Fire Theft

Cari amici lettori, un po’ mi lasciate perplesso. Possibile che quando posto articoli dedicati ad artisti famosi i click abbondano, e quando invece azzardo qualche nome semisconosciuto si fatica ad arrivare a un centinaio? Eppure ormai dovreste sapere che se propongo qualcosa è difficile che faccia cagare… o no? In ogni caso, dato che da sempre propagando anche musica poco nota, non demordo. Beccatevi allora il debutto dei Fire Theft, che proprio di questi tempi ha compiuto dieci anni.

Fire Theft copThe Fire Theft (Ryko)
Quando lo si affida per la prima volta al lettore, magari ascoltandolo un po’ distrattamente mentre ci si dedica ad altre incombenze, l’esordio dei Fire Theft fa uno stranissimo effetto: cattura spesso l’attenzione, quasi pretendendo che ci si concentri sui suoi elaborati intrecci di suoni, ma finché non si ha la possibilità di esplorarlo a fondo continua a sfuggire a ogni tentativo di inserirlo in una precisa casella dell’immenso data-base del moderno rock. Ma anche dopo, quando si ritiene di averne almeno afferrato il senso, le sorprese non mancano, al punto che ci si scopre a interrogarsi su quale possa essere il termine più adatto a inquadrarlo: forse roots-rock progressivo? O folk psico-narcolettico? O, magari, emo-pop sinfonico? E perché non tutte queste cose assieme, considerato come la band di Jeremy Enigk, William Goldsmith (per ambedue trascorsi importanti nei Sunny Day Real Estate) e Nate Mendel (tuttora nei Foo Fighters) sembri avere come obiettivi primari la contaminazione tra diverse matrici sonore e la creazione di uno stile evocativo se non addirittura visionario, che recupera moderne basi indie-rock e reminiscenze antiche – Beatles, Beach Boys, Led Zeppelin, Jefferson Airplane e quant’altro – per poi amalgamare il tutto nel crogiuolo di un’espressività apparentemente libera da rigide costrizioni di carattere formale.
Al di là delle sterili questioni di etichette, i Fire Theft – un nome, un programma: il riferimento è al Prometeo della mitologia greca, che rubò il fuoco agli dei per consegnarlo all’umanità – rappresentano certo qualcosa di bello nell’ambito del nuovo (?) rock statunitense, allo stesso modo in cui questo loro omonimo debutto è un singolare e stimolante trait d’union fra passato e presente del “classico” rock d’oltreatlantico, e quindi tra più generazioni di appassionati che credono di desiderare cose diverse quando in realtà si trovano sulla medesima lunghezza d’onda. Arzigogolato ma non ridondante, aperto a mille soluzioni ma non dispersivo, non sempre lineare ma comunque accattivante, The Fire Theft è uno di quei piccoli prodigi dai quali – se si possiede la giusta sensibilità – è facile farsi conquistare: cinquantanove minuti di canto morbido, chitarre ora taglienti e ora vellutate, sezione ritmica ora poderosa e ora carezzevole, archi, fiati e assortite fantasie che partono da situazioni e soluzioni risapute per arrivare, chissà come, altrove. Ed è proprio un gran bel viaggiare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.547 del 23 settembre 2003

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Fire Theft

  1. Ehehehe, certo è vero Federico, ma con le notifiche via email accade talvolta che leggo il tuo post nella posta elettronica senza accedere al tuo blog… hai molti più lettori di quanto credi 😉

    Questa musica è più interessante di quello che può risultare a un ascolto superficiale, pur non conquistandomi fino in fondo; l’orecchiabilità in qualche modo inganna e nasconde ciò che evoca.

    In ogni caso ne convengo che anche se le troppe carezze dei brani raccolti mi stancano un po’, c’è del buono e qualche brano risulta più accattivante di altri.

    Certo se te mi proponi un giorno un gruppo interessantissimo come i Pink fairies e poi un altro un gruppo dignitoso, “che non fa cagare”, ma assai meno coinvolgente come i Fire Theft, non puoi chiedere lo stesso coinvolgimento di noi lettori, anche se proprio stavolta accolgo il tuo appello.

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