Numero6

Il mondo è pieno di musicisti pop – insomma, dediti a musiche in teoria “per tutti” – che meriterebbero più di quello che raccolgono, e l’Italia non fa ovviamente eccezione. Fra questi, apprezzo particolarmente Michele Bitossi, leader dei Numero6 nonché animatore di altre belle storie, e sono davvero contento di essere riuscito a dedicargli – poco prima del mio inevitabile addio – un lungo servizio sul Mucchio, a seguire l’uscita di quello che è tuttora l’ultimo album della sua band. Per chi non l’ha mai letto, insomma, è un pezzo attualissimo, che potrebbe essere stato scritto oggi… anche se credo che, dopo la vittoria di ieri sera al Derby della Lanterna, sarebbe ben più entusiasta nel parlare del “suo” Genoa.

Numero6 copDio c’è (Urtovox)
Ridendo e scherzando, se così si può dire, sono ormai quindici anni che Michele Bitossi scrive, suona e canta la sua musica: più pavementiano alla guida dei Laghisecchi (due album all’attivo) e nettamente più pop tanto negli sviluppi solistici dietro lo pseudonimo Mezzala quanto come frontman dei Numero6, giunti ora al quarto capitolo sulla lunga distanza. Un pop-rock, quello dell’artista genovese, che rifiuta la banalità e gli eccessi di linearità, non rinunciando per forza di cose all’immediatezza delle melodie – che pop sarebbe, altrimenti? – ma avvalendosi di trame di arrangiamento ricercate e imprevedibili oltre che di testi in rima dove confluiscono vita quotidiana non priva di risvolti surreali, citazioni più o meno colte e frizzante (auto)ironia. Ci sarà un motivo se Bonnie “Prince” Billy ha accettato di interpretare (in italiano!) un suo brano, e se il sottoscritto – recensendo il precedente I Love You Fortissimo – ha definito la band “l’equivalente ‘indie italiano’ dei Kinks”.
Difficile dire se Dio c’è, a parte il titolo formidabile (soprattutto in relazione al pezzo omonimo), sia il miglior disco del quintetto, e in fondo non è nemmeno tanto importante stabilirlo. Conta, invece, che il circuito nazionale tributi finalmente ai Numero6 – il nome è ispirato a The Prisoner, serie cult inglese dei Sixties – riconoscimenti adeguati alle loro capacità di ideare fantastiche hooklines e ritornelli-killer, di unire chitarre e archi figli dei Sessanta a pur sporadiche tamarrate degli Ottanta, di far convivere contemporaneamente cazzeggi e malinconie. Impossibile non amare un tizio che prima inizia un pezzo con i versi “Se fossi un rapper potrei / dire cazzo e odiare i gay” e pochi minuti dopo tira fuori dal cilindro una magia aggraziata ed evocativa come Un mare, in duetto con Colapesce. E impossibile non farsi conquistare da questo piccolo, grande gruppo Pop che cammina a testa alta per la sua strada, e che – se un dio ci fosse per davvero – spopolerebbe in tutte le radio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.699 dell’ottobre 2012

