Mission Of Burma

Avrei potuto recuperare qualcosa che avevo scritto negli anni ‘80, al tempo della prima vita di questa formidabile band americana, ma tutto sommato aveva più senso togliere la polvere a questa recensione che ne celebrava con enfasi l’inatteso ritorno. In seguito sarebbero arrivati altri dischi eccellenti, ma questo primo capitolo della seconda vita del quartetto è quello al quale rimango più affezionato.

Mission Of Burma copONoffON (Matador)
All’inizio degli ‘80, quando vissero la loro breve e intensa carriera (“meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”, diceva qualcuno: almeno finché non si sprofonda nell’autolesionismo, siamo completamente d’accordo), i Mission Of Burma erano classificati come band art-rock: nel complesso casellario ideato dai media, insomma, Roger Miller e compagni erano nello stesso settore dei Talking Heads o dei Pere Ubu, in virtù di una pronunciata creatività che li portava a superare i limiti del punk – che rimaneva, comunque, la loro solidissima base di partenza – a favore di ibridazioni con il pop e la psichedelia e di accenni sperimentali, il tutto calato in un rumoroso contesto di grande eclettismo ritmico e di trame canore piuttosto insolite. Uno stile intelligente, personale e ricco di stralunato carisma, insomma, purtroppo documentato in origine solo da un singolo, un EP e un album (Vs, del 1982) e quindi – a riprova del valore e della seminalità del gruppo – approfondito da alcune uscite postume.
Quando nel 1983 la band di Boston decise di separarsi, ufficialmente a causa dei problemi causati dall’alto volume alle orecchie del leader, la sensazione fu quella di qualcosa di lasciato a metà, di interrotto. Un filo anzitempo reciso che i Nostri, forse anche influenzati dalla buona risposta ottenuta dalle tre ristampe in CD curate nel 1997 dalla Ryko, hanno finalmente riannodato con questo ONoffON, che già dal titolo e dall’immagine di copertina chiarisce senza possibilità di equivoci la loro volontà di riaccensione. Pur riprendendo il discorso proprio dove esso si era interrotto oltre vent’anni fa, il secondo album dell’ensemble americano è – magnifico paradosso! – tutt’altro che superato: al di là del fatto che nel frattempo i musicisti hanno infinitamente perfezionato la tecnica e accresciuto la loro consapevolezza, i quindici episodi del CD (oppure doppio 33 giri, per i cultori del sacro vinile) si rivelano brillantemente in sintonia con lo spirito e la forma del miglior indie-rock dei giorni nostri, sviluppando un intrigante e appassionante mix di irruenza, riflessività, acume compositivo, melodie più o meno corrotte e desiderio di non subire il giogo dei cliché.
Filosoficamente e orgogliosamente alternativi, i Mission Of Burma, e più che mai determinati. Chiunque apprezzi il rock deviato non potrà non riconoscere che assieme a quella dei Wire – ai quali Miller e soci sono qua e là accostabili: l’iniziale The Set Up, ad esempio, non lascia alcun dubbio in merito – ci troviamo di fronte alla più straordinaria rentrée discografica dell’ultimo biennio. E non solo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.582 del 6 aprile 2004

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Mission Of Burma

  1. Piero

    Band spettacolare, ripensavo oggi al gran concerto di Bologna dell’anno scorso e ho riascoltato di seguito l’ultimo Unsound e proprio OnOffOn.

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