P.G.R. (1)

Per chiudere in bellezza la settimana, alle cinque interviste singole ne seguono due a più voci. Comincio da questa, con Giovanni Lindo Ferretti e Gianni Maroccolo, realizzata poco prima dell’uscita dell’esordio dei PGR, per il quale la band finì anche sulla copertina del Mucchio settimanale.

PGR foto 1

Il fuoco dalle ceneri
Una splendida giornata di sole primaverile, un tavolo all’aperto in un giardino della campagna toscana e alcuni bicchieri di ottimo vino rosso: questi i preziosi elementi di contorno della lunga chiacchierata nella quale Giovanni Lindo Ferretti e Gianni Maroccolo hanno soddisfatto ogni nostra curiosità a proposito dei P.G.R., la nuova avventura – figlia dei C.S.I. e nipote dei CCCP, ma brillantemente diversa – che condividono con Giorgio Canali, Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco. Giovanni, seppur concedendosi qualche improvvisa esplosione di vivacità, parla come sempre in modo pacato ma autorevole, fissandoti con quei suoi occhi penetranti che lasciano trasparire la saggezza di chi tante ne ha vissute; Gianni, invece, nasconde lo sguardo dietro gli occhiali da sole, raccontando la sua parte di verità con la consueta aria sorniona e simpaticamente snob. L’impressione, tanta sembra la loro voglia di spiegarsi, è che potrebbero tranquillamente fare a meno delle nostre domande.
Sarà banale, ma le circostanze impongono un riassunto della genesi dei P.G.R.
(GLF) Tutto è dipeso dalla volontà di Gianni Maroccolo, o, meglio, dalla sua testardaggine. I C.S.I. sono morti nel nostro cuore e nella nostra testa con i concerti in Bosnia del giugno 1998, per poi morire realmente con il tour estivo tenuto senza Massimo Zamboni nell’estate 2000. Siamo quindi entrati in una specie di “non-esistenza” che Gianni, Francesco e Giorgio, in forma molto diversa, non hanno accettato, mentre per me era abbastanza naturale: sebbene la musica mi permetta di vivere da vent’anni non ho mai desiderato essere né musicista né cantante, per me questa mia “profeessione” continua a essere una casualità della vita.
Insomma, tu ti saresti ritirato a vita privata. Però c’era di mezzo il contratto con la Universal, se non erro per altri tre album.
(GLF) Infatti. In verità avevo chiesto di stracciarlo, ma la Universal non ha voluto saperne. Ho dunque dovuto tener conto del fatto di avere al mio fianco musicisti di grande valore la cui vita e la cui attività sono vincolate da un accordo che contempla anche me: oltre all’amicizia e alla grande stima, questa è stata la più forte motivazione di fondo che mi ha mantenuto legato a loro. Io, però, sentivo di aver bisogno di un po’ più di tempo prima di iniziare una nuova storia, ma poi sono accadute cose concrete che hanno cambiato le carte in tavola.
Vale a dire?
(GLF) Da una parte il mio disco da solista, Co.dex, che in origine avrei dovuto realizzare assieme a Massimo e che ha decretato una rottura netta con il mio passato: anche dal punto di vista musicale, perché per la prima volta mi sono confrontato con approcci mai considerati prima. Poi c’è stato lo straordinario evento di Montesole dell’anno scorso, dove ho invitato tutti loro – Gianni, Francesco, Giorgio e Ginevra – a “esistere” per un’unica sera per realizzare un qualcosa che mi stava particolarmente a cuore: in quel posto si è creato un atto d’amore che, dopo la giusta gestazione, ha prodotto una nuova vita.
E come si è svolta, questa gestazione?
(GLF) Siamo un’accozzaglia di persone, ma prima di tutto siamo individui: non sono riuscito a reggere il senso di colpa procuratomi da Gianni e Giorgio, che hanno trascorso mesi e mesi in studio per liberarsi dei suoni dei C.S.I. pur di convincermi ad avviare una nuova storia. Quando Gianni premeva per stringere i tempi io cercavo di dilatarli, ma alla fine mi sono arreso.
Cosa significa “trascorrere mesi e mesi in studio per liberarsi dei suoni dei C.S.I.”?