Numero6 fotoThis is Pop!
Si sa, c’è pop italiano e Pop Italiano: c’è quello (quasi sempre) piatto, plastificato e banale, onnipresente nelle classifiche e nelle scalette dei network, e c’è quello dinamico, genuino e brillante, che di solito viene tenuto ai margini del mercato sebbene possegga tutti i requisiti – dalle melodie accattivanti ai testi che acchiappano, fino ai ritornelli killer – per conquistare il pubblico di massa. Capita, per fortuna, che un rappresentante della seconda schiera riesca più o meno sporadicamente a passare nella prima, ma la (triste) regola recita che la musica bella e intelligente di rado “funziona” mentre quella brutta e stupida raccoglie con maggiore facilità consensi: un discorso valido non solo per l’ambito ufficiale ma anche per quello indipendente/alternativo, come dimostra ad esempio il clamore riscosso da nullità assolute come Lo Stato Sociale e l’apprezzamento relativo finora toccato ai Numero6.
Quattro album alle spalle, la band genovese è già da qualche anno una magnifica realtà, versione tricolore di quegli XTC immancabilmente citati quando si parla di autentici Talenti Pop rimasti di nicchia. Il loro Andy Partridge – ma anche il loro Colin Moulding – si chiama Michele Bitossi… ed è proprio con lui che ci siamo a lungo intrattenuti in conversazione, per comprendere quanti più aspetti possibile di una storia che, ormai, doveva per forza essere raccontata in esteso.
Partiamo da una parola che a molti fa dannatamente paura: “pop”.
A me proprio no, comporre brani pop è sempre stato un mio obiettivo. Sono cresciuto con Beatles, Who, Beach Boys, Kinks… una melodia folgorante è in sé meravigliosa, tanto nei Grizzly Bear quanto in Christina Aguilera: al di là della bellezza o della bruttezza degli arrangiamenti, una buona idea melodica rimane tale. Non mi ritengo un grande musicista, non ho mai studiato e se potessi tornare indietro lo farei perché mi dispiace – anche se sono contento di ciò che sono riuscito a fare da autodidatta – di avere lacune: maggiori conoscenze teoriche gioverebbero al mio songwriting. Per me è importantissimo che una canzone abbia soprattutto una melodia efficace, di impatto. In quest’ultimo disco ho cercato di lavorare più del solito sui ritornelli: non per farli entrare a 00:43, come vogliono i discografici major, ma di farli risaltare. La scrittura pop mi piace, e non a caso sto provando a metterla al servizio di altri… sono affascinato dall’idea che qualcuno che non sia io interpreti i miei pezzi. Punto a lavorare in modo diverso ma senza snaturarmi, un po’ come Alessandro Raina ha fatto con Tre cose: nel repertorio degli Amor Fou non sarebbe stato nulla di speciale, ma Malika Ayane l’ha resa una hit.
Nella seconda metà degli anni ‘90, con i Laghisecchi, l’approccio non era però lo stesso.
A quei tempi avrei voluto avere le capacità e la chiarezza di intenti che ho acquisito oggi. Eravamo quattro “scappati di casa” che ascoltavano Pavement e Archer Of Loaf, a malapena sapevamo accordare gli strumenti: suonavamo sporchi e naïf, ma ci siamo tolti le nostre soddisfazioni e specie con il primo album abbiamo pure ottenuto qualche riscontro.
Giustamente attribuisci grande importanza alle melodie, ma nel caso dei Numero6 mi sembra che le parole siano altrettanto fondamentali. Qual è il tuo rapporto con i testi?
Da qualche anno mi piace comporre in rima perché è una specie di sfida, e io rendo meglio quando ho delle restrizioni. Mi auguro che si colga che dietro a ciò che pubblico c’è un lavoro meticoloso del quale però, non mi pesa ammetterlo, farei volentieri a meno: riascoltando i miei abbozzi di brani in finto inglese penso “bello, perché non può essere finito così?”. Invece devo mettermi, come un ingegnerino, a costruire i testi seguendo le musiche, e benché le cose da dire non mi manchino è sempre una fatica non da poco. Di getto ho scritto solo una canzone e mezzo, Aspetto e Da piccolissimi pezzi (entrambe uscite nel 2008, NdR).
Mi sembra che nell’ultimo album la tua poetica sia meno legata alla sfera personale.
È vero, in Dio c’è ci sono per lo più storie che non mi appartengono ma che mi paiono significative dei nostri tempi. Attingo idee da frasette, frammenti, episodi quotidiani… gioco con le citazioni… ho cercato di aprirmi, di raccontare cose universali viste dalla mia ottica. Prima di I Love You Fortissimo non ci avevo mai provato consapevolmente: sono stati i miei compagni, che preferivano essere rappresentati da testi meno personali, a spingermi in questa direzione. L’esperienza si è rivelata molto formativa, è più facile scrivere del casino che ha combinato la tua donna piuttosto che calarsi in vicende che non hai vissuro direttamente…
Ho l’impressione che questo indossare altri panni abbia accentuato la tua vena arguta e spiritosa.
Forse sì, ma ho sempre avuto questa velleità di osservare e dire la mia in modo leggero e ironico, un po’ polemico e un po’ spiazzante. Non ho mai preso come un’offesa la percezione di questa leggerezza, e ho capito che questo approccio ha avvicinato più gente alla mia musica.
Ecco, la “tua” musica: gli altri come prendono il fatto che i Numero6 vengano identificati essenzialmente con te?
Noi facciamo di tutto per affermare il concetto di essere un gruppo, ma alla fine si parla molto spesso di me. So peraltro che gli amici che mi affiancano nel progetto hanno la maturità e l’intelligenza per vivere la situazione in modo sereno, anche perché io non alimento certo l’equivoco e, al contrario, riconosco il valore dei loro contributi. Per esempio, da I Love You Fortissimo Tristan Martinelli è stato cruciale. Lui è interessato solo agli arrangiamenti e riversa la sua creatività nel confezionare al meglio quello che scrivo: i meriti dalla buona riuscita degli ultimi due album sono in larga parte suoi.
Adesso i Numero6 sono più vicini di prima ai mitici XTC. Che effetto ti fa questo paragone?
