Foo Fighters

Ci sono musicisti che avrebbero tutto ciò che di norma basterebbe per ispirarmi simpatia e che invece, a pelle, suscitano reazioni di segno contrario. Uno di questi, e vai a capire perché, è Dave Grohl, ma la cosa non mi impedì di scrivere un articolo obiettivo in occasione dell’uscita del secondo album dei suoi Foo Fighters, The Colour & The Shape, in genere considerato il più significativo nell’ormai ampia discografia della band americana.

Foo Fighters foto

La vendetta del batterista
1-Antefatti. Torniamo indietro di quasi due anni: più precisamente all’inizio dell’estate ‘95, quando l’uscita dell’omonimo esordio dei Foo Fighters scatenò in buona parte del pianeta entusiasmi francamente superiori alle più ottimistiche previsioni. D’accordo che quell’album costituiva il primo tentativo di riaffacciarsi sulle scene da parte di un ex Nirvana (anzi, di due, considerando anche il chitarrista Pat Smear), senza ombra di dubbio la band più importante dei ‘90; d’accordo che l’improvvisa e drammatica scomparsa di Cobain aveva lasciato nel pubblico e negli ambienti musicali un vuoto da colmare a ogni costo, al punto che il desiderio collettivo di vedere in qualche modo raccolta l’eredità dell’ultima icona rock sarebbe stato probabilmente appagato da qualsiasi cosa fosse apparsa sul mercato; d’accordo che la Capitol, vincitrice della gara tra multinazionali subito scatenatasi per aggiudicarsi le prestazioni del gruppo, aveva allestito un’efficace campagna di marketing per l’affermazione su vasta scala dei suoi protetti, ma il boom dei Foo Fighters non mancò di sorprendere. Anche perché, va detto, l’ipotesi che la stampa si lanciasse con furia distruttiva su eventuali aspiranti al trono di Nuovo Mito non sembrava da scartare a priori: non erano in pochi a pensare, infatti, che parecchi imbrattacarte sarebbero stati maggiormente disposti a lodare sfacciati esperimenti di clonazione del suono Nirvana piuttosto che gli sforzi di Grohl e Novoselic di scrollarsi di dosso un così opprimente fardello.
Il Fato, invece, ha disposto in modo diverso. Anche per merito dello stesso batterista, che invece di enfatizzare il proprio status di “ex” ha cercato con ogni mezzo di esorcizzarlo. Superata l’inevitabile confusione post-tragedia, Grohl – imbracciata la chitarra e reinventatosi compositore e cantante – ha infatti mantenuto un contegno ineccepibile, evitando (sinceramente, ci piace credere) “sparate” che lo avrebbero reso un fin troppo facile bersaglio e non cadendo nella trappola della carriera solistica; e la scelta di un rassicurante semi-anonimato in seno a una band è per certi versi dimostrazione di come l’interesse del Nostro per il ruolo di musicista sia comunque preminente rispetto a quello per la posizione di star. Pur tenendo conto di tutto ciò, noi di Rumore non abbiamo unito la nostra voce al coro che reclamava per Grohl l’avvio di una sorta di processo di beatificazione: in linea di massima, l’atteggiamento generale nei confronti dei Foo Fighters è infatti stato di tiepido assenso (o, se preferite, di moderata diffidenza), anche a causa di comprensibili pregiudizi derivati dalla certezza che da che mondo è mondo – con poche, particolarissime eccezioni – le capacità creative dei batteristi godono del medesimo conto riservato al classico due di picche. Insomma, la possibilità che la proposta dell’ensemble fosse il frutto di astute alchimie di laboratorio appariva assai più realistica dell’idea che Grohl possedesse un talento straordinario ma fino ad allora soffocato dalle circostanze: e questo, unito alla consapevolezza che le (pur belle) canzoni dei Foo Fighters sarebbero state ascoltate da milioni di persone solo per merito del suicidio di Cobain, mentre quelle altrettanto valide di gruppi in apparenza più dotati non avrebbero mai conosciuto uno straccio di successo, bastava a indurre alla moderazione critica. In attesa, è ovvio, di nuovi elementi che confermassero o smentissero le convinzioni maturate.
2-Da Foo Fighters ai giorni nostri. All’album, che negli Stati Uniti ha conquistato il disco di platino e in Europa è stato smerciato in centinaia di migliaia di copie, hanno fatto da corollario quattro singoli, tutti ricchi di brani altrimenti inediti (tra cui le cover di Ozone di Ace Frehley e Gas Chamber degli Angry Samoans): This Is A Call in giugno, I’ll Stick Around in agosto, For All The Cows in novembre e Big Me nel marzo 1996 (il clip promozionale di quest’ultimo ha anche vinto il primo premio nella categoria “Best Group Video”); un altro rifacimento, quello di Down In The Park dei Tubeway Army di Gary Numan, è stato invece inserito in Songs In The Key Of X, album-tributo a “X-Files” confezionato sempre nel 1996 dalla Warner Bros: si dice tra l’altro che Dave, appassionato del serial televisivo, sia apparso assieme alla moglie nell’episodio “The Pusher” (in Italia, “Il persuasore”), ma nonostante la visione anche rallentata del telefilm non siamo