(GM) Dovevamo affrancarci soprattutto dal peso dei C.S.I., che non solo erano per molti versi “eccessivi” ma sono stati anche “importanti”  per parecchia gente, come del resto i CCCP: quindi, non bastava passare da un basso Fender a un Rickenbacker o da una chitarra Gibson a una Fender. Già all’epoca di Tabula Rasa Elettrificata avevo stimoli diversi e mi sarebbe piaciuto muovermi in altre direzioni, ma in quel periodo fra di noi non si parlava molto e sarebbe quindi stato difficile coinvolgere gli altri in questa mia esigenza. È stato un meccanismo complesso, non limitato a un cambio di suono e di nome: c’è stato bisogno di sperimentare a lungo e di tornare alla dimensione in cui mi trovavo negli anni ’80, quando si suonava per il gusto di suonare, in assoluta libertà. Dopo il crac non avevamo escluso che un domani sarebbe potuto accadere qualcosa, ma comunque volevamo che avesse poco a che fare con i C.S.I., per rispetto di noi e del nostro pubblico.
E come hai fatto a convincere il recalcitrante Ferretti?
(GM) È dagli anni ’80 che mi chiamano “martello” o “locomotiva” e, anche se il tempo passa, l’indole rimane la stessa. A Giovanni arrivava ogni mese un CD con il “riassunto” di venti giorni di prove, per cui alla fine si è trovato sette-otto CD da ascoltare. Una tappa fondamentale è stata la serata di Montesole, anche se in merito non ci siamo detti nulla; non ho avuto il tempo di codificare niente perché quel che è venuto fuori è stato talmente bello di per sé che il resto è passato in secondo piano. Comunque già lì era stato buttato qualche embrione di ciò che adesso si ritrova in questo disco.
Qual’è l’intenzione del progetto P.G.R., se così si può chiamarlo?
(GLF) Per il momento è solo un disco: quando fra qualche mese diventerà altro, forse allora potremo definirlo progetto.
OK. Allora, qual’era l’intenzione di questo disco?
(GLF) Per me è molto facile lavorare sulla musica di Gianni, se sono in sintonia con lui riesco a dare il meglio di me. Il mio obiettivo è trovare un’intesa che venga prima della musica: quindi, se c’è accordo umano con i miei soci, non ci sono difficoltà a fare canzoni assieme. Il problema si pone quando questo accordo manca, oppure quando andiamo in direzioni diverse: in quel caso nessun ritmo mi sembra funzionare, nessuna melodia mi fa piacere e tutto diviene banale e becero.
Alla luce del loro spessore e della singolarità delle loro architetture, pensate che sia corretto definire i vostri brani “canzoni”?
(GM) La nostra vicenda ha davvero poco di convenzionale. Noi, però, siamo convinti di fare canzoni, e neppure tanto strane. I C.S.I. e questo primo capitolo dei P.G.R. si differenziano nel fatto che siamo forse riusciti a “limitarci” un po’ condensando maggiormente i pezzi: una sintesi talvolta autoimposta e agevolata anche grazie alla presenza del produttore, Hector Zazou. Sul piano formale le nostre sono canzoni classiche, con strofe e ritornelli.
(GLF) Per noi sono canzoni, dando al termine il suo valore storico. Io non sono un poeta: ho accettato questa definizione dagli zulù, che mi hanno invitato a un festival di poesia, perché per loro i poeti sono quelli che cantano le memorie e la storia mentre il re si sposta per i villaggi. Ci sono versi che non pubblicherei su carta nemmeno se minacciassero di uccidermi, me ne vergognerei, ma sulla nota di un basso o sulla scansione di una ritmica o su una chitarra o su una tastiera fioriscono, pur con i loro limiti. La canzone permette di esprimere concetti molto complessi nella dimensione più bassa possibile, che è quella della vita naturale: più il concetto è alto e più la bassa dimensione diviene alta… “Non succube di ciò che si dice di qua sull’aldilà potrà guardarlo in faccia per quello che è quando arriverà” è una tiritera che chiude un pensiero per me stupendo che, scritto su carta, sembra una sciocchezza, quello che mi permette di pronunciarlo con dignità è il sapere che sotto c’è una struttura musicale: è un taglio netto a un sacco di polemiche sulla religione, perché io sono religioso ma anche molto ateo e la canzone mi dà la possibilità di affermarlo senza dovermi spiegare attraverso un saggio filosofico. Anche “l’amore non cantarlo è un canto di per sé più lo si invoca meno ce n’è” è una tiritera pazzesca, però nel nostro mondo, con i nostri problemi, può essere credibile solo sotto forma di ritornello.
Come si è svolta la preparazione di P.G.R.?
(GLF) Gli altri sono entrati in studio il 1 ottobre, quando io mio trovavo in Sudafrica. Sono tornato qualche giorno dopo e avevo con me sei testi, mentre loro avevano pronte otto strutture musicali. È bastato un ascolto per legarli assieme.
L’adattamento delle liriche è stato molto faticoso?
