Flesh Eaters

Fatico a crederci, ma in ormai quasi nove mesi di blog non avevo ancora recuperato nulla di una delle mie band preferite degli anni ‘80, la cui carriera, benché più diradata, è però proseguita nei decenni successivi. Parlo dei cattivissimi Flesh Eaters del cantante (e molto altro) Chris Desjardins, figura di spicco del primo punk di Los Angeles e personaggio significativo anche oltre: questo è il loro ultimo album.

Flesh Eaters copMiss Muerte (Upsetter)
L’avventura dei Flesh Eaters è iniziata nel 1977 e prosegue ancor oggi, seppure tra pause, ripartenze e cambiamenti di organico; contando i due EP, altrettante antologie e un raffazzonatissimo live, i dischi usciti a nome della gloriosa compagine di Los Angeles sono ben tredici, numero che sale fino a venti se nel computo si inseriscono i lavori che Chris Desjardins – singolare artista a 360°, che opera come poeta, giornalista, attore e regista cinematografico oltre che cantante – ha realizzato in proprio e alla guida degli altri suoi più importanti gruppi, i Divine Horsemen e gli effimeri Stone By Stone.
Pubblicato quattro anni e mezzo dopo quell’Ashes Of Time del quale sono stati davvero in pochi ad accorgersi, Miss Muerte ripropone la già nota ma sempre eccitante formula sonora della band, a base di punk’n’roll secco, compatto e tagliente, screziato di assortite citazioni roots e marchiato dall’inconfondibile – tanto che non ci sono mezze misure: o lo si ama o non lo si sopporta – canto acido e abrasivo del leader al quale spesso si affiancano la seconda voce e i cori di Julie Christensen e/o i cori di Juanita Myers. Uno stile crudo, minimale ed esplicito come la copertina del CD e come i pur liricissimi testi, all’insegna del binomio amore-morte tipico delle migliori tradizioni popolari ma impreziositi da immagini inquietanti, bizzarre metafore e rime di grande effetto (una su tutte, che è meglio non tradurre per non avvilirne in parte il torbido fascino: “Hotwire my soul to the on/off switch / Make me a coldhearted sonofabitch”). Certo, l’età ha reso Desjardins meno feroce e selvaggio rispetto al passato, al punto che i dieci episodi – la title track è proposta in due versioni – sono forse più vicini a quelli dei Divine Horsemen che a quelli dei Flesh Eaters “storici”, ma l’eventuale imborghesimento è questione di sfumature e non di sostanza: la musica dell’ensemble rimane infatti nervosa, vibrante e cattiva, colonna sonora ideale per un B-movie intriso di efferatezza e morbosità nel quale non mancano peraltro le suggestioni positive.
Immutabili e inossidabili, i Flesh Eaters, e coerenti con un discorso espressivo troppo anticonvenzionale e “fuori moda” per non essere frutto di una visione artistica un po’ deviata ma senza dubbio genuina e figlia di una sensibilità poco rassicurante ma prodiga di soddisfazioni per quanti sapranno coglierne la perversa magia. È così da venticinque e più anni e così resterà; ed è così, naturalmente, adesso, con un album che non è magari all’altezza delle ormai leggendarie prove della prima metà degli ‘80 (a partire da A Minute To Pray, A Second To Die) ma che urla, geme, lacera, strazia, ferisce.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.573 del 6 aprile 2004

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Flesh Eaters

  1. Gian Luigi Bona

    Grande gruppo, dopo Dead Kennedys e X erano e sono i miei preferiti in quei giorni dei primi ’80.
    Si sa se ci sono ristampe, magari Deluxe, in arrivo ?

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