Gianni Maroccolo

Prima Ferretti, poi Zamboni e ora, com’è logico che sia, tocca a Gianni Maroccolo, entrato negli ultimi CCCP – a seguire la lunga militanza nei Litfiba – e poi bassista (e altro: è un fine ideatore e gestore di suoni e “visioni”) in CSI e PGR. Fra le numerose interviste presenti nel mio archivio ho optato per questa, realizzata all’epoca dell’uscita del suo primo e tuttora unico album solistico.

Maroccolo foto

In perfetta “solitudine”
Ventidue anni dopo che il suo nome è apparso per la prima volta sulla copertina di un disco, e a seguire le varie esperienze da protagonista – Litfiba e C.S.I. le due più rilevanti – collezionate nel rock italiano alternativo e ufficiale, Gianni Maroccolo debutta in proprio con un album particolare, che esalta il suo spessore di artista e organizzatore di suoni e nello stesso tempo lascia spazio alle parole e alle voci di tanti personaggi di spicco che con lui hanno diviso, in un modo o nell’altro, tranche più o meno lunghe di cammino. Oltre che un gran bel disco, A.C.A.U. – La nostra Meraviglia è un originale spaccato della miglior musica nazionale dei nostri giorni, filtrata attraverso la sensibilità di uno dei suoi talenti meno propensi a concedersi alle luci dei riflettori, per (lodevole) pudore e non certo per carenze di autorevolezza. Approfondire è stato un atto doveroso.
Non è un mistero che A.C.A.U. sia in qualche modo legato al mare. Perché proprio il mare?
Il mare è l’altra metà, che ha fatto parte della mia vita tanto quanto la musica. Sono nato in Maremma ma sono andato subito in Sardegna, ho sempre vissuto sul mare e avrei voluto fare il marinaio. Poi le cose hanno preso un’altra piega.
E hai composto le musiche con l’intento di racchiudervi il concetto di “mare”?
Sì, l’idea era questa. Non è un caso che il disco abbia un andamento “ondeggiante”, con minime variazioni dei bpm, quasi a voler rispecchiare l’andirivieni delle maree. E poi c’è la ricerca della profondità.
Tutto fa però pensare a qualcosa di piuttosto passionale e istintivo, senza intellettualizzazioni.
Sì, assolutamente. Sono anni che ho una piccola casetta sul mare nella quale mi rifugio ogni volta che posso e il progetto dell’album si è sviluppato lì, mentre cercavo di impratichirmi nell’utilizzo dei computer applicati alla musica: sai, visto che la tecnologia va avanti e che io desidero continuare l’attività di produttore, non essere adeguatamente preparato non mi sembrerebbe giusto nei confronti di chi si rivolge a me. Durante questo proficuo “ritiro” sono venuti fuori, quasi senza che me ne accorgessi, i primi abbozzi di canzoni.
Però da qui a costruirci attorno un album…
Infatti io non ci pensavo: a darmi la spinta è stato Hector Zazou, che durante l’incisione di P.G.R. li ha voluti ascoltare e li ha apprezzati al punto che due pezzi, Ah! le monde e Krsna Pan Miles Davis e Coltrane, sono venuti fuori proprio da elaborazioni dei miei “provini”. È poi stato sempre Zazou a incitarmi a continuare e io l’ho fatto, stimolato dalla luce intermittente del faro che c’è di fronte alla mia bicocca e dal rumore della risacca.
Insomma, è stato un album più trovato che cercato.
In un certo senso è così. È il risultato di un momento, in cui ho dovuto rimettere in discussione molte cose, anche a causa di alcuni eventi che hanno avuto un peso notevole su di me: le difficoltà del Consorzio, sorte con l’acquisto della PolyGram da parte della Universal, e la successiva chiusura, la perdita di mio padre, lo scioglimento dei C.S.I.…
Tutte cose negative: strano, allora, che dalle musiche traspaia tanta serenità.
È uno dei primi effetti della mutazione che è avvenuta e che è tuttora in atto dentro di me. Un processo che mi ha portato ad aprirmi all’esterno e a decidere di mettermi in gioco fino in fondo, dopo avere finora operato dietro le quinte in maniera riservata.
A quel punto avevi già le idee chiare sull’impostazione del disco?
No, nient’affatto. Pensavo a un album strumentale, magari da regalare su Internet. L’idea dei diversi cantanti è arrivata in un secondo tempo.
E come ti è venuta in mente?
Per anni ho dedicato la mia vita musicale ai progetti d’insieme, che fossero produrre gruppi, o suonare in gruppi o comporre musica insieme a gruppi. Così, arrivato ad avere queste tre ore di musica e ad aver capito che si trattava di cose plausibili anche se erano farina solo del mio sacco, ho deciso di rivolgermi ai miei amici di sempre chiedendo loro se avessero voglia di collaborare con me. Presto, però, ho pensato che avrei potuto osare di più, coinvolgendo un po’ tutte le persone con le quali in questi anni ho instaurato rapporti autentici e alle quali sono legato anche dal punto di vista umano.
Alla fine hai realizzato un album solistico “improprio”, dove potresti addirittura risultare in secondo piano.
Ah, questo è sicuro. Ma non è così importante, sono destinato ai lavori collettivi.
Di cantare tu proprio non se ne parlava?
Per il futuro non è escluso. Prima della sua uscita dai P.G.R., Ginevra si era anche offerta di insegnarmi, ma non lo so… mi vergogno. Forse dipende dal fatto che per anni ho vissuto e trattato la voce come uno strumento, anche se devo ammettere che da qualche anno – in pratica, da quando sono a contatto con Giovanni – ho iniziato a dar peso anche alle parole. Forse provo ritrosia a cantare perché per farlo bisognerebbe avere qualcosa da dire, e io non ho dimestichezza con i testi. Non ne ho mai scritto neppure uno.
Qual è il significato della sigla A.C.A.U.? Sembra un’espressione un po’ “ferrettiana”.