(GLF) Alcune si sono incastrate perfettamente, senza bisogno di ritocchi, altre hanno avuto bisogno di piccole rielaborazioni. Poi ho lavorato con Ginevra per trovare le giuste melodie e i giusti spazi. L’eccezione alla regola è Tramonto d’Africa: nessuna delle musiche elaborate era adatta per sostenere la lunghissima fila di parole che avevo scritto, molto più lunga rispetto a quella poi finita nell’album, e quindi ho chiesto agli altri di comporre appositamente qualcosa: volevo trame sonore che ricordassero l’Africa guerriera, orgogliosa della sua storia. Abbiamo incontrato più ostacoli del previsto proprio perché cercavamo di capirci dialogando, mentre tra noi la comunicazione è slegata dalla ragione: sarebbe stato meglio se avessi lasciato il testo sul tavolo in modo che Gianni, Giorgio e Francesco, leggendolo, potessero trovare spontaneamente la soluzione.
L’album ha un inizio solare e mistico, Krsna Pan Miles Davis e Coltrane, e una conclusione carica di angoscia, 11 settembre 2001. Le ragioni di questa scelta?
(GLF) Il testo di 11 settembre 2001 è stato il primo che ho scritto, dieci giorni dopo la tragedia, quando sono rimasto per un giorno intero nel blindatissimo aeroporto di Zurigo in attesa del mio volo per il Sudafrica. Ci sono eventi che cambiano la storia ma della cui portata non ci si rende conto in tempo reale – per esempio quando, in Afghanistan, i talebani hanno polverizzato le due enormi statue di Buddha: l’idea che qualcuno, con un atto di violenza estrema, possa distruggere qualcosa di cui non possiede neanche i confini temporali, è inimmaginabile – e altri che si rivelano subito come segni della fine di un mondo, ma senza che ne inizi automaticamente uno nuovo: la Rivoluzione Francese, quella di Ottobre, la caduta del Muro di Berlino… e quell’11 settembre, quando è successo qualcosa di molto più grande di quanto io riesca a dire, qualcosa che con il mio piccolo cuore e la mai piccola intelligenza vedevo molto al di là delle intenzioni umane che l’hanno provocata. In realtà il disco è 11 settembre 2001 e basta, si poteva fermare lì: è un colpo d’occhio su una cosa molto forte che non può essere affrontata dal punto di vista sociale, politico o religioso, e infatti i protagonisti sono un pompiere, un poliziotto e una persona che, essendo paralizzata, non può scendere le scale. In origine avrei voluto collocare il pezzo in apertura ma il colpo sarebbe stato troppo forte, così Gianni ha suggerito di inserirla alla fine: la prima canzone è quella che ha permesso di scrivere le altre ma nella scaletta le altre servono per arrivarci, la canzone è la fine perché tutto quel che c’è prima è un grande flashback. Per capire 11 settembre 2001 è necessario un brano sull’Africa, uno sull’Asia, uno sugli anni ‘70… In realtà l’album è fermo all’11 settembre: tutto quello che ho visto verificarsi dopo è lo sforzo di continuare a vincere di chi prima vinceva, e di approfittarne vincendo adesso di chi prima perdeva. Quello è un punto di passaggio obbligato per tutti, ma come sarà il futuro e com’è il presente nessuno lo sa: quelli che credono di saperlo mi fanno ridere, se sono miei nemici, e piangere, se sono miei amici.
Nel percorso P.G.R., come si inserisce il contributo alla colonna sonora di Paz? La versione “primordiale” di Settanta cos’era, una specie di prova generale?
(GLF) No, una sorta di questione privata, visto che conosco il regista Renato De Maria da vent’anni: lui voleva semplicemente una nostra canzone per il film, e per aiutarmi a realizzarla non avrei potuto rivolgermi ad altri se non a Gianni, Giorgio, Francesco e Ginevra. Avevo deciso che la scansione doveva essere da filastrocca: qualcuno doveva dire l’anno e qualcun altro doveva rispondere con frasi rubate alla “saggezza popolare” in una dimensione intima e privata. La struttura che avevamo non era però funzionale, così ne abbiamo presa un’altra e abbiamo inciso il tutto in un pomeriggio. Quando poi abbiamo lavorato con Zazou, dato che il pezzo rientrava nello spirito dell’album anche se non era C.S.I. ma nemmeno P.G.R., lo si è rielaborato e ricantato, togliendo i cori da piazza e inserendo una corista americana dalla pronuncia inverosimile.
