Ginevra Di Marco

Ferretti? Ce l’ho. Zamboni? Idem. Maroccolo? Anche. Canali? Certo. Per chiudere il cerchio dei musicisti-cardine del giro CCCP-CSI-PGR, quelli che hanno percorso più strada nel “giro” e che apparivano di norma nelle foto promozionali, mancavano solo Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco, coppia in musica e nella vita. Il primo, incredibile ma vero, non l’ho mai intervistato, mentre per rappresentare la seconda ho scelto questa chiacchierata di undici anni fa. Non solo significativa, ma anche piena di passione.

Di Marco cop

L’onestà del cuore
Un po’ a sorpresa, anticipando di poche settimane il lavoro a nome P.G.R. realizzato assieme agli altri ex C.S.I., Ginevra Di Marco è ritornata con un nuovo album da solista, intitolato con simpatica altisonanza Concerto n.1 Smodato Temperante: un disco inciso dal vivo in occasione di un concerto del febbraio 2001, nel quale versioni rivedute e corrette di parecchi episodi del precedente Trama tenue figurano accanto ad alcune significative e preziose chicche. Non potevamo davvero esimerci dal farci raccontare tutti i suoi piccoli segreti dalla stessa chanteuse, nel corso di un incontro appositamente organizzato a Roma un paio d’ore prima della serata di presentazione ufficiale del CD.
Pubblicare un secondo album dal vivo, che oltretutto contiene buona parte delle canzoni già incluse nell’esordio, è decisamente poco comune. A cosa si deve questa scelta così singolare?
L’uscita di Trama tenue risale al 1999, e da allora ho suonato dal vivo moltissime volte. Data dopo data mi accorgevo che stavo andando avanti, crescendo, mentre su disco quella musica rimaneva come l’avevo composta assieme a Francesco (Magnelli, NdI) anni prima e quindi non mi assomigliava ormai più. Io subisco, ovviamente in modo positivo, l’onestà del cuore, nel senso che per me è indispensabile che ciò che canto rifletta ciò che sono in quel momento: ho quindi pensato che prima di affrontare qualcosa di nuovo – ho già varie idee sparse e qualche provino, ma tutto è ancora indefinito a livello di direzione – fosse il caso di riproporre in veste aggiornata un repertorio che per me è sempre importante.
Immagino che sulla decisione sia pesato anche il fatto che Trama tenue è diventato quasi irreperibile.
Sì. Purtroppo ha visto la luce nell’ultimo periodo di vita della Sonica, quello successivo all’acquisto della PolyGram da parte della Universal, e poiché l’accordo di distribuzione tra l’etichetta e la Edel non ha poi avuto seguito è praticamente “morto” con la tiratura iniziale.
Guardando oggi Trama tenue, cosa vedi?
La perfetta fotografia di quel che ero quando l’ho realizzato, con tutti i suoi limiti e le sue bellezze. Nonostante l’esperienza acquisita con i C.S.I., impegnarmi in un progetto solistico ha significato tanto e mi ha fatto maturare in fretta, e non mi riferisco solo all’uso della voce: si trattava del mio primo disco, c’erano tante aspettative… e anche paure, visto che mi staccavo dalla mia band e non avevo accanto Ferretti.
Riconosci ancora, comunque, la validità delle canzoni.
Certo. La differenza principale è che allora ero un po’ allo sbaraglio, mentre adesso, quando scrivo e canto qualcosa, so già più o meno dove andrò a parare.
In Smodato temperante non hai però recuperato l’intera scaletta: vuol dire che i pezzi scartati erano inferiori o obsoleti?
Non necessariamente, ho preferito privilegiare quelli che secondo me avevano più possibilità di essere sviluppati in altro modo. Ad esempio, una Voci di richiamo ha un tipo di sonorità che mal si prestava a essere riadattata. Le sei canzoni selezionate, invece, sono state rielaborate per autentica necessità, con l’obiettivo di non soffocarne la forza e la passione.
Direi che alla fine forza e passione risultano accresciute. Se vogliamo, Trama tenue era un disco piuttosto etereo ed esile, anche se con qualche momento spigoloso, mentre qui, a tratti, andiamo quasi sul barocco.
