Massimo Zamboni

Secondo giorno della settimana dedicata all’ambito CCCP-CSI-PGR. Dopo Giovanni Lindo Ferretti tocca a Massimo Zamboni, che fu chitarrista dei primi due gruppi ma che non face parte del terzo, avviando invece un percorso da solista eclettico e di spessore. L’intervista qui proposta risale a quasi dieci anni fa, ai tempi del primo vero disco in proprio – parecchio atipico, ma notevolissimo – del musicista emiliano… per il quale riuscii persino a ottenere la copertina del Mucchio, all’epoca ancora (per poco) settimanale.

Zamboni foto

Fenice dalle ceneri
Poco più di quattro anni dopo la dolorosa separazione da Giovanni Lindo Ferretti, suo alter ego in due band-chiave per il rock nazionale quali CCCP-Fedeli alla linea e C.S.I., Massimo Zamboni è tornato alla canzone. Lo ha fatto con un album, Sorella sconfitta, che riallaccia il filo bruscamente reciso con il suo passato e fa tesoro delle  esperienze nel frattempo raccolte nell’ambito della letteratura e delle colonne sonore; un album interamente composto (e schitarrato) dal suo titolare, che invece di esporsi anche come cantante ha preferito affidare le sue (splendide) liriche a compagne causali e non casuali come Nada, Lalli, Fiamma e Marina Parente; e un album intriso di sentimenti contrastanti ma sempre vivi, che nota dopo nota e parola dopo parola ha il sapore di una dolorosa ma catartica resurrezione. Abbiamo così chiesto a Massimo di illustrarci il suo singolare progetto: la profondità e la bellezza del disco ci obbligavano a farlo, e quanto sintetizzato in queste pagine dimostra – o almeno così ci sembra – che ne valesse davvero la pena.
Naturalmente comincerei col chiederti qualcosa sulla genesi dell’album: il progetto è stato istintivo oppure, al contrario, ha avuto bisogno di notevoli riflessioni?
È stata una faccenda piuttosto contorta. Il disco è nato da una mia enorme difficoltà personale legata alla fine violenta della mia storia con i C.S.I., che mi ha spinto a riflettere su una questione sostanziale: “cosa faccio adesso?”… che non significa “come mi guadagno da vivere?”, ma proprio “chi sono, e dove voglio andare?”.
Una sorta di crisi di identità.
Più che “crisi”, una valutazione di identità, da un punto di vista assolutamente minoritario e molto, molto fragile. E, oltretutto, con davanti ben poche chance. Poi, però, le cose si sono incastrate in modo sorprendente, a partire dalle tre offerte – ricevute nell’arco di pochi mesi – di elaborare altrettante colonne sonore: Passano i soldati, un documentario di Luca Gasparini sulla ritirata degli Alpini dalla Russia, Benzina di Monica Stambrini e Velocità massima di Daniele Vicari. Sono stato in pratica costretto a riprendere in mano qualche strumento e a ragionare sulla musica: sulla mia musica, seppure in questo caso seguendo un’idea preesistente e delineata da altri. Per una strana coincidenza, i personaggi di questi film patiscono tutti sconfitte più o meno pesanti, che risolvono ciascuno a suo modo.
E questo ha fatto scattare in te la molla dell’identificazione.
Sì, era qualcosa che mi ha toccato molto. Così ho iniziato a riflettere sull’idea di sconfitta, specie in rapporto alla logica della vittoria a ogni costo predicata dalla società contemporanea… e dopo mi è venuto spontaneo mettere tali pensieri in musica, appigliandomi soprattutto alle parole “sorella” e “sconfitta”.
L’uso di “sorella” legato a “sconfitta” vuol dire che tu attribuisci a quest’ultima una valenza positiva, almeno sul piano filosofico.
Assolutamente sì, e ho potuto constatarlo non solo a livello personale ma anche attraverso altre esperienze delle quali sono stato osservatore. Ad esempio, recandomi per lavoro in posti come Berlino, Mostar o Beirut ho avuto una mia percezione di quali siano stati i ruoli della sconfitta e della vittoria. E anche le letture di Primo Levi, Fenoglio, Rigoni Stern, Revelli – scrittori capaci di raccontare il nostro mondo con una profondità e una forza che vanno ben oltre la cronaca – hanno contribuito a definire i concetti elaborati nell’album.
L’espressione “Sorella sconfitta” era già apparsa nel tuo libro Emilia parabolica.
Credo che in quelle pagine siano riassunte un po’ tutte le mie possibili poetiche, tutto lo Zamboni passato, presente e futuro. Sono quindi molto curioso di scoprire quanti altri temi da sviluppare, dei quali non mi sono ancora reso conto, vi siano contenuti: ognuna delle sue parabole e allegorie può aprire una finestra che affaccia da qualche parte, e questo è ciò che è accaduto per il disco. Il protagonista del racconto, Alito, decide di tenere la propria sconfitta come una sorella, cercando di farsi forte con essa e farsi aiutare da essa, senza negarla né contrastarla. E questo è un percorso che ho praticato anch’io: accorgermi di quanta forza e quante potenzialità sono stimolate da una sconfitta che obbliga a fare i conti con se stessi con una approfondimento ben maggiore del semplice ricucirsi le ferite. In I sommersi e i salvati, Primo Levi – riferendosi, sia chiaro, a un tipo di sofferenza infinitamente superiore – scrive che chi è torturato lo è per sempre, nel senso che continuerà a vivere con quella tortura. Lo stesso accade a chi è fortemente sconfitto: potrà impostare la sua memoria in modo da rendere la sua pena meno gravosa, ma dovrà conviverci e trarne magari degli insegnamenti. Io ho imparato a desiderare di non essere mai vittorioso nel senso comune del termine, di praticare soltanto il tono minore.
Quindi l’album ha per te un preciso significato catartico.
Senz’altro, è una liberazione con la quale io accetto le mie catene. Il sunto è una frase che ho “rubato” a Cerronetti per il comunicato-stampa, “Tutto il nascosto bene. Tutto il nascosto male”. Tutto il bene e tutto il male che posso provare, e che sono entrambi nascosti, sono esternati nel CD.
Immagino che, per i testi, non sia stato facile trovare le parole giuste.
Infatti, il processo di ricerca è stato lungo e faticoso.
Come mai hai voluto affidarli a quattro voci femminili? Presumo che almeno in parte c’entri il fatto che non te la sentivi di inventarti cantante.
In effetti non mi vedo granché bene in quel ruolo, anche se non escludo che un giorno le cose potrebbero cambiare: ho scoperto in me, non senza sorpresa, alcune grezze capacità che potrei voler affinare, spinto anche dalla constatazione – pur’essa tutto sommato sorprendente – che in giro c’è gente interessata a ciò che io posso avere da dire. Al di là dei miei limiti, a mio avviso queste parole avevano bisogno di voci femminili, e di voci femminili mature: voci di persone che potessero condividere non esattamente il mio percorso, ma un percorso di un certo genere. E Nada e Lalli sono, sotto questo profilo, assolutamente esemplari. Allo stesso tempo non volevo chiudermi in questo, e dato che vivere è un continuo rinnovarsi ho pensato di coinvolgere Fiamma, che essendo più giovane era in grado di portare una freschezza e una vitalità diverse; e che, assieme a Marina Parente, controbilancia le presenze forti di Nada e di Lalli.
Nada, Lalli e Fiamma interpretano i brani con grande carattere ma con un approccio comunque convenzionale. Marina, invece, è del tutto atipica e, direi, positivamente destabilizzante.
Senza dubbio. Nella nostra musica non siamo abituati a “contaminazioni” di questo genere, a meno che nella categoria non si vogliano comprendere gli orrori alla “Pavarotti & friends”, forse il punto più basso che si possa toccare. Per quanto mi riguarda, vedevo gli interventi lirici di Marina come qualcosa di alto e di altro: mi riferisco soprattutto a un pezzo come Ultimo volo America, che è dedicato a tutto il tempo che c’è tra l’11 settembre e l’invasione dell’Iraq: non è una canzone di protesta ma qualcos’altro, e c’era bisogno di una voce straniante proprio per far capire questo qualcos’altro.
La title track, invece, vede all’opera una Lalli magistrale.
L’avevo conosciuta vent’anni fa a un concerto dei Franti a Carpi, ma ci eravamo persi di vista. Quando ho scritto Sorella sconfitta, l’ho subito immaginata eseguita da lei: ha una percezione del dolore e una capacità di cantarlo davvero uniche, con quel suo incredibile misto di fragilità e forza. La maggior parte delle cantanti non è in grado di sopportare parole così, ma lei è speciale.
E speciale è anche Nada, straordinaria in Su di giri e Miccia prende fuoco.
Lei è un’altra persona come non ce ne sono altre, dotata di una forza e una passionalità che lasciano a bocca aperta. E anche di una sua visione artistica che ha voluto coraggiosamente coltivare, anche se questo l’ha resa più “di culto” rispetto alle colleghe della sua generazione.
Praticamente, Su di giri e Miccia prende fuoco sono un pezzo dei CCCP e uno dei C.S.I.: te la prendi se ti dico che sono cantate come le avrebbe cantate Giovanni?
No, non potrei arrabbiarmi: è esattamente così. E non ho neppure problemi a confessare che mi piacerebbe, presto o tardi, sentirle interpretare da Ferretti: hanno quel genere di scrittura, di espressione.
Con questi due episodi volevi in qualche modo riprenderti un linguaggio che è anche tuo?
Per me Sorella sconfitta è continuista, non c’è uno stacco netto con ciò che ho fatto prima. Non devo rivendicare nulla, perché questo CD mi ridà solo quello che è mio.
Anche nei testi, che hanno certo un’impronta ferrettiana?
Chissà se pure lui la vedrà così… Comunque, io non riesco a tenermi diviso da Giovanni, almeno fino al millennio scorso. Il fatto che lui componesse le parole e io suonassi era per me indifferente: lui era la mia voce e io il suo suono. Le parole erano le nostre parole, anche se lui – specie nel periodo C.S.I. – raccontava per lo più se stesso. Ho imparato molto, ma ritengo di aver dato altrettanto: se ora tra noi esistono affinità non ci si può far nulla, la nostra poetica l’abbiamo creata insieme.