Il loro è pop di pregio e Andy Partridge ha sempre curato le sue canzoni in modo maniacale, quindi sono lusingato. Li amo molto, ma confesso di essere arrivato a loro tardi, attraverso quei Blur che non è poi tanto bizzarro considerare loro eredi.
L’anno scorso ha visto la luce il tuo debutto a nome Mezzala. Quali sono le differenze fra i Numero6 e il Michele Bitossi solista?
Comprendo il perché della domanda… Il problema di girarsi è, in pratica, un disco dei Numero6, benché i testi siano più privati, intimisti: con la band non riesco a espormi fino a quel punto. Ho la necessità di vivere la mia musica anche fuori della dimensione del gruppo, di avere uno spazio nel quale agire in totale autonomia assumendomi i rischi del caso.
Al di là delle questioni artistiche, quanto è difficile – attorno ai quarant’anni – continuare a dedicarsi a un gruppo certo professionale ma non in grado di garantire introiti sufficienti alla sopravvivenza?
Se ci siamo ancora non è per inseguire chissà quali sogni di gloria: ogni piccolo successo in più è appagante, ovvio, ma la realtà è che non ci è possibile fare altro, perché sentiamo il bisogno di comunicare qualcosa a chi vuole ascoltarci e perché, sarebbe disonesto negarlo, affetti da un certo egocentrismo. Avere un gruppo alla nostra età – ho trentasette anni – è problematico, tutto va conciliato con impieghi veri e necessità familiari. Per fortuna io posseggo uno studio di registrazione e lavoro come produttore: la musica mi dà il pane indipendentemente da Numero6 e Mezzala, e questo mi rende sereno.
Ok, ma quali sono gli obiettivi?
Non ho l’ansia di arrivare che hanno tanti altri e che avevo pure io quando ero giovane, ma ogni volta che suono dal vivo mi auguro che il pubblico sarà più numeroso di quella prima. Sono convinto di essere un buon songwriter… penso che il tempo sarà galantuomo e che prima o poi raccoglierò più di quanto abbia ottenuto finora. Ancora soffro quando leggo recensioni negative dei miei dischi, ma credo che questo sia sano… il giorno in cui non dovessi più farmi questi problemi dovrò cominciare a chiedermi seriamente se sia o meno il caso di andare avanti. Però mi ci vedo, a settant’anni, a suonare ancora la mia chitarra.
Per usare un eufemismo, la tua filosofia non mi sembra allineata a quella oggi dominante.
C’è troppa gente che suona con in testa l’idea di avere successo. Quando ho iniziato la selezione naturale era molto dura, incidere e pubblicare non era alla portata di chiunque. Adesso pare che non abbia alcun senso impegnarsi per fare buona musica: conta solo apparire, realizzare un CD affinché Rockit ne scriva. Vedo una spasmodica, scomposta e anche un po’ patetica corsa a un oro che oro non è, vedo gente che si ingegna in mille maniere solo per creare il benedetto hype, e questo – lo dico da amante della musica, più che da musicista – mi fa tanta tristezza. È un peccato, perché la qualità ci sarebbe… solo che appartiene soprattutto a gruppi composti da persone non più giovanissime e magari sovrappeso che non si preoccupano di cosa indossano e non hanno un blog trendy. Gruppi che vengono offuscati da gente che ha come ultimo scopo della propria attività musicale quella di realizzare buone canzoni, ma che in compenso è ferratissima sui posti e le persone giusti da frequentare in Rete e nel mondo reale.
Però di questo ambiente indie fai parte anche tu.
La parola indie aveva più senso negli anni ‘90 perché rappresentava, bene o male, un approccio di tipo musicale e un modo di porsi, mentre ora è un’etichetta che lascia il tempo che trova. Non sputiamo nel piatto dove mangiamo, in fondo questo “giro” ci gratifica, ma mi sembra davvero di avere poco a che spartire con il magma indie italiano, eccetto qualcuno che percepisco affine come Perturbazione o Virginiana Miller. Invece del torneo di calcetto “Tutto molto bello” si dovrebbe organizzarne uno di roulette russa, così magari qualcuno – che potrei anche essere io, sia chiaro – toglie il disturbo e lascia un po’ più di aria per chi rimane. Ho la mia label semiclandestina perché non la pubblicizzo, e nonostante ciò sono sommerso di demo. Non ha alcun senso. E della situazione sono colpevoli pure la stampa e i vari siti Internet che trattano tutti o quasi con superficiale benevolenza, amplificando il nulla per illudersi di contare qualcosa.
La tua etichetta si chiama The Prisoner, come la serie TV inglese alla quale avete rubato anche il nome Numero6. Come mai?
Siamo tutti affascinati da quel vecchio telefilm così “avanti”, ma mi andava pure di rendere omaggio al ruolo calcistico del libero, quello che aveva sempre il 6 quando le magliette erano numerate da 1 a 11.
Il calcio è un’altra fissazione: nei tuoi testi, a livello di metafore, ce n’è tantissimo.
Odio il calcio, davvero. Vorrei che mio padre non mi avesse portato, nel 1977, alla mia prima partita del Genoa. Non me ne interesso in senso lato, il calcio di oggi non mi piace: sono ossessionato dal Genoa e i suoi risultati influiscono sul mio umore. È come una malattia.
Io, invece, sono ossessionato della tua Da piccolissimi pezzi cantata da Bonnie “Prince” Billy. Com’è andata, quella storia?
Avevo voglia di collaborare con qualche artista straniero che mi piace molto e, proprio come ho fatto da poco con Steven Kilbey dei Church – alla pari di Peter Buck e Johnny Marr, uno dei miei ispiratori: spero proprio che ne venga fuori qualcosa – ho provato a contattare Morrissey e, appunto, Will Oldham. Il primo non mi ha cagato per niente, mentre il secondo mi ha risposto che era d’accordo – all’estero non se la menano e non hanno paura di mettersi in gioco – a patto che potesse interpretare il pezzo in italiano. A me sembrava una follia ma gli ho ugualmente spedito la nostra versione e le basi, e un paio di mesi dopo ho ricevuto dal Kentucky un CD con due tracce di voce. Mai capito se avesse idea del contenuto del testo, ma adoro quella sua interpretazione buffa: adesso, dal vivo, la imito! Dovrei scriverci un pezzo, su questa cosa di Bonnie “Prince” Billy che non sa cosa cazzo stia cantando… sarebbe molto da Numero6.

