Wire

Proprio ieri, a proposito dei Mission Of Burma, sono stati citati i Wire in quanto altri protagonisti di una reunion di strardinaria qualità (un evento non proprio comune) verificatosi grossomodo nello stesso periodo. Al di là del fatto che fra i due dischi intercorre circa un anno, e che quello dei Wire qui recuperato era stato preceduto da un paio di EP, è indubbio che esistano delle affinità.

Wire copSend (PinkFlag)
Come i due ep Read & Burn, il secondo dei quali disponibile solo tramite il sito ufficiale, che nel 2002 hanno sancito il ritorno della band dopo una dozzina d’anni di assenza dal mercato discografico, anche il nuovo album dei Wire presenta una veste grafica decisamente asciutta: una caratteristica, quella dell’essenzialità delle confezioni, dalla quale il quartetto britannico non ha peraltro mai voluto prescindere anche nelle precedenti fasi della sua gloriosa carriera, quasi a voler puntualizzare che la musica deve mantenere un ruolo primario rispetto alle questioni accessorie. Una filosofia condivisibile che in questo Send, comunque racchiuso in un digipak di suggestiva eleganza, trova sostegno nella qualità degli undici episodi, sorta di riassunto – non a caso sette di essi erano già apparsi nei suddetti due mini – del periodo che ha visto Colin Newman, Bruce Gilbert, Graham Lewis e Robert Gotobed tornare assieme dopo una separazione tanto lunga da sembrare definitiva;  paradossalmente, con uno spirito molto più vicino a quello degli esordi su EMI – chi non ricorda i mitici Pink Flag e Chairs Missing? – che non a quello delle realizzazioni anni ‘80 sotto l’egida della Mute.
In attesa della futura svolta, che sarà documentata da un terzo Read & Burn, il gruppo chiude (?) dunque i conti con il suo passato, inanellando brillanti performance “art” in stimolante equilibrio tra un rock minimale e urticante che non rinnega le sue matrici punk e una libera creatività dalle inclinazioni più cerebrali e di ricerca. Un suono ibrido che non ha però sgradevoli retrogusti nostalgici e che dietro il “mestiere” lascia trasparire un sincero trasporto emotivo, nonché un encomiabile desiderio di riprendere i discorsi abbandonati un quarto di secolo fa per approfondirne certi tratti che all’epoca, per le frenesie di rapida crescita tipiche della new wave e (forse) per la voglia di prendere le distanze dal punk, non avevano conosciuto pieno sviluppo. Intriga e appassiona, Send, con le sue strutture scabre, le sue melodie deviate, la sua complessa immediatezza, la sua energia e la sua notevole verve nel conciliare ardore e glacialità, istinto e ragione, stomaco (o cuore, se preferite) e cervello. Riaffermando i Wire tra i portabandiera di un rock maturo e assieme incosciente dal quale moltissimi giovani – perché gli anni dei quattro, in totale, sono circa duecento – dovrebbero prendere esempio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.530 del 22 aprile 2003

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Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Wire

  1. DDG

    Nel volume “Read & Burn: a Book about Wire” di Wilson Neate, uscito quasi insieme a “Change Becomes Us”, viene raccontata in dettaglio la storia di questa penultima reunion: il suono è asciutto come quello degli esordi, ma la genesi delle canzoni è molto più “artificiale”, e a risentirlo oggi a mio avviso la cosa si percepisce. L’ultima incarnazione, quella senza Gilbert, sembra la più equilibrata, “Change Becomes Us” è emozionante.

    • A me Send è piaciuto moltissimo, forse perché curiosamente non conoscevo ancora la storia dei Wire, avendo comprato Send insieme a 154; mi sono parimenti piaciuti moltissimo entrambi.

      Forse il fatto stesso di non averli vissuti come reunion, ma some tardiva scoperta, Send mi ha colpitoe mi ha colpito per forza emotiva e nel contempo intensità espressiva.

      Un disco del genere nel secondo millennio è davvero incoraggiante.

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