Pearls Before Swine

Per cercare come sempre faccio una fotografia, digito “Pearls Before Swine” su Google e nella pagina si caricano foto e foto di una striscia a fumetti con lo stesso nome: solo il settantacinquesimo risultato, la copertina del disco d’esordio, è relativo alla band americana. Un segno dei tempi? Comunque sia, riesumare dall’archivio questo breve articolo sull’affascinante gruppo che fu di Tom Rapp era cosa buona e giusta…

Pearls Before Swine fotoSecondo le fonti, l’ultimo uscita di Tom Rapp in proprio o con un gruppo è del 1999: intitolato A Journal Of The Plague Year, ha visto la luce per la Woronzow di Nick “Bevis Frond” Saloman e ha seguito di ventisei anni Sunforest, terza prova solistica dopo la quale il cantante e chitarrista americano si era congedato dal music business – definitivamente, parve – per conseguire la laurea in legge e votarsi alla difesa delle minoranze. All’epoca del ritiro dalle scene, il Nostro vantava un ampio repertorio discografico comprendente sei 33 giri a nome Pearls Before Swine (quasi una sigla di comodo, con numerosi musicisti ad avvicendarsi al fianco dell’indiscusso leader) e tre da solista: opere di livello mai meno che alto, e spesso altissimo, all’insegna di un folk visionario ora onirico e ora tendente all’acido, i cui testi parlano il linguaggio dell’intimismo ma non disdegnano puntate nel sociale e nel politico. Un progetto non pianificato bensì affidato ai capricci di un’ispirazione a tratti bizzarra ma sempre viva, che rappresenta uno dei vertici artistici ed espressivi di quella (contro)cultura fiorita negli Stati Uniti nella seconda metà dei ‘60, fatta di grandi utopie e di dolorosi ritorni con i piedi per terra.
Nonostante i meriti acquisiti sul campo, Tom Rapp non è però popolare quanto meriterebbe, soprattutto per quanto riguarda la seconda fase della carriera: se infatti i primi due lavori firmati Pearls Before Swine – One Nation Underground e Balaklava, pubblicati dalla ESP nel 1967 e nel 1968 – sono più volte riapparsi in vinile e compact e hanno quindi beneficiato di propaganda postuma, la totalità delle altre produzioni della band non era mai stata riedita in CD (l’unico reperto esistente in commercio era una comunque ricca antologia con materiale del 1969-1971, Constructive Melanchony, compilata nel 1999) ed è dunque rimasta circoscritta al giro dei collezionisti. A porre rimedio a tale sconcio, trattandosi di dischi di rara bellezza e straordinaria intensità evocativa, ha ora provveduto la Water di San Francisco con lo splendido cofanetto (più fascicolo di cinquanta pagine) Jewels Were The Stars, che racchiude i quattro album realizzati dall’ensemble newyorkese per la Reprise in confezioni singole comprendenti anche esaustivi booklet con note e liriche. Per completare il quadro delle ristampe in digitale del catalogo dell’oggi cinquantaseienne Thomas Dale Rapp mancano pertanto all’appello solo il debutto solistico Familiar Songs (Reprise, 1972), assemblato con registrazioni d’archivio, e il seguente, ottimo Stardancer (Blue Thumb, 1972), visto che nel 1998 la Edsel ha strappato all’oblio l’ancor successivo Sunforest (Blue Thumb, 1973).
Al confronto con One Nation Underground (da noi inserito tra i “100 album dei ‘60” di Extra) e Balaklava, i Pearls Before Swine di questo brillante poker appaiono più maturi e professionali: meno istintivi, insomma, ma a dispetto delle modifiche dell’organico-base e del valzer di sessionmen sempre magicamente devianti nel sostenere le intuizioni di un Tom Rapp più unico titolare che semplice primattore, abilissimo nel dipingere colori e atmosfere – già, dipingere: non può essere un caso che tutte le copertine raffigurino quadri o rimandino alla pittura – dove il folk è solo un trampolino di lancio verso una psichedelia non priva di aperture filo-esotiche e verso mondi interiori non distanti da quelli nei quali era solito viaggiare un certo Tim Buckley (e in alcuni casi, quando la voce sceglie il sussurro confidenziale, sarebbe legittimo ritenere di star ascoltando esecuzioni ignote del navigatore delle stelle). È infatti uno stile semplice ma piuttosto complesso, quello della band, giocato su trame elettroacustiche sulle quali si posano orchestrazioni ora discrete e ora appena un po’ troppo ridondanti: uno psycho-prog-folk, se così si può dire, perfettamente calato nel clima di quegli anni e nel contempo dotato di una forte personalità, con i riferimenti mistici abbracciati alle esternazioni di sentimenti terreni in versi con (giustificate) pretese di spessore letterario.
Ci sono oltre quaranta canzoni propriamente dette, suddivise fra These Things Too (1969), The Use Of Ashes (1970), City Of Gold e Beautiful Lies You Could Live In (entrambi 1971): canzoni in massima parte autografe – tra le eccezioni, i bellissimi rifacimenti di Nancy e Bird On A Wire di Leonard Cohen – che rapiscono menti e cuori con il fascino di una voce magnetica nonostante i toni leggermente nasali (alla quale talvolta si lega quella melodiosissima di Elizabeth, consorte olandese di Tom) e di arrangiamenti trasognati e fantasiosi. Può sembrar facile smarrirsi, in questi elaborati intrecci di chitarre, tastiere, archi, flauti, oboe, dobro e quant’altro, sorretti da ritmiche leggere e solo occasionalmente più marcate (specie negli ultimi due lavori, registrati e Nashville e caratterizzati da qualche influenza country), che profumano di hippie ma che si mantengono lontani dai voli pindarici che di quella cultura hanno costituito il tallone d’Achille. Ma non ci si smarrisce, in queste grandi pagine del rock “alternativo” americano di trenta e più anni fa tornate adesso disponibili per la gioia di vecchi estimatori e potenziali nuovi adepti al culto; al punto che la scelta di omogeneità della pubblicazione in un box e non in CD separati, benché un po’ onerosa per l’acquirente, appare assai più giustificabile di quanto si possa pensare di primo acchito.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.542 del 15 luglio 2003

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