Cody ChesnuTT

Mi occupo raramente di black music. Nelle “mie” riviste c’è sempre chi sa farlo meglio di me… e, poi, perché rischiare figuracce addentrandomi in ambiti che, pur non essendomi certo ignoti, non conosco bene come altri? Ciò non toglie che, di tanto in tanto, mi dedichi a dischi o artisti che mi hanno particolarmente impressionato e/o appassionato. Con Cody ChesnuTT, che per dare un (bel) seguito a questo suo esordio ha atteso addirittura un decennio, è andata proprio così.

ChesnuTT cop

The Headphone Masterpiece (Ready Set Go!)
C’è da essere incantati – anche l’eccesso, del resto, può costituire una forma d’arte – dalla sfrontatezza con cui la gente coloured sottolinea le proprie qualità, reali o presunte che siano: una spavalderia che di rado è tronfia ostentazione non sostenuta da solide fondamenta, e che nella maggior parte dei casi è invece solo espressione di notevole fiducia nei propri mezzi, tentativo di darsi la carica, esorcizzazione di tensioni magari a lungo represse. Tale indole, che trova i suoi sviluppi forse più plateali nel campo dello sport e della musica, ha adesso un nuovo profeta in Cody ChesnuTT (il Nostro, per ragioni sconosciute, reclama la doppia maiuscola conclusiva), americano più o meno trentenne rivelatosi al mondo con la partecipazione canora – in The Seed (2.0), da lui (co)firmato – a Phrenology dei Roots: non è infatti usuale, neppure per un panorama ricco di guasconi e guappi come quello hip hop, esordire con un album doppio intitolato il capolavoro da cuffia, che allinea ben trentasei brani (più sezione CD ROM) ed è stato realizzato in uno studio casalingo battezzato The Sonic PromiseLand; un album che, inoltre, è interamente composto, arrangiato, suonato, prodotto e registrato dal suo titolare, le cui sole deroghe al principio dell’autarchia sono nella concessione di un pizzico di gloria – camei, e nulla più – a tre ospiti.
Il punto è che, al di là di ogni sensazionalismo giornalistico e di ogni ragionevole dubbio, The Headphone Masterpiece è davvero un capolavoro: un capolavoro di black music a 360° che, in contrasto con ciò che sarebbe ragionevole ritenere, con l’hip hop convenzionalmente inteso ha legami attitudinali e tecnici piuttosto che stilistici. Certo, Cody non manca all’occorrenza di lasciarsi andare a un rapping dalla scansione peraltro poco serrata (accade ad esempio nella cupa B!%@*, I’m Broke, dove “B!%@*” sta ovviamente per “Bitch”), ma nella massima parte degli episodi il suo mondo (meglio: universo) espressivo è soprattutto quello di un soul per lo più pacato ma non per questo povero di anima (Serve This Royalty, The Most Beautiful Shame o la splendida Smoke And Love, per limitarci solo a qualche citazione), ma anche di un funk mai troppo frenetico e comunque incisivo (la compatta Upstarts In A Blowout, la più scarna Michelle, la già citata The Seed che è qui proposta in una versione più soft) di un folk chitarristico un po’ allucinato ma sempre assai evocativo (la trascinante Eric Burdon – si chiama proprio così – o il frammento Enough Of Nothing), di una pseudo-psichedelia dai toni scurissimi (Juicin’ The Dark, dove la voce è quasi un sussurro alla Suicide e dove si fa strada, o almeno così pare, persino un theremin), di un pop intelligentemente “ruffiano” (affidata a Lenny Kravitz, una Look Good In Leather sarebbe un’hit mondiale), di una “sperimentazione” a base di trattamenti elettronici capace di assumere connotati inquietanti (With Me In Mind, solcata dalla suggestiva recitazione di Sonja Marie, la più ossessiva e distorta The World Is Coming To My Party o So Much Beauty In The Subconscious), di altri elementi sui quali lo spazio e il timore di scadere nel didascalico – nonché il desiderio di non svelare le infinite sorprese celate in questi solchi – ci impedisce di soffermarci. Basterà dunque aggiungere che quella di perdersi nei tortuosi meandri della creatività di Cody ChesnuTT è un’esperienza senza dubbio meritevole di essere vissuta: per il valore dell’opera, la cui sincerità è esaltata da una fascinosa registrazione in lo-fi piena di spigoli e imperfezioni, e per il genio dell’artista, che ondeggia tra carnalità e spiritualità (e peccato che la confezione non includa i testi: la lettura mostrerebbe sicuramente qualcosa in più del semplice ascolto) mettendo in luce un talento e un carisma che sono prerogativa di pochi grandi.
Non è facile dire se l’attuale situazione del mercato discografico potrà consentire al musicista di Atlanta (ma ormai naturalizzato di Los Angeles) di emergere come meriterebbe, e nel caso ci sarebbe seriamente da temere per la sua capacità di evitare tentazioni e corruzioni: il coraggio e l’acume fin qui dimostrati nell’autogestirsi dopo il crollo della sua recedente avventura con i Crosswalk (un contratto poi rescisso dalla Hollywood e nessuna uscita all’attivo: ancora una volta, complimenti alla lungimiranza) autorizzano comunque a sperare. Qualsiasi cosa riservi il futuro, The Headphone Masterpiece rimarrà però sempre un monumento, il gustosissimo frutto di una di quelle rarissime alchimie che tanto sono utili a restituirci entusiasmo nella musica quando siamo sul punto di credere che nulla potrà più davvero eccitarci. Cody ChesnuTT non inventa nulla, ma sa centrifugare Curtis Mayfield, Sly Stone, George Clinton, Prince, Ben Harper e tanti altri maestri con un’ispirazione, un gusto, un eclettismo e una modernità che lasciano stupefatti. Ci piace credere, sperando di non essere presto smentiti, che nel firmamento della musica nera si sia accesa una nuova stella.
Tratto da Mucchio Extra n.10 dell’Estate 2003

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Cody ChesnuTT

  1. Nica

    Notevole/musica/musica!!

  2. Gian Luigi Bona

    Capolavoro, consigliatissimo per chi ama la musica black

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