John Cale

Quando il Mucchio era settimanale, dal settembre 1996 al dicembre 2004, capitava piuttosto spesso di dover scrivere brevi articoli di corredo a un pezzo più ampio. Nel caso in questione l’obiettivo era fare ordine nell’intricata opera discografica di John Cale: lo spazio non era granché, ma al di là delle eventuali divergenze di opinioni su alcuni titoli, credo di essermela cavata benino. Non so se ci riuscirei oggi, visto che nel frattempo la produzione del Gallese è più o meno raddoppiata.

Cale foto

Trent’anni dopo
Inserendovi anche antologie e live”, la discografia di John Cale comprende ben trentadue titoli che testimoniano in modo più che eloquente, con il loro oscillare tra canzone (d’autore), avanguardia e soundtrack, dell’eclettismo e del genio del musicista gallese. Quello che segue è un excursus “ragionato” nei tortuosi meandri della carriera del Nostro, con le varie opere divise in paragrafi a tema.
1) Velvet Underground. Se si amano la magia, il mistero, la forza eversiva e il fascino “maledetto” del rock, non ci si può proprio esimere dal possedere Velvet Underground And Nico e White Light/White Heat, i primi due straordinari album dei Velvet Underground e gli unici – assieme al Live MCMXCIII, documento della reunion di tre anni fa – incisi da John Cale con l’ensemble newyorkese. Cale vi suona il basso, saltuariamente il pianoforte e soprattutto la sua inconfondibile viola elettrica, ma pur partecipando in modo marginale ai processi compositivi – la sua firma appare comunque accanto a quella di Lou Reed in pietre miliari quali Sunday Morning e The Black Angel’s Death Song , e assieme a quelle di Sterling Morrison e/o Maureen Tucker in vari altri episodi – riveste un ruolo-chiave nell’evoluzione del suono dei Velvet. I due LP di cui sopra sono anche interamente compresi, con l’aggiunta di svariati inediti, nel cofanetto di cinque CD The Velvet Underground (Polydor 1995); e molto “velvettiano”, oltre che altrettanto imperdibile, è lo splendido Songs For Drella, raccolta di canzoni minimali e intensissime che Lou Reed e John Cale hanno composto e interpretato in memoria del loro mentore Andy Warhol.
2) Gli album di canzoni. Anche in questo caso, stilare una eventuale graduatoria di valori è impresa assai problematica a causa di uno standard qualitativo (quasi) sempre elevato. La critica è comunque più o meno concorde nell’attribuire la qualifica di irrinunciabili, oltre che a The Academy In Peril (un capitolo a sè stante e non proprio una raccolta di canzoni convenzionali, visto il suo muoversi sul confine con la musica classica), all’onirico Paris 1919, all’eterogeneo Fear, allo spigoloso EP Animal Justice e all’essenziale Music For A New Society, senz’altro una spanna al di sopra di capitoli in ogni caso ricchi di attrattive quali Slow Dazzle, Helen Of Troy, Honi Soit, Caribbean Sunset e l’ultimo Walking On Locusts. Un gradino più in basso, Vintage Violence e Artificial Intelligence, quasi a ricordare che nessuno – neanche gli artisti più brillanti – può vantare la prerogativa dell’infallibilità.
3) Dal vivo. In tutto quattro lavori, almeno due dei quali di grande bellezza: Sabotage/Live, vigoroso album rock’n’roll registrato nel 1979 a New York e costituito interamente da episodi altrove inediti, e il suo perfetto contraltare Fragments Of A Rainy Season, inciso nel corso del tour europeo del 1992 e ammaliantissimo nelle sue scarne performance a base di voce, pianoforte e chitarra acustica. Per aficionados, invece, John Cale Comes Alive (Londra, 1984) e Even Cowgirls Get The Blues (New York, 1979), entrambi elettrici. In aggiunta, la prestigiosa ma tutto sommato secondaria partecipazione (in quattro brani) a June 1, 1974 , intestato anche a Nico, Kevin Ayers e Brian Eno.
4) Colonne sonore. Il campo nel quale Cale è stato maggiormente impegnato negli ultimi anni, a partire da Words For The Dying (non proprio una soundtrack, ma un lavoro orchestrale costruito attorno a poesie di Dylan Thomas) per proseguire con Paris s’eveille (musiche per film e balletti), 23 Solo Pieces For La naissance de l’amour (colonna sonora di un film di Philippe Garrel), il Last Day On Earth assieme a Bob Neuwirth (musiche per teatro), Antartida (dall’omonimo film di Manuel Huerga, nel quale Cale è anche ripreso durante alcune esecuzioni) e N’oublie pas que tu vas mourir (composizioni per piano e archi dalla pellicola di Xavier Beauvois con lo stesso titolo). Tutti più o meno suggestivi e intriganti, anche se per forza di cose particolari.
5) A quattro mani. Dei quattro album che Cale ha firmato assieme ad altri musicisti, l’unico di cui non è davvero possibile fare a meno è il Songs For Drella con Lou Reed, di cui si è già detto in altra sede. Valido, comunque, anche Wrong Way Up, sottovalutata raccolta di canzoni frutto di una collaborazione con Brian Eno, mentre meno riusciti sono senza dubbio il monotono Church Of Antrax, realizzato con il compositore d’avanguardia Terry Riley, e Last Day On Earth, colonna sonora teatrale concepita assieme a Bob Neuwirth.
6) Antologie. Oltre alla vecchia Guts, limitata e ormai obsoleta, della discografia di John Cale fanno parte due antologie in CD, entrambe doppie ed entrambe arricchite da interessanti libretti informativi con notizie e foto. Benché non pienamente condivisibile nella scaletta, Seducing Down The Door propone comunque un apprezzabile percorso attraverso il catalogo 1970-1990 (c’è anche la meravigliosa Hedda Gabler, in origine nell’EP Animal Justice), svolgendo quindi efficacemente la sua funzione introduttiva al personaggio; più mirata, invece, The Island Years, con l’intera produzione Island – Fear, Slow Dazzle e Helen Of Troy – compresi rarità e qualche inedito.
7) Produzioni. Al di là del suo effettivo coinvolgimento nei lavori in questione, John Cale è accreditato come produttore di numerosi album di formidabile caratura tra i quali Desertshore e The End di Nico, gli omonimi debutti degli Stooges di Iggy Pop e dei Modern Lovers di Jonathan Richman e Horses di Patti Smith: anche da soli, sufficienti per consacrare il gallese al culto di contemporanei e posteri, e per scolpire a fuoco il suo nome nell’epopea del rock. Gloria, nell’alto dei cieli.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.230 del 5 novembre 1996

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