Non volevo semplificare o scarnificare, ma mantenere l’energia che percepivo di quei pezzi. Volevo però che trasparisse attraverso corde diverse, non dall’elettricità ma da una frase di chitarra acustica o da un assemblaggio di suoni. Però l’approccio all’arrangiamento è simile a Trama tenue, anche se le sonorità sono diverse. Tu lo senti barocco?
In senso buono… direi maestoso, lirico, teso verso il bel canto. Nulla che sappia di artefatto, in ogni caso, visto anche lo scarso peso delle ritmiche.
È un album di larghissimo respiro, che si lega al mio attuale modo di cantare. In questi ultimi anni ho sentito la mia voce cambiare in maniera decisa, diventare più profonda e più bassa.
E poi l’aria che si respira nel live è anche un po’ “da raccoglimento”, quasi al confine con il misticismo.
È vero, ma è spontaneo. C’è una certa solennità, una certa vicinanza al cielo: ho solo seguito la mia indole, espresso quello che mi andava di comunicare, sono andata dove mi portava la voce. Ferretti dice che io sono una delle poche che canta con amore, e questo è anche ciò di cui si accorge la gente: il mio naturale tentativo di evocare qualcosa di più alto. C’è cupezza e profondità, ma questo non si traduce in depressione ma in gioia. Sono fatta così.
Presumo che le due cover presenti nel CD vogliano essere molto, molto più di una specie di riempitivo.
Infatti. Sia Khorakhanè di Fabrizio De André e Ivano Fossati che Ederlezi di Goran Bregovic sono da pareecchio parte delle mie scalette e nel mio percorso hanno significato moltissimo. Mi piaceva l’idea di dar loro una collocazione discografica che le facesse “rimanere”, perché tutto sommato è improbabile che continui a portarmele dietro ancora per molto.
Ed era logico che fossero immortalate in versione dal vivo: al di là di ogni discorso di carattere economico, una registrazione in studio sarebbe stata una forzatura.
Sono nati in quella forma e hanno vissuto la gioia della gente che li ha ascoltati dal vivo, perché per tanto tempo sono esistiti solo dal vivo. È giusto che rimanessero così.
Tra l’altro, ricordiamolo, Smodato temperante è un live “vero”, mentre di norma i dischi dal vivo sono pieni di ritocchi effettuati a posteriori.
Sì. E questo, nonostante qualche imperfezione, mi rende molto orgogliosa del lavoro. In particolare sono felice che il mixaggio, curato da Giorgio Canali, abbia permesso di conservare l’atmosfera dello spettacolo in teatro, una cosa abbastanza difficile da trovare nei live pubblicati da parecchi anni a questa parte.
Avete registrato solo quell’esibizione, sapendo che ne avreste ricavato un disco?
Sì, e questo generava un pizzico di apprensione. Proprio per sentirci quanto più possibile a nostro agio abbiamo organizzato il concerto a San Casciano Val di Pesa, vicino Firenze: a un passo da casa e in un ambiente che ci piaceva, e infatti prima di salire sul palco non avevamo più dubbi sulla buona riuscita di quello che ci accingevamo a fare. Inoltre eravamo reduci da una lunga serie di date, e quindi il meccanismo era oliato a dovere.
Smodato temperante ha anche il pregio tutt’altro che secondario di avere un prezzo di vendita assai contenuto.
E questa è un’altra cosa che apprezzo. Le poche copie superstiti di Trama tenue costano comunque venti euro, mentre il nuovo CD – come tutti quelli de Il Manifesto – è commercializzato ad appena otto euro. Visto quanto la situazione della discografia è drammatica, credo sia doveroso mettere in piedi simili iniziative.
Gli otto euro potrebbero anche aiutarti ad allargare il tuo pubblico: per quanto sembri assurdo, fuori dalla cerchia pur relativamente ampia degli aficionados il tuo è un nome “nuovo”.
È vero. Però, al di là delle implicazioni “pratiche” della faccenda, mi sembra che Smodato temperante sia più adatto ad avvicinare a me di quanto lo fosse Trama tenue. Lo sento ancora più comunicativo.
