Virginiana Miller

Da oggi è disponibile nei negozi Venga il regno, nuovo, ottimo album di quei Virginiana Miller che tanti considerano non a torto esponenti fra i più ispirati e intriganti del nostro rock d’autore. Del disco ho scritto su AudioReview (settembre) e Blow Up (ottobre), mentre qui mi fa piacere recuperare un’intervista risalente ai lontani giorni del secondo disco, quando la band livornese finì anche sulla copertina dell’inserto “Fuori dal Mucchio”.

Virginiana Miller copEsattamente due anni dopo il più che promettente esordio Gelaterie sconsacrate, i Virginiana Miller sono tornati a raccontare le loro storie di (stra)ordinaria quotidianità in Italiamobile (Baracca&Burattini/Sony), nuova raccolta di quadretti ironico-surreali legati assieme non più dal costante riferimento alla Livorno (spesso interpretata alla luce di un malinconico amarcord) che ha dato i natali al gruppo, ma dall’idea di un ipotetico viaggio attraverso l’Italia dei giorni nostri. Della musica, della filosofia e degli intenti del sestetto toscano abbiamo simpaticamente conversato con Simone Lenzi, il cui canto marchia indelebilmente la formula alla cui definizione contribuiscono anche Antonio Bardi (chitarre), Marco Casini (chitarre), Giulio Pomponi (tastiere), Andrea Fusario (basso) e Valerio Griselli (batteria).
Mi sembra che, nel complesso, “Italiamobile” sia meno “pop” rispetto a “Gelaterie sconsacrate”.
Abbiamo tentato di non realizzare un album che fosse proprio identico al precedente, anche se non si è trattato di una decisione dettata da una precisa volontà ma di un processo del tutto naturale. Sinceramente trovo che Gelaterie sconsacrate, almeno sotto il profilo musicale, fosse più complesso, c’erano più tempi dispari e giri strani. Italiamobile, in un certo senso, è più quadrato, non solo dal punto di vista strutturale: l’esordio, come molto spesso accade per i primi dischi, era quasi un “best of” nel quale avevamo raccolto i brani migliori scritti fino ad allora, mentre le canzoni di quest’ultimo sono state concepite nell’ottica dell’album.
Nel senso che si tratta di una specie di concept?
Il filo conduttore del lavoro è spiegato in modo abbastanza chiaro dal titolo. Tutto è partito da questa sempre più dilagante passione nazionale per il telefonino, ma dall’espressione Italiamobile è poi scaturita l’immagine di un qualcosa di molto instabile, tipo “sabbia mobile”.
Da questa libera associazione di pensieri mi viene da supporre che non siate persone molto ottimiste.
Sinceramente, no: un po’ per natura, ed un po’ perché la situazione del paese non induce certo alla fiducia. Considera che, mentre l’ispirazione di Gelaterie sconsacrate era molto legata ai nostri luoghi di origine, il nuovo album è il prodotto di un anno e mezzo di concerti dal Piemonte alla Sicilia: abbiamo voluto raccontare questa esperienza alla nostra maniera, evitando una retorica del vagabondaggio con la quale non ci sentiamo affatto in sintonia, e il risultato non è stato un disco sul bello del muoversi di locale in locale e conoscere gente nuova; i pezzi sono il riflesso della nostra definitiva presa di coscienza di come la realtà nella quale viviamo sia piuttosto disarmante.
Il vostro obiettivo, dunque, era quello della denuncia, seppure portata avanti in chiave ironica?
No, nessuna denuncia. Crediamo che per chi scrive canzoni o libri sia fondamentale il tentativo di descrizione: il giudizio sulla realtà non deve essere dichiarato apertamente, ma è ovvio che esso è implicito.
In Grand tour, invece, la valutazione mi sembra fin troppo esplicita.
Beh, sì, non lascia granché spazio all’interpretazione. Le radici di quel brano, però, sono particolari e personali: io non faccio il cantante a tempo pieno, e il mio “lavoro onesto” è portare in giro le comitive di turisti ad ammirare le bellezze della Toscana. In verità, nonostante i frequenti shock per l’ignoranza imperante, provo una certa tenerezza per questa gente che arriva da zone culturalmente depresse e si trova di fronte al David di Michelangelo o alle meraviglie degli Uffizi.
