In Utero

Il terzo e ultimo album di studio dei Nirvana uscì esattamente vent’anni fa, il 13 settembre 1993. Parlo dell’edizione britannica in vinile: il compact UK e il vinile USA (tiratura limitata a 25.000 copie) furono pubblicati il giorno dopo, mentre il CD americano arrivò nei negozi il 21 settembre. È dunque corretto festeggiare proprio oggi quel ventennale che la DGC/Universal celebrerà il 24 ristampando il disco in varie edizioni, la più ricca delle quali fa(rà) magnificamente il paio con la “super deluxe” di Nevermind di due anni fa. All’epoca non recensii In Utero, perché quel simpaticone di Alberto Campo lo tenne per sé su Rumore (nello stesso numero, però, firmai questo articolo) e mi anticipò su Audio Review (dove mi ero occupato dei suoi due predecessori). Ho così pensato di recuperare uno stralcio della mia monografia apparsa quasi dieci anni fa sul Mucchio Extra, della quale vado piuttosto fiero. A tale proposito sarebbe carino raccontarvi un aneddoto con co-protagonista Max Stèfani (che, per quanto possa apparire bizzarro, mi diede un suggerimento nel quale c’era del buono), ma lo conservo per il prossimo 5 aprile, quando ricorrerà il ventennale della morte di Kurt Cobain. Pazientate.

Nirvana copNel gennaio del 1993 i Nirvana volarono in Brasile per l’Hollywood Rocks, un festival nel cui cartellone figuravano anche Alice In Chains, Red Hot Chili Peppers e L7, utilizzando i tre o quattro giorni di riposo tra le due tappe per registrare alcuni demo: sedici mesi dopo Nevermind e con l’hype ancora a mille le richieste di un nuovo album erano pressanti, e a tener calmi i fan non poteva bastare la pubblicazione, in febbraio, dell’altrove irreperibile Oh, The Guilt, risalente alle session con  Barrett Jones dell’aprile precedente e collocata in un 45 giri diviso a metà con gli alfieri del noise Jesus Lizard. Sempre in febbraio, la band si recò così presso Minneapolis con il produttore Steve Albini, ingaggiato per garantire un sound formalmente corretto ma più violento rispetto al predecessore: dai Pachyderm Studios i quattro uscirono dopo una decina di giorni, dichiaratamente soddisfatti del lavoro svolto. Ma la situazione in apparenza tranquilla dei Cobain, resa anzi euforica dalla vittoria nel giudizio per l’affidamento senza limitazioni della piccola Frances Bean e dalla soddisfazione per la bontà delle nuove canzoni delle Hole (quelle poi finite in Live Through This, alla stesura delle quali Kurt dovrebbe avere pesantemente contribuito), fu compromessa tra aprile e maggio da un’overdose del musicista (superata fortunatamente senza conseguenze) e dal rimbalzare sulla stampa di voci secondo le quali la Geffen era tutt’altro che entusiasta del nuovo disco a causa della sua eccessiva durezza. Le smentite della label furono però a loro volta contraddette dalla decisione di affidare due brani – Heart-Shaped Box e All Apologies, scelti come singoli – alle mani di Scott Litt, incaricato di limarne le asperità.
In Utero, che nei propositi originari avrebbe dovuto intitolarsi I Hate Myself And I Want To Die (il bel pezzo omonimo, escluso dalla scaletta, sarebbe stato poi riciclato per la compilation The Beavis And Butt-Head Experience), giunse nei negozi americani il 21 settembre – praticamente assieme a Houdini dei Melvins, che Kurt aveva per 7/13 prodotto – preceduto di una settimana da una stampa in vinile trasparente fortemente voluta da Cobain. Salì immediatamente in vetta alle classifiche, vendette un milione di copie nei primi due mesi e sostenne un tour in formazione a cinque (con il chitarrista Pat Smear e la violoncellista Lori Goldston), ma fu comunque travagliato, prima e dopo l’uscita, da parecchi irritanti intoppi: non fossero bastati i dissapori con la Geffen, a innervosire Kurt furono le polemiche causate dalle liriche di Rape Me e dal collage di fiori, ossa e feti ossa posto sul retrocopertina (la catene Wal-Mart e Kmart rifiutarono di distribuire l’album nei loro numerosissimi punti-vendita), l’estenuante serie di modifiche di montaggio al clip di Heart-Shaped Box, i soliti guai con l’eroina, qualche screzio di troppo con la moglie e i problemi incontrati durante i concerti, di carattere tecnico ma anche relativi a un cattivo rapporto con l’audience. Non dell’audience verso Kurt bensì di Kurt verso l’audience, come rimarcato dalla scelta di escludere da alcuni show il pezzo più atteso, Smells Like Teen Spirit, che il cantante stava cominciando a non sopportare più in quanto simbolo di quel successo che ormai stava assumendo i connotati della maledizione.
Nell’ottica del semi-rifiuto di un ruolo di stella del rock “ufficiale”, In Utero prende senza dubbio una posizione inequivocabile: alla (molto relativa) pulizia di Nevermind, il terzo Nirvana risponde infatti tornando indietro verso Bleach, con spigoli più appuntiti, con torsioni più dolorose, con toni sofferti che a tratti – Scentless Apprentice, ad esempio, o Milk It, o Radio Friendly Unit Shifter, o tourette’s – sprofondano in una disperazione senza vie d’uscita. E anche quando le esasperazioni ritmiche, chitarristiche e canore lasciano spazio a sonorità pacate – Heart-Shaped Box, Pennyroyal Tea, Rape Me (un anello di congiunzione tra Smells Like Teen Spirit e Polly?), quell’incantesimo cantilenante che è Dumb – si capisce che la quiete e la grazia sono solo apparenti, che non c’è nulla di idilliaco e che nella mente, nel cuore e nel corpo di Kurt continuano a dimenarsi terribili fantasmi. Lui lo confessa, nella dondolante e fascinosissima Serve The Servants collocata non a caso in apertura – “l’angoscia adolescenziale ha pagato bene / ma ora sono annoiato e stanco”, ma nessuno ci crede: Cobain è geniale, famoso, bello, giovane, innamorato, ricco e padre di una bambina meravigliosa, starà recitando una parte… e tutti ad alzare il volume, non provando neppure ad ascoltare quella voce che stava chiedendo aiuto. Come nessuno asccoltava quella di Frances Farmer, eroina dannata alla quale rende omaggio Frances Farmer Will Have Revenge On Seattle.
Il 18 novembre ebbe luogo l’irripetibile, stupenda performance acustica immortalata nell’Mtv Unplugged, uno dei pochi momenti di gioia in un periodo concitato, fra performance di qualità disomogenea, incazzature, il raffreddamento dei rapporti con Grohl. Poi, il tour europeo, per tutto il febbraio 1994. E poi venti ore di coma, all’ombra del Colosseo. E poi, il 18 marzo, la prima minaccia di suicidio, quando un Kurt in stato di alterazione si chiuse, armato, in una stanza. E poi l’ingresso in una comunità per una terapia di disintossicazione, e la fuga dalla comunità scavalcando il muro di cinta. Il rientro a Seattle. Il male di vivere che opprime. Un uomo di ventisette anni, solo con le sue paranoie e la sua collezione di armi. È un attimo.
Tratto da Il Mucchio Extra n.13 della Primavera 2004

