Portishead

Non avendo la lingua biforcuta non affermerò di amare da sempre, magari alla follia, certi suoni, ma nonostante la formazione chitarristica non ho mai evitato l’ascolto di dischi più o meno elettronici. Un lustro fa rimasi molto impressionato dall’album del ritorno dei Portishead, e ne volli scrivere – con il senno di poi – su Extra. Ecco il risultato.

Portishead copThird (Island)
Lo si dica chiaramente, senza farsi condizionare dalle nostalgie e/o da eccessi di rispetto verso musicisti indiscutibilmente meritevoli: quante reunion, specie fuori tempo massimo, hanno portato frutti davvero degni di attenzione? Poche, pochissime. Quindi, non era sfiducia specifica nei confronti dei Portishead – semmai, un comprensibile cinismo generalizzato – a far ritenere che il fantomatico terzo album della band sarebbe stato nella migliore delle ipotesi una dignitosa ma inutile replica di temi artistici già sviluppati in precedenza, e nella peggiore un oltraggio a due gemme di ragguardevole caratura come l’esordio Dummy (1994) – opera tra le più valide e influenti dei ‘90, non solo nel settore del trip hop ma anche del “rock” in senso lato – e il successivo Portishead (1997). Beh, per una volta le previsioni apocalittiche sono state fortunatamente smentite: i “tre moschettieri” Geoff Barrow, Beth Gibbons e Adrian Utley hanno ancora una volta fatto centro, con un lavoro che pur non essendo rivoluzionario in termini assoluti – cosa che nessuno, tuttavia, avrebbe mai preteso – riesce magnificamente a sorprendere e spiazzare. E a colpire con la sua superiore bellezza, termine certo non tecnico ma subito intelligibile in quanto di norma associato a concetti quali armonia, equilibrio, charme, emozione.
Possiede senza dubbio il DNA dei suoi due predecessori, Third, ma traccia dopo traccia – undici in totale, per quasi cinquanta minuti di intriganti suggestioni – mostra inequivocabilmente la sua diversità da essi, oltre a una personalità di raro magnetismo. Cupo ma a suo modo radioso, etereo ma denso, conturbante ma paradisiaco, elettronico ma umanissimo, lieve ma profondo, il nuovo disco del terzetto d’oltremanica è un cristallino, autorevole attestato di ispirazione, espressività, classe: un miracolo di architettura sonora, a voler giocare la carta dell’enfasi, dove tutte le esperienze collettive e individuali fin qui inanellate dai nostri eroi si incontrano sul terreno di un’accessibilità che non significa scontatezza, di una sperimentazione che non cede alle facili lusinghe dell’astruso, di una modernità che evoca passati prossimi e remoti delineando al contempo concrete ipotesi di futuro. Un suono che in parecchi episodi, complice il canto ultraterreno della Gibbons e la “sospensione” delle atmosfere, vive di un respiro folk, seppur trasfigurato e sublimato in trame industrial non prive di un (involontario) retrogusto misticheggiante; il tutto fra percussioni ora ossessive e ora a echeggiare sullo sfondo, tastiere che avvolgono e inchiodano, una chitarra che (finalmente) si è guadagnata le luci della ribalta e una voce che ammalia con i suoi toni filo-ieratici sommessi e quasi sofferti.
L’impressione è quella di uno stile libero da vincoli troppo rigidi, che nulla vuole concedere ai compilatori delle playlist radiofoniche o agli intrattenitori dei dancefloor: uno stile nient’affatto ostico ma nemmeno incline a rivelare il proprio fascino già dal primo ascolto, che cambia spesso pelle – c’è coerenza di fondo, nella scaletta, ma non uniformità – ma che rimane comunque in sintonia con una visione estetica (ed estatica, benchè velata di inquietudine) all’insegna della sobrietà, dell’eleganza e della ricerca di prospettive non convenzionali. Ci si lascia cullare e scuotere, da Third, abbandonandosi alle sue morbidezze mai pienamente rassicuranti, alle sue fantasie mesmeriche, alle sue ballate di terra il cui intimismo non ne preclude l’utilizzo come rampe di lancio verso spazi siderali: riuscendo a immaginare una Nico meno drammatica e tormentata alla corte di un’eventuale 4AD con sede a Bristol, non si sarà distanti dalla realtà.
Tratto da Mucchio Extra n.31 della Primavera 2009

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