riusciti a trovarne traccia. Tra l’estate del 1995 e quella del 1996 i Foo Fighters sono stati inoltre protagonisti di quasi un centinaio di concerti tra Stati Uniti, Europa, Giappone e Australia (memorabile, a fidarsi delle cronache, quello tenuto al Festival di Reading nell’agosto ‘95), mentre i mesi successivi hanno visto l’uscita di due opere postume: From The Muddy Banks Of The Wishkah, il live-epitaffio dei Nirvana curato da Novoselic e Grohl, e un omonimo mini-CD degli Hantingtox Angel Divine, la band di cui Dave aveva militato assieme al suo futuro produttore Barrett Jones poco prima della convocazione da parte di Kurt Cobain. A fornire un ennesimo attestato di vivacità, il Nostro ha infine realizzato la colonna sonora di Touch, recentissimo film di Paul Schrader (tratto da un romanzo noir di Elmore Leonard) che ha come principali interpreti Bridget Fonda e Christopher Walken; al soundtrack, di impronta chitarristica, dovrebbero aver contribuito anche Louise Post dei Veruca Salt (con cui Dave, perdonate la caduta nel gossip, starebbe vivendo una relazione sentimentale) e il “vecchio” John Doe.
3-Il nuovo album. Siamo così arrivati al presente, a quel The Colour & The Shape che dalla metà di maggio cercherà di convincere (in modo definitivo) il mondo che Dave Grohl non è più “il batterista di Kurt Cobain” ma una realtà finalmente svincolata da quei pur gloriosi trascorsi. Per raggiungere lo scopo, l’indiscusso leader dei Foo Fighters ha allineato tredici delle canzoni scritte negli ultimi mesi (tre da solo e dieci assieme ai compagni) e prodotte tra Hollywood, Woodinville e Washington D.C. dall’esperto Gil Norton (Pixies, Counting Crows): una scaletta studiata con cura, alla quale il singolo Monkey Wrench – un incrocio in chiave post-grunge tra My Sharona dei Knack e It’s The End Of The World As We Know It dei R.E.M.; per la cronaca, un Grohl ormai in preda a deliri di onnipotenza ne dirigerà il videoclip – ha fornito sul finire di aprile una ghiotta anticipazione.
Appare nel complesso meno punk del suo predecessore, The Colour & The Shape. Più raffinato e “pop”, anche se non meno ricco di energia, e molto omogeneo a dispetto di un range di tematiche sonore che come nel caso di Foo Fighters oscilla da crudi assalti rock’n’roll ad armonie quasi beatlesiane, da intriganti ballate elettroacustiche ad elaborate fantasie di sapore lisergico. Nulla di sostanzialmente diverso dal debutto, insomma, se non fosse per un particolare di notevole rilevanza: mentre il vecchio album altro non era se non il frutto di un abile lavoro di remix effettuato su nastri concepiti come demo, questo secondo capitolo nasce con il dichiarato intento di sbancare le chart americane (e magari europee). Così, dopo la breve e bizzarra introduzione acustica di Doll e l’irresistibile esuberanza del già citato Monkey Wrench, ecco farsi strada le melodie ora leggiadre e ora aggressive di Hey, Johnny Park! e la veemenza punk di Wind Up e Enough Space, il power-pop sfacciato di “Up In Arms” e quello contaminato di My Poor Brain, le piacevolezze elettroacustiche cantilenanti di See You (la nuova Big Me?) e quelle eteree ed evocative di Walking After You, fino al magnetismo vagamente allucinogeno di My Hero, February Stars, Everlong e New Way Home; il tutto in un’allucinata ma stimolante sarabanda di ritmi accesi e pause scaccia-tensione, aperture improvvise e occasionali riminiscenze Nirvana, ritornelli più che accattivanti ed esplosioni di vigore, a ribadire un approccio che, se non proprio di schizofrenia, autorizza almeno a parlare di imprevedibilità. Ed anche se – e qui sta il dato curioso – l’unica caratteristica personale vantata dal suono dei Foo Fighters è quella di avere l’aspetto di un collage di elementi già ascoltati altrove, non è possibile negare che i trucchi del mago Grohl siano questa volta riusciti a incuriosire, a coinvolgere e persino a strappare convinti applausi, un po’ come accade negli album di quei Redd Kross che Dave, non a caso, ha voluto al suo fianco nel prossimo tour inglese, il primo con il nuovo drummer Taylor Hawkins (già dietro i tamburi di Alanis Morissette) al posto del dimissionario William Goldsmith.
Il futuro? Quello, almeno per il momento, è un ‘ipotesi. Comunque pensiamoci meglio, d’ora in avanti, prima di snobbare i batteristi…
Tratto da Rumore n.64 del maggio 1997

 

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Categorie: articoli | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Foo Fighters

  1. secondo me questo disco è molto ben fatto e già superiore all’esordio, a mio avviso pubblicato troppo frettolosamente. Indubbiamente – e parlando a posteriori è più facile affermarlo con certezza – ha dimostrato grande talento, oltre ovviamente a un modus operandi, magari “furbo” ma certamente efficace, specie riferendomi alle varie collaborazioni, al suo eclettismo, ai suoi numerosi progetti.

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