(GM) Una curiosità: l’improvvisazione musicale originariamente scartata per Settanta, attraverso l’evoluzione con il lavoro di Zazou, è divenuta poi la base di 11 settembre 2001.
Riguardo a Hector Zazou, non è stato strano sottostare alle decisioni di un produttore esterno? Voi eravate abituati a fare tutto da soli.
(GM) Fin dall’inizio gli abbiamo chiesto di essere molto rigido con noi, cosa che ha saputo fare benissimo. Però si è trattato di uno scambio sia umano, visto che abbiamo incontrato una persona fuori di testa come e più di noi, sia artistico: Zazou è un musicista senza confini, in possesso di  una sensibilità paurosa e di una preparazione che gli permette di avere un occhio estremamente oggettivo. Ci ha dato un aiuto fondamentale nel trovare un nuovo linguaggio, per esprimere ciò che volevamo: noi avevamo chiara la meta ma non la strada per arrivarci, e lui è stato un traghettatore fantastico.
Zazou è stato “cercato” o “trovato”?
(GLF) Eravamo tutti convinti di volere un produttore, ma non era semplice trovare un nome che soddisfacesse tutti. Quando Gianni ha proposto Zazou, certo che non lo avessi mai sentito nominare, ho immediatamente approvato: avevo un suo disco che mi aveva incantato soprattutto per il lavoro compiuto sulle voci.
(GM) Doveva essere una scelta francofona, perché un sacco di cose ci legano alla Francia e al suo spirito: non a caso le altre nostre opzioni, magari meno praticabili per ragioni pratiche, erano Daniel Lanois e Brian Eno. A Hector avevamo chiesto di portarci lontano dal punto nel quale ci trovavamo come C.S.I., ma questo non è stato un problema perché il punto dove eravamo a lui non piaceva proprio. Volevamo un album senza confini, non legato necessariamente all’Italia, e ci interessava dare risalto alle voci, dato che abbiamo due cantanti veramente bravi e unici.
(GLF) Io non avevo mai cantato così: a meno che non fossi stonato o fuori tempo, ho sempre tenuto la prima versione. Lui, invece, mi ha obbligato a cantare in tutti i modi e in tutte le tonalità, nonostante io sia molto più sensibile alle parole che alla musica. E anche da Ginevra, che per noi incarnava l’eccellenza, ha preteso molto. Zazou aveva a disposizione due voci: una con tutte le doti possibili e immaginabili, l’altra con pochissime qualità, quasi al di sotto del necessario, ma con una grande forza e una notevole personalità. Il suo desiderio era confrontarsi con i limiti: nel mio caso molto forti ma con una capacità espressiva abnorme, nell’altro pressoché inesistenti ma con un’espressività limitata proprio dalla perfezione stilistica.
La veste grafica di P.G.R. è decisamente anomala: mancano l’immagine di copertina e i testi. Come mai questa inversione di tendenza rispetto ai C.S.I.?
(GLF) La Universal ci aveva posto dei limiti di spesa, e allora abbiamo optato per una scelta radicale: solo uno stampino sulla plastica della confezione, in modo da cercare di contenere il prezzo di vendita. Abbiamo poi scoperto con raccapriccio che le Universal di tutta Europa, per una serie di logiche corporative, fanno stampare i loro dischi in un’unica fabbrica che pratica tariffe sensibilmente più alte della media, e questo ha in parte vanificato il nostro sforzo. Comunque ci piaceva l’idea di tagliare con il passato anche nell’estetica del prodotto, rinunciando alla letterarietà: del resto, in tal senso, i libretti di T.R.E. e Linea gotica erano il massimo, considerato che – in quanto gruppo musicale – dobbiamo produrre CD e non libri. È bello che, da un’imposizione a fare di meno, sia scaturito qualcosa di diverso e creativo. Ovviamente, dato che le parole ci stanno comunque a cuore, abbiamo inserito una traccia rom con i testi, le note e una caterva di immagini da guardare o da stampare. Tutto, insomma, è nato da un’incazzatura con la Universal: il male per lo più viene per fare bene, il bene per lo più t’ammazza.
E il nome P.G.R.? Ancora una sigla…
(GLF) Ormai è un’abitudine. Siamo destinati alle sigle: anche gli altri nomi ai quali avevamo pensato, come Compagnia della Misericordia Figurata o Ex Voto, si prestavano a divenire sigle. Per Grazia Ricevuta esprime il concetto che una situazione al di là di noi ci ha dato l’opportunità di esserci di nuovo.
Possibile che non abbiate valutato l’ipotesi di rimanere C.S.I., e che la Universal non abbia fatto pressioni in questo senso?
