Libertines

Fra qualche giorno, il 17 settembre, uscirà Sequel To The Prequel, il nuovo album dei Babyshambles. Ho così dragato il mio archivio cercando antiche vestigia riguardanti quella testa matta di Pete Doherty e ne ho estratto questa recensione col senno di poi dell’esordio dei Libertines, che continua a sembrarmi molto ispirato e significativo (in “1000 album fondamentali”, non a caso, c’è). Merita comunque attenzione anche il lungo pistolotto introduttivo, oggi attuale forse più che allora.

Libertines copUp The Bracket (Rough Trade)
Tutti noi giornalisti esperti, quale più quale meno, siamo ormai talmente prevenuti nei confronti delle next big thing proposteci con cadenza quasi settimanale dai nostri colleghi britannici da avere elaborato una sorta di ritrosia da scetticismo. Più che legittima, d’accordo, visto che molto spesso quelli che ci erano stati presentati come giovani profeti del rock da venire si sono rivelati nell’arco di pochi mesi poveri ciarlatani, ma comunque pericolosa per chi come noi dovrebbe saper sempre cogliere i fermenti più interessanti e fungere loro da cassa di risonanza: giusto nutrire dubbi, e quindi procedere con i piedi di piombo ed evitare magari gli eccessi di trionfalismi, ma sbagliatissimo accostarsi a un ensemble esordiente con l’atteggiamento snobistico di chi è consapevole di aver ascoltato tanto e, dunque, da un disco si aspetta solo repliche sbiadite di esperienze già consumate. Sarà anche vero che la quasi totalità della “nuova” musica si limita nella sostanza a ripercorrere strade già battute dai padri fondatori e dalle prime generazioni di loro discepoli, ma è altrettanto innegabile che al ragazzo di quattordici o quindici anni che per la prima volta entra in contatto con il ringhiare di una chitarra elettrica o con certe parole in odore di ribellione, nulla importa che quegli accordi o quelle frasi siano già stati suonati e pronunciate trent’anni prima da qualche signore oggi sessantenne (o magari defunto): il fascino del rock’n’roll e il modo in cui esso continua a incidere sui destini del mondo sono proprio nella sua capacità di riciclare sempre i soliti elementi, e nel fatto che nella comunicazione del suo messaggio l’istinto conti più della forma. E chi ha avuto la fortuna di vivere in tempo reale determinate età dell’oro non può, ad esempio, scandalizzarsi perché uno studentello di Berkeley veneri i Blink 182 e consideri i Bad Religion dei vecchi babbioni, o uno di Brighton straveda per Badly Drawn Boy e se infischia di chi fosse un tal Nick Drake: con il senno di poi, magari, cambieranno parere e approccio, ma intanto vogliono sentire sulla pelle lo stesso brivido condiviso da artisti che potrebbero essere al massimo loro fratelli maggiori e non genitori o nonni.
Tutto questo interminabile preambolo – da “anziani”, sapete, si diventa un po’ pedanti – serve per introdurre il concetto che Up The Bracket è un album straordinariamente bello e intrigante, e che i suoi titolari – sia che manterranno e sia che tradiranno le promesse formulate con queste dodici canzoni – sono forse la miglior band rock’n’roll d’oltremanica salita alla ribalta da vari anni a questa parte. Rock’n’roll nel senso più fresco e ruspante del termine, seppur legato a un’attitudine pop inequivocabilmente british, che non sa cosa sia la maniera e vuole solo esprimere con sincerità un ampio spettro di sensazioni: la rabbia che ci si sente crescere dentro sia con sia senza un perché, la ricerca di sentimenti veri e di divertimento anche sfrenato, l’impertinenza di chi è convinto di poter governare il proprio futuro e il turbamento di chi, al contrario, teme di non esserne in grado, il bisogno di andare pur non sapendo in quale direzione e per quale motivo. Tale complesso intreccio di urgenze ha ora trovato sviluppo in trentasei minuti di good vibrations supervisionate in studio da Mick Jones: un lavoro, quello dell’ex Clash e Big Audio Dynamite, che non ha soffocato la carica delle composizioni della coppia Pete Doherty/Carl Barat ma che, anzi, ne ha salvaguardato la spontaneità e la purezza. Sono brani fortemente melodici, quelli del gruppo londinese, ma nel contempo ruvidi e attraversati da un nervosismo che giustifica i paragoni con gli Strokes fioriti un po’ dappertutto, sebbene rispetto ai newyorkesi i Nostri paiano nel complesso meno cool e più “incoscienti”. E sono brani belli, trascinanti e persuasivi nei loro impeti clashiani frenati da sospensioni smithsiane, il tutto all’insegna di uno strano equilibrio fra immediatezza persino sguaiata e indole quasi visionaria che sembra affondare le radici nelle magie del garage-beat “evoluto” dei Sixties inglesi, quello di Pretty Things e Kinks.
Saranno anche naïf, derivativi e in apparenza non ancora del tutto a fuoco, i Libertines, ma Up The Bracket è semplicemente una delle più eccitanti avventure recentemente regalateci dal pop’n’roll d’Albione: vale la pena di godersela, senza porsi il problema se essa sia solo il primo apparire di una stella destinata a illuminare a lungo il firmamento della nostra musica o il bagliore abbacinante ma effimero di una meteora che si sta dissolvendo al contatto con l’atmosfera.
Tratto da Mucchio Extra n.8 dell’Inverno 2003