È vero, ma in questo caso è una questione solo mia, molto intima, che preferisco non spiegare nel dettaglio. La sigla A.C.A.U. è un po’ la sintesi di quel che mi è accaduto in questi anni ed è l’unico aspetto dell’album che non ho condiviso con gli altri. È una specie di piccolo regalo che ho voluto fare a me e ad alcune persone che mi sono state particolarmente vicine, mentre La nostra Meraviglia si riferisce al bene che queste persone, una in particolare, mi hanno fatto. È qualcosa che ha attinenza con la vita ritrovata.
Quella del titolo e un’operazione sentimentale.
Chiamiamola proprio così, che mi sembra azzeccatissimo.
E la copertina, in apparenza piena di allegorie? Naturalmente il pesce fuor d’acqua sei tu.
Sì, è un pesce fuor d’acqua che però ha trovato l’acqua. E non è un pesce qualsiasi ma una carpa, che è un pesce di fiume che tende però ad andare sempre verso il mare. Non me la sono sentita di espormi del tutto, e per rappresentarmi ho usato il pesce… che, poi, è stata l’interpretazione dei tre ragazzi dello studio grafico/creativo con il quale ho lavorato, uno dei quali è lo scenografo dei P.G.R.: parlando assieme sono venute fuori un mucchio di idee, dal mio sito web http://www.giannimaroccolo.com al cortometraggio che racconta il progetto fino, appunto, alla copertina.
Presumo che una promozione live di A.C.A.U. sia improponibile.
Hai senz’altro ragione, non vedo come si potrebbe. E poi, anche se fosse possibile, la cosa sembrerebbe ridicolmente autocelebrativa, con tutti questi artisti che si avvicendano sul palco a rendermi omaggio. No, no, non fa per me. Ci saranno quattro/cinque presentazioni per il pubblico, dove verrà proiettato il filmato, si chiacchiererà e si suonerà qualcosa con gli amici che magari avranno piacere di farsi vedere.
Tornando alla genesi del disco: la prassi è stata uguale per tutti, nel senso che hai proposto ai potenziali collaboratori le tre ore di nastri e li hai invitati a scegliere per quale pezzo comporre il testo?
In effetti, no. Ho spedito a tutti una lettera di invito nella quale esponevo il progetto e poi ognuno si è comportato diversamente: Cristina e Ginevra, per esempio, hanno voluto ascoltare tutto, altri mi hanno chiesto di inviargli solo i tre/quattro episodi che ritenevo fossero più in sintonia con loro, altri ancora hanno voluto che fossi io a sceglierne uno e solo uno.
Anomalie?
Sì, un paio. Battiato ha chiesto il pezzo che piaceva a Ginevra, e per “compensarla” ne ho scritto uno nuovo apposta per lei. Piero Pelù, invece, ha voluto per il suo prossimo album la canzone da lui scelta in origine, e così ne abbiamo approntata un’altra a quattro mani.
Sorprese?
Io non avevo raccontato a tutti il discorso del mare, e parecchi hanno composto liriche che in qualche modo lo richiamano. È incredibile come le mie “suggestioni sonore” siano state interpretate proprio come io, in fondo, desideravo. Ed è incredibile anche che in tutti sia scattata la molla dell’ispirazione – o, per dirla alla Ferretti, dello stato di grazia. Ci tengo a sottolineare che nel disco non c’è nulla di “forzato”, e d’altronde io avevo spiegato che nessuno doveva sentirsi in obbligo di tirar fuori qualcosa.
La traccia più atipica della scaletta è Deus ti salvet Maria, un’Ave Maria in sardo, che è cantata a più voci.
Sono quelle di un allievo del mio corso, di una cantante tradizionale sarda che non ha mai inciso dischi, di mia sorella e di Cia Soro degli Whale. Anche in questo caso ci sono dietro storie di condivisioni.
Sono “costretto” a domandarti quali aspettative tu abbia a proposito di A.C.A.U.: in generale, al di fuori degli aspetti commerciali.
Sinceramente, non ne ho: per me è già un evento clamoroso essere riuscito a realizzarlo e pubblicarlo. Mi auguro che venga recepito per ciò che è, che non si vada a cercargli dietro motivazioni occulte che non esistono. Inoltre, che venga visto come prova che collaborare e mettere in circolo in Italia certa musica non è un’utopia: scambiarsi esperienze e musica, ritrovarsi assieme per realizzare cose non finalizzate a un progetto che implichi marketing, tournée e quant’altro è possibile. Se ce l’ho fatta io, che per vent’anni sono stato un orso e mi sono chiuso in un’eremo…
L’ultima domanda, anch’essa obbligata, riguarda i P.G.R.: Francesco e Ginevra non sono più nel gruppo e voi altri siete appena stati a Bath, negli studi Real World, a registrare il nuovo album. Allora?
Nel periodo dei due “concerti speciali” dello scorso dicembre, peraltro riuscitissimi, sono venute a galla alcune diversità sviluppatesi in questi anni circa la nostra visione del gruppo e della musica. Si è trattato di un distacco più morbido al confronto di quello con Massimo Zamboni e sono convinto che questa sorta di blackout farà bene a loro e a noi, ma anche qui il vuoto rimasto è notevole: oltretutto il nostro discorso si stava evolvendo in modo molto particolare, e in vista delle registrazioni avevamo già accumulato una ventina di spunti musicali e i testi. Così abbiamo conservato tutto nel fatidico cassetto e Giovanni, Giorgio e io, assieme a Pino Gulli e Cristiano Della Monica ci siamo ritrovati a casa di Giovanni e in nove giorni abbiamo tirato fuori dieci nuove canzoni piuttosto dirette, abbastanza lontane dalla direzione molto minimale e teatrale che la band stava prendendo in precedenza. È un disco di canzoni, lo ripeto, dalle quali emerge a tratti anche la sofferenza per il vuoto di cui si diceva prima, ma che doveva essere superato. Una volta definiti i pezzi siamo appunto andati in Inghilterra e in due settimane e mezzo abbiamo registrato tutto. Presto passeremo ai mixaggi. Uscirà alla fine dell’estate, e si intitolerà D’anime e d’animali… ma ne parleremo più diffusamente, mi auguro, a tempo debito.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.574 del 13 aprile 2004