Non mi hai ancora detto nulla degli altri inediti.
Oltre a Khorakhanè, Ederlezi e la Terraluna uscita in Matrilineare, ce ne sono solo due: Luce appare è il primo pezzo registrato anni e anni fa da me e Francesco, ma che avevamo poi escluso dal primo album… l’originale era poco più di uno scarabocchio, in pratica ne è rimasto solo il testo. Tante Susanne dagli occhi neri, invece, è un brano dei Ci s’ha, una band che esordì nella collana Taccuini del Consorzio Produttori Indipendenti: il chitarrista e il bassista suonano con me. Ho anche prodotto il loro secondo album, che potrebbe uscire sempre con Il Manifesto.
Insomma, i rapporti con quanti ti accompagnano sono molto speciali.
Dal punto di vista degli arrangiamenti è Francesco a curare un po’ tutto, ma in genere lasciamo abbastanza mano libera ai collaboratori. Francesco indica la direzione, ma ci piace che gli altri partecipino in maniera attiva. Nessuno è il classico turnista, senza nulla voler togliere alla qualità e all’importanza del lavoro dei turnisti, ma per me è basilare avere a che fare con persone che sentano la musica come la sento io, come un continuo work in progress. A noi piace scambiarci le cose, coccolare le nostre conoscenze e vivere il nostro piccolo mondo nella maniera più sana possibile, perché intorno – a partire da quello che vedo nelle case discografiche, nelle radio e nelle televisioni – è tutto molto brutto. Cerchiamo di nutrirci del nostro, facciamo musica perché ci fa bene per la vita e ne siamo felici.
Hai anche tu l’impressione che quel momento “magico” dei primi ‘90, dove sembrava che alla musica italiana dovessero accadere un mucchio di cose splendide, si è definitivamente concluso?
La generazione dei vari Almamegretta, Casino Royale, Marlene Kuntz e Afterhours è diventata qualcosa di grande, ma all’orizzonte non si vede nulla di nuovo, non perché manchino le potenzialità ma perché il grande mercato si è richiuso nei confronti delle proposte alternative. Non solo le major fanno a gara a tirar fuori le cose più orribili e fasulle, ma vorrebbero anche farci credere che non ci si può sottrarre all’assurda logica delle playlist radiofoniche. Quella non è la realtà, la musica vera viaggia su altre frequenze. Purtroppo difficili da captare.
Immagino che su altre frequenze sarà anche l’album dei P.G.R., i nuovi C.S.I., la cui uscita è fissata al 12 aprile. Cosa puoi raccontarci al proposito?
È stato un lavoro lungo e bellissimo, che ci ha impegnato a fondo da maggio/giugno fino a dicembre. Volevamo ripartire da un punto diverso da prima, per arrivare altrove.
Però il vostro brano nella colonna sonora di Paz! non mi sembra staccare in modo così netto rispetto al passato.
Sì, infatti è decisamente fuorviante rispetto all’album. È stata la prima cosa realizzata dopo il nostro secondo incontro, e la strada da imboccare non era ancora chiara. Lo è diventata con il tempo anche grazie a Hector Zazou, che ci ha prodotti in maniera meravigliosa: il disco, rispetto ai C.S.I., è assolutamente elettronico, ma le sonorità che Hector ha saputo dare a quest’elettronica è di una raffinatezza e di un’umanità davvero uniche. Lui è stato anche cruciale nell’aiutare me e Giovanni a trovare un nuovo equilibrio tra noi: prima ero una “spalla” mentre ora siamo due identità distinte e complementari, e non solo perché lui ha scritto tutti i testi e io ho composto tutte le melodie. Si tratta di un album ostico, non c’è dubbio, però siamo ancora una volta riusciti a ottenere qualcosa di diverso, qualcosa che prima non c’era. E ne siamo molto fieri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.482 del 16 aprile 2002

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Ginevra Di Marco

  1. ginevra di marco è una delle più belle voci della musica italiana Punto! 🙂

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