Presumo, dunque, che tu sia anche colpito in negativo dalla scarsa considerazione dell’italiano medio, e spesso anche dello Stato, per i nostri tesori d’Arte.
Arriverei pure a comprendere una scarsa attenzione per il passato se questa fosse compensata da un forte interesse per il presente, ma noi non abbiamo neppure quello. Gli americani posseggono almeno una notevole capacità di autodescriversi, come si può vedere in un cartone animato straordinario come I Simpson, mentre noi non abbiamo più questa dote dai tempi di Ladri di biciclette.
Sono rimasto colpito da una frase contenuta nel vostro comunicato stampa, dove affermate di tendere alla “rappresentazione di quel disincanto che sembra essere l’unica garanzia di felicità possibile”. Puoi chiarire meglio cosa intendevate dire?
L’osservazione si riferisce a Placenta, uno dei momenti chiave dell’album, ma è logico che il concetto si può estendere un po’ a tutto ciò che fa parte dello specifico del gruppo. Noi, ad esempio, viviamo ancora con un certo stupore il fatto di muoverci, seppure in modo marginale, all’interno del music-business.
Vuoi dire l’avere acquisito una posizione “ufficiale” e non essere più una band da cantina?
Siamo fondamentalmente meravigliati di essere entrati in un mondo che, per come si mostra, è molto differente da come siamo. Tutti noi non abbiamo nulla a che spartire con certi meccanismi, e a volerla dire tutta ci vediamo più nei panni degli impiegati che in quelli delle rockstar.
Questo, in ogni caso, non vi ha impedito di ottenere consensi sia di critica che di pubblico.
Non vorrei esser stato frainteso: noi crediamo in ciò che facciamo a livello musicale, ma quando si tratta di aspetti paralleli tipo le session fotografiche entriamo un po’ in crisi. Il disincanto sta nell’accettare quel che non piace, magari considerando che tutto sommato questi non sono i tempi peggiori che siano toccati all’uomo; comunque, per quanto mi riguarda, ho smesso di credere che il mondo sia perfettibile, mi sono affrancato da ogni idea di cambiamento o di rivoluzione.
Piuttosto che cercare di cambiare quello che vi circonda preferite costruirvi un vostro microcosmo personale?
Crediamo di saper fornire descrizioni efficaci di quel che vediamo: farlo non è semplicissimo, e quindi ci accontentiamo.
E il fine qual è? Catarsi, autocompiacimento…
L’autocompiacimento non c’entra. È una specie di cura, una forma di difesa, un esorcismo per ciò che non ci va giù. Una delle cose che più odio, ad esempio, sono certe stupide interviste televisive ai cosiddetti esperti: io subisco e subisco, finché scrivo una canzone sul tema e mi sento in qualche modo liberato.
Il relativo successo vi ha fatto scoprire l’esistenza di parecchi spiriti in sintonia con il vostro. Adesso vi sentite un po’ meno soli?
Sì, senz’altro siamo stati in qualche modo confortati dall’accorgerci di non essere delle mosche bianche. La realtà nella quale viviamo è molto incancrenita, probabilmente anche più di altri luoghi: a Livorno attuare progetti di qualsiasi genere è difficilissimo, come prova anche il dato che in otto anni di carriera ci abbiamo suonato dal vivo solo due volte. In città non ci facciamo vedere granché, ma questo non ha messo a tacere invidiosi e malelingue: giravano addirittura voci che i riconoscimenti ricevuti fossero dovuti alla partecipazione al Premio Ciampi o contatti non la gente dell’ARCI… tutte falsità, se siamo riusciti ad arrivare da qualche parte è solo perché da otto anni proviamo tre volte alla settimana.
L’ambiente livornese non vi soddisfa, ma anche se potesse risultare utile per la carriera non vi trasferireste mai a Milano o a Roma.
Sinceramente non so, bisognerebbe valutare la contropartita. Certo che Milano è un posto duro, magari ci trasferiremmo più volentieri a Roma: però l’idea di affermarci maggiormente non grazie alla nostra musica ma alla visibilità derivante dal girare per i locali alla moda, rispettare regole di abbigliamento e dispensare sorrisi falsi ci ripugna davvero.
