Lou Reed & Metallica

Esattamente due anni fa, il 17 ottobre 2011, scrissi questa recensione, che sarebbe stata pubblicata nel numero di novembre del Mucchio. Scelsi la bizzarra collaborazione fra Lou Reed e i Metallica come “album del mese”, fregandomene della stupidissima consuetudine che tale ruolo vada riservato solo ai dischi “belli”: almeno per come la vedo io, non ci sono controindicazioni a concedere uno spazio esteso e la massima evidenza a lavori di sicuro rilevanti a livello di attenzione mediatica, anche se qualitativamente discutibili.

Reed-Metallica copLulu (Mercury)
Siamo abituati a tutto e nulla più ci spaventa. Nemmeno i side-project più assurdi, nemmeno i sodalizi sulla carta più improbabili, nemmeno le operazioni che sembrano proprio dire “con questa si farà grande scalpore a prescindere e allora perché no, visto che tanto ormai i dischi non li compra più quasi nessuno?”. Che poi, nella circostanza in questione, cosa potrebbe mai fregare a Lou Reed e ai Metallica di aggiungere (svariate) centinaia di migliaia di copie vendute al loro bilancio di rockstar di notorietà planetaria? E allora, sì, viene da credere alla vecchia favola degli artisti che si incontrano per caso, si annusano, si piacciono e si trovano a collaborare in maniera spontanea, solo per amore della libera espressione creativa. Chissà com’è andata davvero, con questo “strano” album che offre dieci tracce suddivise in due compact per una durata totale che sfiora l’ora e mezza. Si sa che Lou Reed aveva nel cassetto alcuni testi – intriganti, a fidarsi di quanto si coglie senza poterli leggere su carta o schermo – attinenti a una piece teatrale rimasta ferma a livello di demo, per i quali avrebbe dovuto comporre musiche alla Lou Reed, ma che non avendo granché fantasia di rimetterci mano abbia chiesto ai Metallica di inventarsi “un po’ di casino” sul quale declamarli. Ok, si scherza: non sarà successo esattamente questo, ma la realtà nuda e cruda è che nell’intera scaletta si fa fatica a trovare una canzone in senso stretto: escludendo la ballata Junior Dad collocata in chiusura (diciannove minuti compresa interminabile coda strumentale), il guru newyorkese recita e accenna a tratti melodie mentre i suoi più giovani partner organizzano un tipico armamentario di riffoni, assoli, offensive ritmiche e seconde voci rabbiose, salvo concedersi – sempre che siano loro: non avendo accesso ai credits, il dubbio c’è – occasionali momenti molto più tranquilli a base di rarefazioni dal sapore ambientale (a scanso di equivoci, ambienti piuttosto insalubri).
Possibile, se non probabile, che parecchi addetti ai lavori si facciano intimidire dalla statura degli artisti e spendano elogi dicircostanza alla loro audacia, equiparando così queste nostre tiepide righe all’urlo catartico con cui Fantozzi dichiara la propria opinione su La corazzata Potëmkin. Fa nulla. È però certo che nella sua ormai quasi quarantennale carriera solistica Reed non ha lesinato in mosse inattese e spiazzanti: dal terrorismo rumorista di Metal Machine Music alle deviazioni jazz di The Bells fino all’imponenza concettuale di The Raven, alle sonorità per accompagnare le pratiche del Tai Chi di Hudson River Wind Meditations e alle “sperimentazioni” del The Creation Of The Universe uscito a nome Metal Machine Trio, i suoi cultori ne hanno viste di belle. Per non dire dei concerti, dove le esecuzioni sono talmente stravolte – Bob Dylan docet, insomma – che per riconoscere i pezzi bisogna confidare nelle parole. Lecito quindi pensare che gli ultrà del Nostro potranno trovare in qualche misura stimolanti le convulse bizzarrie di Lulu, allo stesso modo in cui quelli dei Metallica si metteranno le mani fra i capelli e parleranno di sacrilegio: a correre più rischi di gogna sono dunque questi ultimi, che forse avrebbero fatto meglio a “nascondere” la pur prestigiosissima collaborazione evitando di attribuirsene la contitolarità.
Non è comunque “una cagata pazzesca”, Lulu. È però senz’altro prolisso, ostico per orecchie impreparate e tutto sommato inconcludente, nel senso che non si capisce bene dove voglia andare a parare né soprattutto se riesca a centrare gli obiettivi fissati dall’improbabile quintetto e dai coproduttori Greg Fidelman e Hal Willner. Più che un evento artistico, sulla cui piena riuscita riteniamo sarebbero stati in pochissimi a scommettere, è un evento mediatico, ottimo per questi anni sempre più assurdi in cui la comunicazione e il sensazionalismo hanno un peso maggiore della cara, vecchia sostanza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.688 del novembre 2011

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