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Categorie: articoli | Tag: | 12 commenti

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12 pensieri su “In Utero

  1. donald

    tengo gelosamente in libreria sia il numero del Mucchio Extra con la monografia sui Nirvana, sia quello con la monografia dei Blur, splendide entrambe

  2. donald

    Tra l’altro mentre presi solo l’edizione singola rimasterizzata di navermind per il ventennale, di in utero sto pensando di prendere la super deluxe, principalmente per il live and loud che ci sarà sia in cd che in dvd, live grandioso, insieme al live at reading e all’unplugged da avere assolutamente

  3. donald

    eh ma visto che vorrei accattarmi sia il cd e dvd del live and loud, sia la ristampa di in utero faccio prima a prendermi il box (visto anche il secondo dischetto con bsides e rarità)

  4. bellissimo articolo che condivido in pieno… In Utero è un grande album, che già intendeva staccarsi dalla vaga piega patinata presa da Nevermind e che grande importanza ha avuto per il fragoroso successo commerciale della band, al di là delle splendide canzoni là contenute. Chissà che avrebbe riservato il futuro.. continuo a sostenere che avrebbero dovuto “scomparire” lentamente come i Radiohead, reinventandosi in altre forme magari, come accennato più volte dallo stesso Kurt, quando alludeva all’ammirazione che provava ad esempio per gruppi come i R.E.M., capaci di smerciarsi all’apice del loro hype con un album fortunatissimo (oltre che stupendo!) come Automatic for the People.

  5. donald

    a me è sempre piaciuto pensare all’unplugged come all’album acustico che kurt aveva dichiarato di voler fare dopo in utero, poi dichiarò che o si mettevano a lavorare seriamente sulla sperimentazione diventando quasi psichedelici con una struttura più forte, oppure che i nirvana avrebbero dovuto chiudere, perchè, sempre parole sue, ogni artista ha un numero limitato di cose da dire, finite quelle, meglio darsi ad altro

    • Diciamo che se l’Unplugged fosse stato costituito da canzoni inedite sarebbe stato in effetti così anche per me, ma essendo composto da pezzi editi, seppur trasfigurati, mi viene più da considerarlo come una specie di (magnifica) appendice. Comunque, sì, le intenzioni di Cobain erano quelle e non ho alcun dubbio che avrebbe dato vita a un’eccezionale carriera solistica, magari anche in parallelo a quella della band, oltre che a collaborazioni brillanti. Purtroppo non ne avremo mai la prova, ma mi piace pensarlo.

      • donald

        si, anche a me piace pensarlo, per quanto riguarda l’unplugged, è vero, sono pezzi editi, però mi piace pensare che il suono del disco che Cobain avrebbe voluto fare dopo In Utero, sarebbe stato esattamente quello

      • E sarebbe stato di sicuro una meraviglia. 😦

  6. donald

    assolutamente si, sicuramente una meraviglia 😦

  7. concordo assolutamente con le vostre considerazioni

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