L’essere dopolavoristi del rock, visto che tutti voi avete una trentina d’anni e un’occupazione normale, non vi ostacola in alcun modo?
No, non ci pesa, e almeno finora non ha neppure comportato problemi di carattere pratico. D’altronde non c’è scritto da nessuna parte che bisogna per forza vivere della propria musica: questa è una convinzione tutta italiana, se non erro è stato proprio Petrarca il primo a voler fare i soldi con ciò che scriveva. Questa è una delle pochissime situazioni in cui il mio modello è americano: la musica può anche rappresentare solo un hobby.
Torniamo a Italiamobile: la vostra maturazione è stata anche il risultato di un budget più consistente?
No, direi di no. L’investimento è stato solo di poco superiore a quello di Gelaterie sconsacrate, ma di sicuro abbiamo impiegato i soldi a disposizione in maniera più produttiva. Il nuovo album è stato inciso in una casa di campagna senza uno studio mobile vero e proprio, utilizzando solo microfoni e preamplificatori e passando il tutto sull’Adat; abbiamo fatto molti esperimenti sui suoni, questo sì, ma non avendo l’angoscia del costo giornaliero il lavoro si è svolto in modo sereno, stimolante e anche divertente. Solo dopo aver terminato le registrazioni abbiamo affittato uno studio per i mixaggi.
Vi è servito molto tempo?
La parte più lunga è stata la preparazione degli ambienti: l’impianto elettrico non era a norma, ovviamente mancava l’insonorizzazione e anche il corretto posizionamento dei microfoni non è stata una faccenda da poco, ma credo che il risultato sia buono: ci piace la naturalezza del suono, e non ci importa di qualche dettaglio tecnico fuori standard.
Vi sieta nuovamente avvalsi della collaborazione di Marc Simon: ci sono state differenze rispetto alla prima volta?
In Gelaterie sconsacrate Marc aveva interpretato al 100% il ruolo di produttore artistico, mentre in questo caso il lavoro è stato firmato da lui e noi. Si è trattato anche di un’esigenza pratica, visto che potendo contare su tempi molto più dilatati non sarebbe stato neppure possibile coinvolgere Marc in una produzione che lo avrebbe tenuto lontano da casa per un paio di mesi.
Sono stato sempre abbastanza incuriosito dal tuo modo di cantare, spesso davvero insolito: è un effetto ricercato, oppure è proprio la tua voce che viene fuori così?
Non ci sono particolari studi: faccio alcune prove di interpretazione e scelgo quella che mi sembra più convincente. Procedo, come dire, a istinto, destreggiandomi tra quello che risulta tecnicamente valido e quello che, pur avendo dei difetti, vanta comunque sfumature secondo me interessanti.
L’atmosfera che risulta dall’accostamento di suoni e parole è sempre piuttosto insolita, un po’ visionaria.
Siamo affascinati dall’idea del momento estraniante rispetto alla realtà di tutti i giorni, delle cose che abitualmente si fanno senza pensare e che, per un attimo, si rivelano in altra maniera: come quando, mentre si guida la macchina, ci si rende conti di quali e quanti movimenti si stanno effettuando tra cambio, sterzo e pedali. Le nostre canzoni hanno sembianze oniriche, ma mantengono forti contatti con la realtà che le ha generate.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.341 del 2 marzo 1999

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Virginiana Miller

  1. Poco da dire. Federico: uno dei migliori gruppi pop rock (termine riduttivo ma che racchiude un po’ tutto) italiani degli ultimi 15 anni per qualità di scrittura (e la carriera da scrittore del leader lo avrebbe testimoniato ulteriormente), arrangiamenti mai sopra le righe, capacità di coniugare temi seri e meno seri, spesso ricorrendo all’uso dell’ironia. Grande gruppo, con un inarrivabile pezzo per intensità… “Dotlingen” tratto dal primo album

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