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6 pensieri su “Libertines

  1. donald

    presi più o meno nello stesso periodo questo dei libertines, l’esordio degli interpol, l’esordio dei vines, l’esordio degli strokes, e mi piacquero parecchio tutti, anche se poi li mollai e non li seguii più. Questo era proprio un bel disco, migliore secondo me del primo degli strokes, visto che i 2 gruppi erano un pò uno la bandiera inglese e l’altro quella americana del,. come chiamarlo vintage rock?(insomma, migliore per me, era più sanguigno e le canzoni le trovai più trascinanti)

  2. Anonimo

    caro federico approfitto di questo spazio per inviare una mia vecchia riflessione a proposito della musica degli anni zero. mi sembra, e mi fa piacere , che i nostri punti di vista coincidano
    “che gli anni zero siano stati deludenti è una opinione diffusa e comune a certa stampa musicale italiana
    Ma se fosse davvero così, sul punto ho una mia idea. Io penso che questa opinione si formi per lo più in chi ha ascoltato nella sua vita tonnellate di musica e che, pertanto, non riesce più a sorprendersi. Chi viene da anni di ascolti, inevitabilmente di fronte ad un disco nuovo comincia a chiedersi “a chi somiglia, mi ricorda questo, sembra quello”. Questo è un esercizio che, secondo me, non porta a niente e che forse già si poteva fare nel 1954, anno di nascita (?) del rock’n’roll, poiché la musica di elvis presley non era affatto nuova e veniva suonata da musicisti neri già 10 anni prima. Del resto anche muddy waters fu accusato di aver “ copiato” robert johnson e così si potrebbe andare a ritroso fino alla notte dei tempi.
    Ma non pensate che un ragazzo di 18 anni quando ha ascoltato per la prima volta is this it? degli strokes sia saltato sulla sedia come è successo per esempio a molti di noi che per la prima volta hanno sentito london calling, exile on main street, born to run ecc. ? Certamente non si è posto il problema di andare a vedere a chi somigliano gli strokes ecc. in realtà, penso che per godere appieno di un disco, ci si dovrebbe spogliare da tutte le proprie conoscenze e sgombrare le orecchie da tutto quello che si è sentito prima. Per me ciò che conta davvero è la qualità della scrittura e non la ricerca del mai sentito e dell’innovazione ad ogni costo.
    Procedendo così ho ascoltato nel decennio trascorso diversi dischi a cinque stelle che non hanno niente da invidiare a quelli usciti nei sessanta anni precedenti
    E poiché prima l’ho citato propongo is this it? degli strokes come disco a cinque stelle. Anno di grazia 2001” antonio urciuolo

    • Sono d’accordo con te, e quoto con il sangue la parte sulla qualità della scrittura. Poi, certo, fra il dire e il fare c’è di mezzo “e il”… da semplice ascoltatore posso anche accostarmi a un disco senza farmi tante seghe mentali, ma da addetto ai lavori sono obbligato a offrire una prospettiva storico-artistica un po’ più ampia. Comunque, al di là delle innovazioni sostanziali che ormai nessuno pretende più, c’è in giro troppa gente che non riesce neppure a tirar fuori uno stile anche un minimo personale o una canzone decente. La verità è che c’è troppa musica, ci sono troppi artisti o sedicenti tali, e nulla o quasi riesce a essere davvero decisivo com’è accaduto fino agli anni ’90.

      • Orgio

        Sante parole: c’è troppa musica, e dunque quella di valore si confonde nel coro di quella di nessun pregio, che è anche quantitativamente superiore. Paradossalmente, per imbattersi in un disco bello bisogna fare molta più fatica adesso, che Internet e il digitale hanno consentito praticamente la medesima visibilità a chiunque, che prima, quando una selezione avveniva a livello discografico, e dunque non tutto riusciva ad approdare sui supporti e conseguentemente nei negozi.
        In questo contesto, sinceramente, è molto più facile, e nemmeno dissennato, rinchiudersi nel passato e ascoltare solo album la cui validità è stata dimostrata dal tempo.

      • Non è dissennato, affatto, anche se comunque non è male provare almeno ad assaggiare le cose nuove sulle quali sembra esserci una certa omogeneità di giudizio. Io sono ovviamente obbligato a essere informato… e infatti sono sommerso da dischi nemmeno di merda, ma drammaticamente piatti, prevedibili, inutili.

  3. io invece la penso un po’ diversamente sui Libertines: se l’esordio poteva suscitarmi degli entusiasmi, ben presto ha preso il sopravvento Doherty con le sue smanie e le sue “manie” disperdendo il suo talento. Ho preferito in questi anni l’ascolto di Carl Barat che non i Babyshambles ad esempio. Diversamente invece penso di Strokes e Interpol che da subito mi sono piaciuti, anche se Is this it non era replicabile.. o meglio, non doveva essere replicabile, e difatti la seconda prova degli Strokes è troppo simile all’esordio, mancando però della cosa più importante, le canzoni, salvo Reptilia che indubbiamente ha un bel tiro

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