Lost Sounds

Da un po’ volevo recuperare qualcosa sui Lost Sounds, e questa lunga recensione del loro ultimo album – in genere reputato il migliore della band di Memphis, ma gli altri sono grossomodo sullo stesso livello – mi sembra perfetta. Il leader Jay Reatard, morto nel gennaio del 2010, avrebbe poi avviato una carriera solistica ricca e interessante, più che meritevole di attenzione a partire dall’esordio Blood Visions del 2006.

Lost Sounds copLost Sounds (In The Red)
Era forse prevedibile, benché il loro stile non sia del tutto in linea con quanto mediamente proposto dalla (magnifica) etichetta californiana, che prima o poi i Lost Sounds sarebbero finiti a incidere per la In The Red. Anime gemelle, label e band, in quanto entrambe caratterizzate da un’attitudine che prevede ruvidezza di approccio sonoro, basso profilo, assoluta genuinità, orgoglio del proprio essere underground e anche una filosofia vecchio stile dimostrato dall’attaccamento al vinile e dalla tendenza a snobbare Internet (nella copertina non troverete indirizzi web, sebbene sia l’una che l’altra posseggano un sito ufficiale: come a dire veniteci a cercare); è quindi bello scoprire come il matrimonio, dopo un corteggiamento non sappiamo quanto lungo, si sia felicemente celebrato in questo 2004 con il mini Future Touch, cui ha fatto ora seguito l’album in oggetto: il quarto, contando solo quelli effettivi e non anche i CD-R e le raccolte di demo, in una sequenza inaugurata nel 2000 da Memphis Is Dead e proseguita nel 2001 con Black Wave e l’anno successivo con Rat’s Brains & Microchips.
Sono indiscutibilmente un gruppo particolare, i Lost Sounds, un’evidente anomalia in un panorama alternative che pure non lesina in proposte poco allineate: anche se suonano con approccio punk, peraltro non disdegnando soluzioni fortemente melodiche, fanno pensare alla new wave sperimentale sviluppatasi a livello sotterraneo un po’ in tutti gli Stati Uniti tra la fine dei ‘70 e la prima metà degli ‘80, grazie a sintetizzatori vintage magari ingombranti ma funzionali a creare un mood di perversa solennità, a chitarre ora abrasive/taglienti e ora capaci di guizzare, a strutture ritmiche che mirano a incalzare/ipnotizzare, all’alternarsi di una voce maschile e una femminile per lo più tendenti all’acido. A volte, come nell’iniziale There’s Nothing d’apertura o nella furiosa I Get Nervous, paiono volersi rifare agli Screamers (autentica leggenda della scena di Los Angeles di cinque lustri fa), mentre in qualche caso – ad esempio, Your Looking Glass – il riferimento sembra essere ai primissimi Devo, ma il risultato d’insieme riesce a evitare l’effetto-fotocopia per imporsi in tutta la sua cruda, ombrosa e malsana autorevolezza.
Grande musica, quella dei Lost Sounds, scevra da ogni fighettismo e resa assai intrigante anche dall’aria di “incompiutezza” che la pervade. Forse non proprio per tutti, vista la sua urticante eccentricità, ma almeno nel contesto del revival post-punk di questi giorni sarà difficile trovare qualcosa di più eccitante-straniante di questi trentaquattro minuti di fuoco e ghiaccio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.602 del 30 novembre 2004

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Categorie: recensioni | Tag: , , , | 1 commento

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Un pensiero su “Lost Sounds

  1. Anonimo

    Ciao Federico, a proposito di culti volevo sapere se hai qualcosa da recuperare su un disco secondo me bellissimo di cui ricordo una magnifica recensione sul mucchio allora settimanale, il disco in questione è Bill Cargill “submarine adress”
    Demis

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