto in considerazione dell’età del fruitore-medio: i teenager vi si rispecchiano, è una sorta di valvola di sfogo della loro aggressività.
Quindi il punk, in quanto musica di protesta e di disagio esistenziale, è lontano dalla mentalità e dai gusti dell’adulto.
Beh, è normale che la maturità stemperi certi eccessi e che il punk rimanga un fenomeno sostanzialmente giovanile.
Vedi la possibilità di un punk italiano che arrivi nelle zone alte delle nostre classifiche?
Tutto può essere. Non credo, comunque, che un impegno anche notevole da parte delle case discografiche sarebbe sufficiente a ottenere risultati analoghi a quelli di Nirvana e Green Day: dietro le loro vendite italiane c’è il “caso” creato dalle stratosferiche vendite americane, e quindi tutti, dai DJ delle radio private ai direttori dei rotocalchi, si sono sentiti in dovere di fungere da cassa di risonanza alla “nuova moda” esplosa al di là dell’Atlantico. Nevermind o Dookie, altrimenti, non sarebbero mai approdati a Radio Dimensione Suono o ai palinsesti mattinieri della RAI, così come il povero Kurt Cobain, se non si fosse suicidato, non avrebbe mai avuto le prime pagine dei quotidiani. È la legge del business.
Ma esistono, qui da noi, gruppi sullo stile di Offspring e Green Day?
Esistono, esistono. Molti cantano in inglese e non hanno quindi alcuna possibilità di essere ingaggiati da una major, ma ci sono anche ottimi interpreti di punk melodico in italiano che, oltretutto, portano avanti questo tipo di discorsi già da anni; citerei gli A.C.T.H. di Verona, che purtroppo pagano lo scotto di incidere per una etichetta indipendente orientata verso la dance, e i Fasten Belt di Roma, il cui primo album targato BMG uscirà in novembre. Mi piacciono entrambi moltissimo, come provano le ottime recensioni che ho sempre scritto per i primi e il fatto che dei secondi sono addirittura il produttore.
Per concludere, a quale band della prima ondata punk paragoneresti i Green Day, e quali dischi consiglieresti di ascoltare ai loro estimatori?
Forse ai Buzzcocks, che pur essendo inglesi vantano lo stesso amore per il pop e lo stesso spirito ironico: chi ha apprezzato Dookie e il recentissimo Insomniac dovrebbe impazzire per Another Music In A Different Kitchen, Love Bites o la straordinaria raccolta Singles Going Steady. E poi ai mitici Descendents, progenitori di tutto il pop-core, dei quali consiglierei Milo Goes To College.
E gli Offspring?
La California dei primissimi anni ‘80. I Bad Religion, l’omonimo esordio degli Adolescents, Fear Of Life dei CH3 o il live degli Shattered Faith faranno impazzire, pur non essendo registrati ugualmente bene, i fan di Smash.
Per i Rancid di …And Out Come The Wolves, invece, il nome lo faccio io: Clash.
Ovvio. I Clash del primo LP, però, e soltanto sul piano strettamente sonoro: al di là delle evidenti contraddizioni, infatti, l’ensemble di Strummer e Jones ha avuto un peso che nessun altro potrà mai vantare, se non altro per il suo essere andato ben oltre i confini dello sterile e distruttivo nichilismo imperante nei giorni della prima ondata.
Avresti nomi da suggerire a chi volesse approfondire la sua conoscenza del “nuovo” punk-rock?
Moltissimi, anche limitandomi al solo punk più o meno melodico: NOFX, Pennywise, No Use For A Name, Jawbreaker, Queers, Bracket, New Bomb Turks, Rocket From The Crypt, Tilt, Mr.T Experience, e potrei continuare a lungo. Come dicevo prima, il numero di gruppi in attività è davvero eccessivo: ti confesso che rimpiango un po’ la prima ondata, quando seguire la scena nella sua interezza non era impossibile come oggi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.214 del novembre 1995

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Categorie: interviste | Tag: | 7 commenti

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7 pensieri su “Quando Stèfani mi intervistò (sul punk degli anni Novanta)

  1. That’s genius! Il sottile piacere di copia-incollare Stefani (e senza dover provare ribrezzo…)

  2. bella intervista FEDERICO.. strano leggerla col senno di poi 🙂 la penso come te, nonostante poi Green Day e Offspring – le band di cui si parla maggiormente qui – abbiano avuto percorsi differenti nel prosieguo della carriera, risultando forse più longevi di quanto ci si poteva aspettare.

  3. Anonimo

    Mi ricordo di Gianluca Picardi….

  4. stefano

    curiosità anche per l’intervista al chitarrista degli offspring e per le sue parole in riferimento al nome della band che appaiono nell’immagine 🙂

    • Non posso riportare l’intervista perché non è mia e io non sono un copiaincollatore come qualcun altro… Però la traduzione di Offspring con “erbaccia” non mi torna mica tanto.

  5. stefano

    The same for me, mi suona strano anche perchè ho sempre associato quel nome al punk brillante e con sfumature pop degli offspring.
    Caratteristiche che mi piacciono moltissimo anche combinate con le atmosfere più cupe e i testi macabri e scoppiati del primo album dei TSOL, citati dal cantante nell’altra intervista che hai pubblicato qui

  6. Tore1960

    Credo che è (e rimarrà) l’unica volta in vita mia in cui leggo un’elenco di gruppi e, oltre che conoscerli, avere addirittura almeno un loro CD a casa. Ciò rafforza l’idea del punk che si vuole far passare in tale articolo. Obbs, volevo dire, intervista.

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