Pink Fairies

Non è successo spessissimo ma qualche volta, specie all’inizio di quella splendida avventura editoriale, anche su Extra si sono recensite ristampe di particolare interesse. Ad esempio, la storica produzione di una delle band-cardine della controcultura britannica dei primissimi anni ‘70, alla quale è proprio il caso di dedicare un po’ di attenzione.

Pink Fairies

La scena musicale underground inglese della fine dei ‘60, quella dove il risveglio dal sogno lisergico stava generando da un lato bizantinismi “progressivi” e dall’altro concitati sabba hard rock, era senza dubbio terreno fertile per creativi e sbandati: creativi e sbandati come i Pink Fairies, che fin dal bizzarro nome – “le fatine rosa” per quattro omacci pelosi? Molto, molto freak – si candidarono autorevolmente al ruolo di presenza destabilizzante, unendosi a un circuito che già vantava adepti illustri come Hawkwind, Edgar Broughton Band, Third World War e il guru Mick Farren, e che predicava – ponendo più o meno l’accento, a seconda dei casi, sulle questioni politiche – una way of life anarchica, hippy, libera. Non erano comunque novellini, i sovversivi che nel gennaio 1971 debuttarono su Polydor con il 45 giri The Snake/Do It: Paul Rudolph (chitarra, voce), Duncan Sanderson (basso, voce) e Russell Hunter (batteria) erano infatti stati i fiancheggiatori di Mick Farren nella fondamentale avventura Deviants, mentre l’altro batterista (e cantante) Twink – all’anagrafe John Alder – era reduce da esperienze con Tomorrow e Pretty Things e aveva appena pubblicato il suo esordio solistico Think Pink. Ed erano, a ben vedere, meno sbandati di come sono stati dipinti dalla leggenda, almeno a giudicare dai risultati artistici ottenuti in questa triade di album finalmente riproposti in edizione rimasterizzata dalla Polydor/Universal, con l’extra di preziosi inediti e rarità e ampie note informative.
Never Never Land, del 1971, è indiscutibilmente la pietra miliare da non farsi sfuggire, e non solo perché è l’unico ad avere in organico il poi dimissionario Twink: la ruvida irruenza hard dell’inno Do It, di See You Love Me, di Teenage Rebel (i Motorhead cinque anni prima!) e della The Snake opportunamente inclusa come bonus track, le fragranze pinfloydiane di Heavenly Man, la delicatezza blues (a metà tra Fleetwood Mac e Doors) di War Girl e gli oltre dieci minuti di convulsioni di Uncle Harry’s Last Freakout (un titolo, un programma) lo rendono infatti godibilissimo e brillante, al di là del suo valore di documento di un suono e un’epoca. Non sono però da trascurare What A Bunch Of Sweeties (1972), in generale più compatto (proto punk’n’roll rende l’idea?) anche se non per questo privo di aperture visionarie, e l’analogo ma più elaborato Kings Of Oblivion (1973), inciso dopo l’abbandono di Rudolph e l’assunzione della leadership da parte del nuovo innesto Larry Wallis. Tre grandi dischi, insomma, che confermano come la definizione “l’anello mancante tra il 1967 e il 1977” coniata a posteriori per il gruppo non fosse derivata dall’uso di sostanze stupefacenti.
Tratto da Mucchio Extra n.7 dell’autunno 2002

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Categorie: recensioni | Tag: , , | 1 commento

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Un pensiero su “Pink Fairies

  1. M’erano sfuggito e sono proprio una bella scoperta queste Fatine rosa!

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