Scott Walker (2006)

Non consiglierei mai a nessuno uno degli ultimi dischi di Scott Walker (che, no, per dare un seguito a quello qui trattato non ha atteso il 2017), se non dopo mille avvertimenti. Quella più recente del musicista americano è infatti musica davvero ostica oltre che difficile da etichettare, e il rischio che possa non piacere è ben più che concreto. È comunque una proposta alta, alla quale è dovuto come minimo profondo rispetto.

Walker copThe Drift (4AD)
Scott Walker, americano di nascita ma inglese d’adozione artistica, idolo pop nei Sixties alla guida di quei Walker Brothers che poi fratelli non erano (e neppure Walker si chiamavano: Noel Scott Engel le generalità anagrafiche del Nostro), non pubblicava un album di canzoni dal 1995: si intitolava Tilt, quell’allucinato e ostico capolavoro, e seguiva di altri undici anni quel Climate Of Hunter che – senza contare le tre prove del suo storico gruppo temporaneamente tornato in pista – era stato preceduto nel 1974 da We Had It All. Proseguendo con questa cadenza, il prossimo disco di Walker dovrebbe vedere la luce (meglio: l’ombra…) più o meno nel 2017, con l’eccentrico musicista ormai settantatreenne. Giusto così, come affermano taluni, perché certa musica si può davvero apprezzare solo se centellinata? Sottoscriviamo, nella speranza che l’autore non confermi con i fatti il dichiarato intento di rendere meno episodica la propria presenza sul mercato: e non perché The Drift sia pretestuoso, povero di anima o esteticamente poco riuscito, ma perché la sua specialità sarebbe in parte svilita dal divenire, appunto, “norma”, cliché da riciclare ogni due/tre cambi di calendario a beneficio di un pubblico e di una critica che – fidatevi – diverrebbero via via meno plaudenti.
Strano disco, The Drift. Magari non per chi conosce Tilt, del quale è in sostanza la copia-carbone meno esangue e più sofisticata, ma di sicuro per tutti gli altri. Poco meno di settanta minuti di sonorità dilatate e minimali, talvolte sostenute da una batteria essenziale o graffiate da qualche accenno pseudo-rumorista, alle quali funge da filo conduttore un canto “innaturale” che si lancia in performance (melo)drammatiche di profonda, abissale malinconia. Una solennità strozzata e cupissima, quella di Walker, perfetta per questi dieci episodi spogli a dispetto della ricca strumentazione impiegata, tra i quali è impossibile trovarne uno che assomigli in modo anche molto vago a un singolo per le radio. Non c’è pop, in The Drift: appena una lontana, lontanissima eco morente in atmosfere che, avviluppando, suggeriscono un’impressione di estatica decadenza, di rovina incombente, di apocalisse prossima ventura. Nessuno stupore, quindi, che l’album porti il marchio della 4AD, etichetta da un quarto di secolo ama muoversi prevalentemente sul confine fra melodie eteree e suggestioni gothic, e nessuno stupore che in Clara – sottotitolata Benito’s Dream e, sì, il Benito è proprio quello: inutile, però, cercare un’apologia in un testo da incubo tanto quanto le armonie corrotte che lo accompagnano per oltre dodici minuti – affiori inattesa una voce femminile che per un attimo si riterrebbe di Nico, e che di Nico sarebbe certo stata se la chanteuse fosse ancora tra noi, su questa terra. A dominare, insomma, sono le tinte fosche fino al nero, come quelle dell’elegantissima confezione – splendido pure il libretto – che dell’opera costituisce il complemento… offrendo come unica immagine del suo titolare una foto sfocata e trattata in modo da farlo sembrare una specie di inquietante fantasma, un vecchio sciamano che detiene segreti svelabili solo in modo criptico.
E sono in effetti parabole, i brani di The Drift. Magari oscure ma non incomprensibili nel loro passare da Mussolini a Milosevic fino a Elvis Presley e le Twin Towers, evocando scenari dietro (e dentro…) i quali è facile perdersi. Un impressionismo musicale fatto di pennellate ora leggere e ora cariche, ma sempre giocate su cromatismi lividi, figlio di un’indole espressiva dove il gusto di raccontare storie va a braccetto con quello dello sperimentare in piéces di respiro teatrale, intensissime a dispetto delle apparenze algide e della cura maniacale rivolta alla corretta definizione di ogni dettaglio, di modulazione canora così come di arrangiamento, di scelta delle parole, di alternanza di “vuoti” e (pochi) “pieni”. Un mondo abbastanza alieno, notturno, tutt’altro che pacificato (sebbene A Lover Loves, proprio in chiusura, mostri bagliori di luce in fondo al tunnel) e a tratti addirittura capace di far correre brividi lungo la schiena, dove potrebbero forse sentirsi almeno in parte a loro agio altri grandi visionari come Tom Waits (ascoltate l’assurda voce di Paperino al termine di The Escape: non potrebbe essere una delle mille stramberie dell’Orco di Pomona?) o Vinicio Capossela. Per cercare di descriverlo, qualcuno ha ha tirato in ballo una sorta di trait d’union fra la tragedia greca e i drammi wagneriani, e la pur astrusa definizione ha tutto sommato un suo perché… senza dimenticare che Scott Walker – a proposito: imminente il documentario a lui dedicato 30 Century Man, con la produzione di David Bowie per la regia di Stephen Kijak – viene dal crooning, si è bagnato nella new wave e compone con ottimi risultati colonne sonore. Una magnifica anomalia, lui e The Drift, alle cui ipnotiche, ermetiche, opprimenti fantasie sarà bellissimo abbandonarsi. Sempre che, dopo il primo, presumibilmente impegnativo, ascolto, non si capisca che è troppo e si fugga via sbattendo la porta.
Tratto da Mucchio Extra n.24 dell’inverno 2007

Categorie: recensioni | Tag: , | 3 commenti

Navigazione articolo

3 pensieri su “Scott Walker (2006)

  1. Artista difficilissimo ma davvero affascinante, nel senso di come possa essere affascinante fare un viaggio di sola andata in abissi di disperazione, solitudine, angoscia. Mi ci vuole il coraggio di riascoltarlo, ma il primo ascolto è stato travolgente.

  2. Quanto manca Mucchio Extra…grande articolo

  3. Your Loyal Translator

    Scott Walker, l’inafferrabile. Per quanto in un’occasione o due io abbia cercato di affrontare opere quali Tilt o The Drift, la vita ha sempre avuto il sopravvento. Morale della favola mi fermo a canzoni come Big Louise o Boy Child (per me il suo capolavoro assoluto). Bello il dvd “Scott Walker: 30 Century Man”. Grazie Federico!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: