Giovanni Lindo Ferretti

Primo recupero di una serie di articoli dedicati alla “grande famiglia” CCCP-Fedeli alla linea/C.S.I./P.G.R.: nel mio archivio ce ne sono a iosa e, trattandosi di un tema estremamente rilevante per la musica italiana degli ultimi tre decenni, ritengo doveroso occuparmene in modo ampio. Quel che segue è un estratto di una ben più lunga monografia del cantante delle suddette band, scritta in origine per il Mucchio Extra (il n.7, dell’Autunno 2002) e poi ripubblicata – con piccole modifiche – nel mio libro Voci d’autore, assieme ad altri profili analoghi di musicisti nazionali. Provate a immaginarla come un documentario sulla storia di Giovanni fino alla nascita dei CCCP, nel quale si alternano una voce narrante e quella del protagonista: forse, dopo averla letta, alcune (controverse) scelte compiute dal Nostro negli ultimi anni appariranno più chiare.

Ferretti foto

Anima fiammeggiante
Lo hanno definito in così tanti modi, Giovanni Lindo Ferretti, che ci stupiremmo se in questa sede riuscissimo a coniare per lui un aggettivo nuovo. Piuttosto che cimentarci consapevolmente nell’impresa, preferiamo dunque rifugiarci in definizioni ormai consolidate come guru, sciamano o muezzin, ritenute eccessive dal diretto interessato ma senz’altro adatte a sintetizzarne la duplice essenza spirituale/carnale e l’innato anelito alla trascendenza che non implica però la rinuncia a sporcarsi le mani con le cose terrene. È una persona speciale, Ferretti, diversa da ogni altra. Di quelle che, non sembri esagerato, possono cambiare la vita di quanti ne incrociano il percorso. Tanto che neppure un eventuale lavaggio del cervello con le sue parole (“non fare di me un idolo / lo brucerò / se divento un megafono / mi incepperò”) può scongiurare il rischio di essere conquistati dal suo eloquio forbito, dalla sua autorevolezza, dal magnetismo del suo sguardo, dall’anima fiammeggiante che brucia nel suo corpo da asceta. Incontrarlo nel salone di un albergo del centro di Bologna, dove il (moderato) lusso degli arredi strideva magnificamente con i suoi piedi nudi e i suoi abiti da moderno San Francesco, è stata una bizzarra e stimolante esperienza mistica e pagana assieme. Tanto quanto il sentirlo raccontare la sua singolare storia di cantante per caso, iniziata con la musica sacra (alla quale è persino occasionalmente ritornato), proseguita attraverso i CCCP-Fedeli alla linea, il Consorzio Suonatori Indipendenti e i Per Grazia Ricevuta. E non è ancora finita…
Che i sogni siano sintomi, che i sogni siano segni, 1953-1980
Il luogo: Cerreto, Appennino Tosco-Emiliano. La data: 9 settembre 1953. Il fatto: la nascita di Giovanni Lindo Ferretti. Per l’anagrafe, Lindo Giovanni Ferretti, proprio come quel padre che poche settimane dopo il concepimento era stato portato via dalla peritonite e che aveva sempre manifestato il desiderio che i suoi figli potessero godere di una vera istruzione. È dunque per adempiere a una sorta di voto che il piccolo Giovanni, dopo sei anni di vita spensierata a stretto contatto con la natura nel borgo natale, si trova “rinchiuso” con il fratello tredicenne nel collegio Maria Ausiliatrice di Reggio Emilia. In quell’ambiente non facile il Nostro, studiosissimo più per spirito di sopravvivenza che per vocazione, ha però modo di avere i primi contatti con la musica: in modo assolutamente fortuito, cominciando così a delinare un percorso che fino a oggi è stato in buona parte determinato dalla casualità. “Nell’infanzia il mio rapporto con la musica era assolutamente secondario. A casa non avevamo né radio né televisione, e il jukebox che c’era in paese non mi interessava: da bambino passavo il tempo nelle stalle e sui fiumi. Al collegio mi convinsero che avevo una bella voce, mi facevano cantare in chiesa; ricordo che il direttore, un prete in odore di beautitudine, una volta disse a mia madre ‘male che vada, potremmo farne un gran cantante’. Alle elementari mi iscrissero anche alle selezioni per lo Zecchino d’Oro: la Madre Superiora, che mi aveva accompagnato, voleva che interpretassi un brano religioso e il Mago Zurlì mi chiedeva di provare una canzone dell’estate precedente… ma io non ne conoscevo nessuna. A me dello Zecchino d’Oro non importava nulla, non sapevo nemmeno di cosa di trattasse perché non l’avevo mai visto. Mi dicevano di cantare e io ero disposto a farlo, il mio solo problema – quello di sempre – era l’idea del giusto tempo e del giusto tono. Alla fine feci una particolare Ave Maria assieme a un maestro di violino, ma fui scartato: il Mago Zurlì mi avrebbe anche preso, ma c’era questo insormontabile ostacolo della Madre Superiora che insisteva sulla musica sacra. Io, comunque, non avrei mai pensato che da adulto sarei stato un cantante: pensavo che la mia vita sarebbe stata segnata da una forte appartenenza religiosa, avrei voluto farmi prete e magari diventare papa. Oppure mi vedevo allevatore, come mio padre, mio nonno e mio bisnonno, a crescere cavalli, cani, pecore, mucche: è una dimensione molto vitale e spirituale. Non potevo ipotizzare una carriera artistica: persino ora, dopo oltre vent’anni, continuo a considerarlo un dono, una grazia ricevuta”.
Al di là di qualche ascolto abbastanza superficiale di beat italiano, dei Nomadi e di Fabrizio De Andrè, per Giovanni – che intanto, complice un amico gianburrasca, il fratello “anziano” e una lunga convalescenza, aveva sviluppato un discreto spirito ribelle e una certa consapevolezza politica – la musica rimane una realtà di secondo piano fino alla fine della scuola, con un diploma conquistato a fatica (36/60, il minimo) e una voglia di libertà perfettamente in linea con il clima di quegli anni caldi. “Paradossalmente, visto quello che è accaduto dopo, non sopportavo la canzone popolare nè quella politica. Con il ‘68 i miei orizzonti erano cambiati: diventai uno sciocco estremista di sinistra, e improvvisamente iniziai a maturare una grande curiosità per la musica. All’epoca, erano i primissimi ‘70, successe una cosa incredibile: tutti i tour degli artisti internazionali facevano tappa a Reggio Emilia. Così vidi dal vivo i Genesis, i Gentle Giant, i Jethro Tull, gli Yes… mi piaceva anche quello che non mi piaceva, nel senso che ero attratto dall’idea del concerto. Vivevo la cosa più da spettatore che non da ascoltatore di dischi, e anche se molti miei amici provavano a suonare qualche strumento, io non ne sentivo affatto il bisogno: a quell’età non ci si pongono tante domande, ci si limita a seguire gli impulsi, e a me piaceva ed emozionava quel genere di fruizione, senza condizionamenti di carattere intellettuale. Il buffo è che fino a prima di diventare il cantante dei CCCP ho assistito a tutti i concerti dei quali sono venuto a conoscenza, anche quelli orribili, mentre dal momento in cui sono salito per la prima volta sul palco non ne ho visto più neanche uno. Questo mio ‘qualunquismo’ musicale mi ha anche creato qualche difficoltà: a Bologna, al primo anno di Università, sono stato redarguito pubblicamente perché i miei gusti erano reputati del tutto inadeguati al mio ruolo di militante di Lotta Continua. In quegli anni, nei quali si andavano gettando le basi della Sinistra extraparlamentare si creavano incredibili equivoci, e la mia passione per il Lou Reed di Transformer e per i Roxy Music – accusati di simpatie fasciste – veniva quasi sempre fraintesa“.
Non dura a lungo, l’amore di Giovanni per la politica attiva: il distacco giunge nel 1975, alla fine del terzo anno di DAMS, causato da una vera e propria crisi di rigetto unita alla presa di coscienza dell’assurdità di proseguire lungo una via che poteva portare solo all’autodistruzione (“terrorismo o pere, entrambe scelte plausibili e allora di moda”). A offrirgli rifugio, per circa un anno, è la ritrovata Cerreto, il luogo dell’anima dove riallacciare i rapporti con le radici. Subito dopo l’incontro, naturalmente casuale (un passaggio in autostop!) con il responsabile del servizio materno-infantile dell’USL di Reggio Emilia: nonostante la sua totale mancanza di competenze specifiche, Giovanni si trova così assunto come operatore psichiatrico in quel di Castelnuovo Monti. Aiutato solo dall’istinto e dall’esperienza via via acquisita sul campo, svolgerà tale occupazione non senza gravi ripercussioni personali (“c’è in me una capacità naturale di tollerare il disagio altrui e di diventarne per certi versi un limite. Metabolizzavo quei disagi dentro di me”) per circa cinque anni, riuscendo nel frattempo a evitare il servizio militare grazie a una “provvidenziale” ulcera. A provocare le dimissioni, vari disaccordi con la nuova amministrazione e il capriccio – o almeno questo sembrava: solo con il senno di poi lo si valuterà come segno del Fato – di raggiungere Berlino. Il detonatore era stato, “ovviamente”, la musica: dopo una fase di parziale distacco, Giovanni non aveva saputo resistere alle forti suggestioni del punk e del post-punk, di Iggy Pop e dei Ramones e soprattutto della sua eroina Patti Smith. E in quei giorni, per quanti subivano questo tipo di fascinazioni, la città tedesca era come una terra promessa.
Dammi una mano a incendiare il piano padano, 1981-1983
In Germania Giovanni arriva nell’estate del 1981, sfruttando un lungo periodo di ferie non ancora godute (dalla USL, infatti, si licenzierà solo all’inizio dell’anno seguente). Non sta bene, però, né fisicamente né psicologicamente, al punto che dopo un paio di settimane ha già deciso di partire per la Tunisia: Berlino Ovest non gli aveva dato la “scossa” sperata, nà tantomeno aveva spalancato nuovi orizzonti alla sua esistenza di quasi ventottenne in preda a stati di agitazione. Si concede un’ultima sera in discoteca e lì una comune amica gli presenta un altro ragazzo emiliano, che dribblando inconsciamente infinite occasioni di incontro non aveva mai conosciuto: lui è uno squatter ventiquattrenne di Reggio ma di origini montanare, ex militante (non convinto) della FGCI con vaghe inclinazioni filo-punk, e si chiama Massimo Zamboni. “Ho cominciato a pensare seriamente alla musica attiva solo dopo aver stretto amicizia con Zamboni. Lui non era un vero musicista, la sua pratica in materia era di un corso di tre mesi all’ARCI per imparare a suonare la chitarra, ma il suo approccio era assolutamente personale. Inoltre, apprezzavamo le stesse cose. A Berlino, assieme a Massimo, ho realizzato che esisteva un qualcosa che potevo fare anch’io pur non essendone in teoria in grado: al Tempodrome, nella rassegna ‘Genialen Dilettanten’, si assisteva a spettacoli fantastici messi su con assoluta spontaneità da persone che, senza saper suonare né cantare, ti incantavano. Erano tutti belli, al di là del fatto che alcuni sarebbero divenuti grandi star e molti altri sarebbero spariti il giorno dopo. Massimo e io abbiamo sempre percepito il punk come l’ultima grande avanguardia del ‘900, quella dove si poteva radunare tutto ciò che era indefinito: è stato un’apertura improvvisa, e comunque per me è stato un colpo a livello fisico più che cerebrale. Io ero virtualmente disoccupato e Massimo lavorava in una pizzeria: potevamo tranquillamente provare, oltretutto perché era ovvio che anche noi avremmo potuto farcela”.
Il tentativo si concretizza al rientro in Italia, verso la fine del 1981, con il fondamentale contributo del diciottenne Zeo Giudici: è lui che, tra una chiacchiera e l’altra, convince la “strana coppia” Ferretti-Zamboni a costituire un gruppo. Ci sono gli strumenti, un’amplificazione presa in affitto, un mixer e un paio di microfoni rimediati non si sa bene come, e la casa di Zamboni in quel di Fellegara dove collocare il tutto. Giovanni ha qualche potenziale testo scritto tanto per, naturalmente in italiano perchè l’inglese è per lui piuttosto alieno, Zeo si diletta con la chitarra, Zamboni impugna il basso perché con quattro corde è più facile che con sei, e l’amico Pietro viene chiamato per percuotere la batteria. Inevitabili vicissitudini porteranno presto Massimo alla chitarra, Zeo alla batteria e Umberto Negri al basso, e con questo organico la band esordisce in concerto a San Cesario sul Panaro, nella primavera del 1982: la scaletta comprende Militanz, Valium Tavor Serenase, Sexy Soviet (poi BBB, Brucia Baby Burn), Oi Oi Oi e Stati di agitazione, quanto basta e avanza per far scoppiare il caos. “La mia prima volta sul palco è stata da paura: abbiamo spaventato tutti, compresi noi. Il pubblico era molto più giovane, molto finto-punk un po’ Sex Pistols e un po’ Ian Dury, e il nostro livello di adrenalina era mostruoso. Cantavo dieci toni più alto, ho perso la voce in dodici minuti. Tutti abbiamo capito che se avessimo imparato a gestire la nostra forza saremmo stati davvero incredibili. Gli altri erano cartoline che facevano il verso a qualcuno, noi avevamo una nostra personalità. Ci eravamo battezzati Mitropank dal nome della catena di ristoranti della Germania Est Mitropa, dove con pochi soldi si mangiava benissimo”.
Mentre la band si affanna con le prove per allestire una scaletta più ampia e scoprire il segreto per contenere la propria straripante carica, la USL di Castelnuovo Monti contatta Giovanni per realizzare una vecchia idea rimasta nel cassetto, un film per gravi malati psichici. “Era un residuo della mia vita precedente. Ci siamo ritrovati perché eravamo tutti amici, e dato che ormai avevo un gruppo partecipammo come Mitropank a questa pellicola intitolata Ahimè e giocata sulla serata in cui i matti arrivano a una festa dove ci sono altri matti che suonano, cioè noi. Più che la cosa in sè, ci intrigava la prospettiva di cambiare per qualche tempo la dimensione quotidiana di un piccolo numero di portatori di handicap seri: c’erano due ragazzi che dopo il ciak non manifestavano più le loro difficoltà fisiologiche, e un epilettico le cui crisi – decine al giorno – non si verificavano mai davanti alla macchina da presa. Per qualche motivo che gli studi non sono riusciti a spiegare, il tempo del cinema era estraneo alla loro malattia: dipendeva di sicuro dal fatto che i pazienti, essendo grandi fruitori di cinema e TV, quando passavano dall’altra parte non si mostravano malati. Una constatazione che fa paura, perché rivela quanto poco ancora si sa della dimensione mentale”.
La seconda e ultima esibizione dal vivo dei Mitropank, dov’è presentato l’inno Emilia paranoica, è proprio quella organizzata per le riprese di Ahimè, al Tiffany di Castelnuovo Monti. Poco dopo, Giovanni e Massimo sono per la seconda volta a Berlino, il luogo del big bang, per mettere meglio a fuoco il progetto e per cercare nuovi stimoli. E li trovano, al punto di riprendere con maggior determinazione l’attività nonostante la volontaria defezione di Zeo abbia ridotto l’organico a un trio con batteria elettronica: sarebbe stato assurdo comportarsi in modo diverso, visto anche che dalle solite coincidenze è nata la geniale sigla CCCP-Fedeli alla linea. “Mitropank era troppo intellettuale, era necessario spiegarne il significato. Sapevamo di poterci permettere CCCP: sarebbe stata una forzatura per tutti ma non per noi di Reggio Emilia, la più filosovietica delle province dell’Impero. Il giorno dopo aver scoperto questo nome, che poteva davvero costituire una svolta, alla frontiera tra Germania e Austria un doganiere ci chiese spiegazioni sul nostro abbigliamento. Gli dicemmo del gruppo e dell’idea di CCCP, e la sua battuta di commento fu linientreu, cioè Fedeli alla linea. Una folgorazione”.
Non tutti sono colpiti in positivo: la band è troppo fuori dagli schemi, e non mancano gli incidenti di percorso (“Alcuni amici punk anarchici del mattatoio di Carpi ci avevano invitati al Leoncavallo, appena aperto. I milanesi, però, non ci hanno lasciato suonare: hanno ascoltato Live In Pankow e Militanz durante le prove e ci hanno detto che la nostra musica era inadeguata”). A livello locale, comunque, i CCCP diventano in fretta un’istituzione, grazie all’assidua presenza live: negli annales rimangono soprattutto i “blitz” del 1° Maggio 1983, con una serie di mini-esibizioni su un camion che si sposta da un paese all’altro. Ma non basta. Il mondo è grande, e per conquistarlo in fretta occorre industriarsi. “Ci siamo resi conto di essere adulti, anche se stavo sperimentando quell’adolescenza che non avevo vissuto appieno. Così abbiamo deciso di darci un limite: ci saremmo impegnati al massimo per sei mesi, e se entro quel termine non avessimo avuto prove concrete che la faccenda poteva esplodere, ci saremmo dedicati ad altro: cinema, scrittura, fotografia. A quei tempi ero molto confuso, scattavo una serie infinita di foto ad Annarella, che poi sarebbe entrata nel gruppo, perché mi sentivo più fotografo che cantante”. È così che in autunno il terzetto decide di realizzare, come biglietto da visita, un nastro da presentare ai responsabili della programmazione dei locali. Non solo quelli italiani, ma anche quelli dell’amata Berlino. “Abbiamo inciso nel peggior studio di Reggio Emilia, uno studio di liscio, ma funzionava. A Berlino non credevano che un gruppo di italiani potesse realmente fare quelle cose, ma accettarono di provare dando per scontato che la resa non sarebbe stata nemmeno la metà di quella della cassetta. Invece, è stata il triplo: abbiamo aperto la prima data con Live In Pankow e dopo trenta secondi il posto, pieno di gente all’inverosimile, si è ghiacciato. A metà pezzo il bar ha tirato fuori il cartello ‘chiuso’ e i baristi si sono messi a ballare”. Il “tour” berlinese si snoda nei weekend tra il novembre e il dicembre del 1983, facendo tappa allo Spectrum, al Kob, al Kuckuk e al Kino, più un’appendice al Paradiso di Amsterdam. Tornati in patria, i CCCP sono pienamente consapevoli dei propri mezzi, nonché forti di un repertorio ricco di anthem irresistibili come Live In Pankow, Punk Islam, Spara Jurij, Emilia paranoica e Curami, appena scritto. “Il periodo della crescita come CCCP è stato marchiato da alcune influenze cruciali: ad esempio Bladerunner, il film di Ridley Scott, che ci spiazzò totalmente e che a Verona proiettammo anche in contemporanea al nostro concerto. Impazzivamo anche per la Deutschland Deutschland Über Alles stravolta di Nico, e per i Cure: Curami è stata composta al Kuckuk due giorni prima di suonarci, ci eravamo imposti di costruire un brano che rispecchiasse il fatto che ascoltavamo moltissimo il primo album dei Cure”.
Tratto dal libro “Voci d’autore” (Arcana, 2007)

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