(GM) Anche se non tutti lo abbiamo capito nello stesso momento, i C.S.I. hanno cessato di esistere musicalmente e umanamente a Mostar, nel giugno del 1998. Io non avevo dubbi sulla nostra fine, anche se forse avrei poi pensato alla convenienza di restare assieme, mentre Massimo Zamboni era convinto che l’esistenza continuasse pur stando lontani l’uno dall’altro. Poi c’è stata la fine “burocratica”, con la difficoltà di rapportarsi con la Universal che ovviamente tendeva a volere capra e cavoli: si sa che, quando in un gruppo ci sono problemi l’etichetta punta a salvaguardare la figura del cantante e il nome. Giovanni disse che avrebbe continuato a cantare solo con noi, noi abbiamo aggiunto che se avessimo ricominciato lo avremmo fatto in modo nuovo a partire dalla sigla: i C.S.I. comprendevano anche Massimo e sarebbe stato disonesto continuare a chiamarsi così… e inoltre, forse, volevamo anche avere uno stimolo in più. Alla Universal hanno storto un po’ la bocca, ma hanno accettato.
Dopo tanti anni, l’assenza di Massimo ha in qualche modo pesato?
(GLF) Per quel che mi compete, l’assenza di Massimo è stata una grande liberazione. Non ho remore ad affermarlo, visto che non siamo stati noi a cacciarlo dalla nostra storia ma è stato lui a cercare di distruggerla, e per un po’ c’è anche riuscito. Non so se con lui saremmo stati in grado di fare le stesse cose, ma P.G.R. esiste perché non c’è più lui: su questo non ho dubbi. Per me il rapporto con Massimo è sempre stato forte e positivo finché non è crollato, per gli altri è sempre stato problematico.
(GM) Massimo è sempre stato atipico e creativo: proprio perché, rispetto a me, Francesco o Giorgio, era un non-musicista, ha sempre svolto il ruolo di occhio “esterno”. I C.S.I. erano una band di cinque musicisti, cinque artisti, cinque produttori, cinque notai, cinque rompicoglioni… per forza le relazioni non erano facili, c’era da tenere in piedi un equilibrio spaventoso. Si parlava poco ma quello che abbiamo realizzato è stato, almeno rispetto allo stantio panorama italiano, clamoroso. Massimo avrebbe lasciato un vuoto difficile da colmare se avessimo continuato come C.S.I., ma i P.G.R. non possono sentire la mancanza di qualcuno o qualcosa perché sono una realtà nuova. È naturale che nell’immaginario, nella mente, nel cuore e nella memoria c’è un periodo che ci ha visti tutti assieme, però si sono verificati cambiamenti radicali.
Ginevra deve essere considerato un componente effettivo dei P.G.R.? Quel “featuring Ginevra Di Marco” è un po’ ambiguo.
(GM) Ginevra rappresenta la vera essenza di questa storia: il “featuring” è dovuto al fatto che noi quattro avevamo un contratto precedente con la Universal e lei no, ma è a tutti gli effetti parte attiva della band. È vero che la filosofia dei P.G.R. è quella del “gruppo aperto”, ma Ginevra è con noi fin dal primo giorno.
(GLF) Con questa formula Ginevra è libera di proseguire un percorso che è solo suo: finché esisteremo, comunque, lei sarà la nostra cantante. La sua apparente “estraneità” è dovuta solo a un problema contrattuale.
Ah, questi contratti…
(GLF) Io ho preso la mia decisione: una volta concluso quello in essere, non ne firmerò mai più. Non posso credere che quando siamo rimasti senza Massimo ci siamo trovati a dover rispettare in toto un accordo che avevamo firmato proprio perché c’era lui. In futuro firmerò tanti contratti quanti sono i lavori che farò, ma solo con una stretta di mano.
Qualche anticipazione sulla futura trasposizione dal vivo dell’album?
(GM) Ancora è presto, se ne parlerà a dicembre/gennaio. Ginevra è appena diventata mamma (a proposito: benvenuto, Iacopo!, NdI), Giovanni deve pensare alla sua scuola, Giorgio ha in uscita il suo nuovo disco da solista. Ce la prenderemo con calma, come al solito.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.486 del 14 maggio 2002

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “P.G.R. (1)

  1. dei tre album dei Pgr quello d’esordio è senz’altro il più riuscito, il secondo non mi dice più di tanto, era un ritorno al loro tipico rock ma senza la carica e la profondità, i “significati” dei csi.. il terzo un commiato tuttavia gradevole ma nel quale si sente la mancanza di coesione, anche per come era stato concepito, scritto e registrato

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