We love you fortissimo
È il 1995 quando Michele Bitossi esordisce alla guida dei Laghisecchi con un EP autoprodotto senza titolo cui seguiranno due album, Radical Kitsch (Noys/Sony, 1998) e Très bien: piano B (Baracca&Burattini, 2000): echi di Pavement e Sonic Youth si abbracciano in un suono “storto”, intrigante benché un po’ penalizzato dai toni abulici del canto. La nuova avventura del cantante/chitarrista, Numero6, inizia invece all’insegna di accenti “pop” maggiormente marcati con Iononsono (Alternative Produzioni, 2003) e prosegue con il più maturo e convinto Dovessi mai svegliarmi (Eclectic Circus, 2006). L’EP La gente si sente meglio (Green Fog, 2008), in cui è contenuta la Da piccolissimi pezzi ricantata da Bonnie “Prince” Billy, e il poco persuasivo CD come “backing band” dello scrittore Enrico Brizzi (Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro; The Prisoner, 2009) precede la svolta verso le soluzioni più estroverse sviluppate nell’EP solo digitale Extended Play 2010, in I Love You Fortissimo (Supermota, 2010) e in Dio c’è (Urtovox, 2012); fra gli ultimi due album ha visto la luce l’ottimo Il problema di girarsi (Urtovox, 2011), l’esordio solistico di Bitossi a nome Mezzala.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.700 del novembre 2012

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Numero6

  1. ammiro tantissimo Michele Bitossi, in tutti i suoi progetti, compresi i leggerini Laghisecchi dei 90. Coi Numero6 ha centrato sempre album bellissimi (“Dovessi mai svegliarmi” non ha punti deboli, l’ho consumato di ascolti) ma anche il progetto “Nome” era parecchio intrigante. Grande artista che meriterebbe certamente più spazio e più considerazione, anche all’interno dello stesso ambiente indie

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