Jonathan Fire*Eater

Dopo quella degli Amen di ieri, recupero una recensione di un altro di quei dischetti “dimenticati” che non hanno certo fatto la storia del rock ma che, insomma, rimangono brillanti e validi. Questa band americana con un nome che fa pensare a un solista ha pubblicato due album e un mini nella seconda metà degli anni ‘90. A riascoltarla oggi, mi sembra ancora molto, molto godibile.

Jonathan Fire Eater copWolf Songs For Lambs (Dreamworks)
Piaceranno di sicuro a chi ha apprezzato le magie visionarie degli Eels, i Jonathan Fire*Eater (un quintetto, nonostante il nome da solista), o a quanti collocano tra i propri album preferiti l’omonimo esordio – anno 1976, produzione di John Cale – dei Modern Lovers di Jonathan (ooops!) Richman. O magari a chi non ha mai neppure sentito nominare i due gruppi di cui sopra, ma coltiva nel cuore una (inconsapevole?) attrazione verso il rock scarno e sbilenco – più nell’attitudine che nella forma – e per le canzoni costruite sulla freschezza e l’istinto, per le quali l’impatto emozionale, l’energia e la libertà di assecondare la propria indole anche stralunata contano molto di più della fedeltà a questo o quel cliché.
Suonano pop’n’roll allucinato e vibrante, i Jonathan Fire*Eater. Figlio dei ‘50 e dei ‘60, del rockabilly e della psichedelia, del garage e delle ballate notturne. Lo fanno con intelligenza e trasporto, come dei Rolling Stones del periodo Decca con meno lirismo (e pose) ma con in più un gusto particolare per l’eccentrico, sfruttando al meglio una strumentazione “classica” – basso, batteria, chitarra e organo – e un naturale talento compositivo che in queste “canzoni da lupi per agnelli” appare ancor più pronunciato rispetto al precedente – e già ottimo – Tremble Under Boom Lights. Sono originari di Washington ma vivono nel fertile ambiente newyorkese, i cinque ragazzacci, e una delle loro migliori qualità è quella di mostrare nello stesso tempo il volto più raffinato e intellettuale e quello più crudo e sanguigno di quella strana cosa chiamata rock’n’roll. Una art-band “da strada” di cui, se la musica la si vive da uomini e non da zombie, è fin troppo facile innamorarsi. Perdutamente.
Tratto da Audio Review n.178 del febbraio 1998

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