Dalla tua brusca separazione dai C.S.I. sono passati alcuni anni. Adesso, ripensando a quei momenti, cosa vedi e cosa provi?
Ora sono sereno, sebbene sia una serenità che viene dalla “sofferenza”, detta tra molte virgolette. La mia condizione attuale, però, non estingue niente e io non ho rimosso niente: anzi, a questa sconfitta sono ormai affezionato e non voglio smettere di coltivarla.
Pensi di avere qualche torto?
Vorrei poter dire di aver avuto il torto di non essere più forte, allora, ma in realtà ho avuto ragione a essere fragile. Quando è successo tutto io ero un bruscolino di polvere che gli altri hanno potuto soffiar via con la massima facilità.
Avendo sentito anche l’altra campana, rimango stupito nel riscontrare che tutti riteniate di essere dalla parte del giusto. Mi sai spiegare com’è possibile?
Forse perché siamo entrambi parti lese.
Ok, abbandono l’analisi psicologica e passo a chiederti del tuo rapporto con Saro Cosentino, co-produttore con te dell’album.
Lui possiede grandissime conoscenze musicali e di macchine, ma sa bene cosa devono fare gli archi e le voci. Mi ha aiutato molto, dedicandomi un mucchio di tempo e arrotondando tantissime punte che io, nella mia innata concisione, tendevo a esasperare. E mi ha anche fornito ottimi consigli per tenere a bada le parole e impedire che togliessero troppo spazio alla musica, aggiungendo all’insieme varie piccole cose atte rendere l’ascolto grato… e non gradevole, perché io non cerco la gradevolezza. Inoltre, mi ha portato a registrare a Praga, una città bellissima nella quale non ero mai stato prima. Ci siamo trovati splendidamente e abbiamo lavorato in armonia: una cosa che che mi ha fatto davvero piacere, perché ero stanco delle situazioni di tensione e di scontro.
E la copertina del CD, che storia ha alle spalle?
Ero andato a Modena a una mostra di più artisti, e sul pavimento c’erano queste testoline mozze. Io detesto l’horror così come tutto ciò che vuole incutere un certo tipo di sottomissione, ma quelle teste non possedevano questa inclinazione: erano semplicemente teste, oltretutto con una loro dolcezza di fondo. Non si capisce se vengano dal futuro o se invece erano qui già da prima di noi, come l’esercito di terracotta cinese, e sono di cera e prodotte in serie: Beatrice Pasquali, che le ha realizzate, le ha esposte come si fa con i tortellini o i cappelletti all’emiliana. Io ci ho colto un’analogia con gli sconfitti, con gli inermi, che continuano a esistere ed esisteranno sempre, fragili e nel contempo forti.
Il modo in cui Sorella sconfitta è stato costruito lo fa inquadrare come un progetto di studio, che difficilmente potrà avere appendici live. Tu come la vedi?
In tutti questi anni sono andato un po’ alla deriva. Non sono proprio io a determinare gli eventi: io agisco, e poi qualcosa succede. Non spingo per fare concerti, ma se mi venissero richiesti li farei nonostante gli ostacoli dati dal doverli coordinare con gli impegni delle “mie” quattro cantanti.
Magari è prematuro chiedertelo, ma hai già qualcosa in mente per il futuro?
Spero che questa mia affermazione non sia scambiato per egocentrismo, ma la cosa che so fare meglio è ragionare su di me: è un grande lusso che il mio mestiere mi concede, ma non so se il risultato di tali ragionamenti avrà in futuro sfogo tramite musica, scrittura, cinema o fumetto. Il mio obiettivo non è diventare un bravo chitarrista, o suonare alla moda, o indicare nuove strade stilistiche: il mio problema è capire cosa faccio oggi al mondo. Sono disponibile a raccontarmi, augurandomi che ci sia sempre qualcuno che vorrà ascoltarmi: questo perché, per me, la musica e la scrittura non hanno senso se non ci sono orecchie e occhi, e cervelli e cuori, propensi a recepirle.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.562 del 20 gennaio 2004

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Categorie: interviste | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Massimo Zamboni

  1. ho tutti i dischi di Zamboni, li considero pregevoli. Però questo debutto è il più sorprendente, primo perchè non immaginavo che tornasse alle ribalte con un progetto del genere, secondo perchè la scelta delle artiste coinvolte si rivelò alle mie orecchie davvero felici. Nada e Lalli sono nomi immensi, la prima la apprezzo tantissimo da quando si è “mischiata” all’underground specie nell’attitudine, Fiamma l’avevo ascoltata sia nel progetto con Cottica che in altre collaborazioni (con i Modena nel disco sulla “Resistenza” e in “Acau” di Maroccolo: ha una voce molto particolare, quasi stridula), ma la sorpresa maggiore è venuta dalla Parente. Un connubio davvero originale e ben riuscito. E poi lasciami dire che, per quel che ho avuto modo di conoscerlo, Massimo è davvero una brava persona, educato, equilibrato, sereno come pochi in questo ambiente

  2. concordo !

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