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Categorie: interviste | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Gianni Maroccolo

  1. Alessio Fantini

    Uno dei più bei dischi che abbia mai comprato…non riesco a toglierlo, a distanza di anni, dalla testa, soprattutto il pezzo di piero e della cristina…meraviglioso!

  2. acau mi è piaciuto – e tuttora mi piace tantissimo – lo trovo un album riuscito, direi quasi un “concept album”, anzi, credo proprio di non sbagliarmi nel definirlo così, nonostante la diversità degli approcci e degli stili degli ospiti coinvolti. Nell’ascoltarlo si avverte davvero una bella sensazione, di pace interiore (eccetto forse nei brani di Fiumani e Godano, tra l’altro quello di quest’ultimo è uno dei miei preferiti del disco). Ottime le interpretazioni della Consoli, di Raiz, di Cristina Donà… e strano ritrovare Pelù, all’epoca ancora lontano da un’ipotesi di reunion con i Litfiba (ma evidentemente aveva mantenuto dei buoni rapporti con Marok), Francesco Renga in un contesto lontano da Sanremo e mainstream. Se proprio devo essere sincero, il brano che mi colpì di meno fu quello di Manuel Agnelli. Resta comunque un capitolo unico nella discografia e nell’esperienza di Gianni.. unico, ma di gran valore

  3. Per me, uno dei più grandi del rock italiano.. ed anche una persona splendida!

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