Edda

Data infausta, l’11 settembre, per almeno due eventi: il colpo di stato in Cile del 1973, con le stragi e le violenze che ne seguirono, e gli attentati negli USA del 2001, a partire da quelli che portarono al crollo del World Trade Center di New York. L’11 settembre, ma del 2009, ha però anche visto l’uscita di uno degli album di rock italiano più particolari e belli dell’ultima quindicina di anni se non di sempre, il debutto da solista dello storico cantante dei Ritmo Tribale riapparso all’improvviso dopo un lunghissimo, totale silenzio. Questo è ciò che scrissi circa due mesi prima della pubblicazione di Semper biot: il resto della stampa di settore si sarebbe poi accodata, più o meno compatta, al mio panegirico.

Edda ok copSemper biot (Niegazowana)
Ci sono dischi difficili da spiegare, e spesso sono i più belli: dischi che sfuggono da qualsiasi logica comune di calcolo e di mercato, che ci sono semplicemente perché devono esserci e non perché a monte c’è stata una decisione realmente ponderata di farli esistere. Dischi come questo debutto solistico – ma concepito assieme a Walter Somà (coautore), Andrea Rabuffetti (arrangiamenti e strumenti vari) e Taketo Gohara (produzione artistica) – di Stefano “Edda” Rampoldi, che fu voce e immagine degli indimenticati Ritmo Tribale e che da tredici anni non dava sue notizie. Un uomo che fino a non troppo tempo fa era smarrito e che sembra essersi ritrovato anche grazie a questi episodi scritti/elaborati sulla spinta di un’emotività irrefrenabile, ora disperata e ora contemplativa (e a volte entrambe le cose assieme): canzoni aspre e carezzevoli, dalle strutture per lo più rarefatte ma non per questo disadorne, con testi ricchi di immagini forti e/o criptiche interpretati in modo istintivo, appassionato e a tratti enfatico fino all’istrionismo (gli esempi più eloquenti, in tal senso, sono forse in Milano e Snigdelina).
L’ambito musicale, insomma, è quello di un cantautorato rock di grande personalità, che vive di sensazioni e suggestioni non addomesticate: una poesia sofferta, tendente al mistico (abbondano i riferimenti a Krishna, cui Edda è devoto) tanto quanto al carnale, che suona come un esorcismo privato più che come un tentativo di comunicazione… ma che non scade mai nell’autocompiacimento o nel solipsismo. E che, comunque, è sviluppato in canzoni vibranti e soprattutto vere, credibilissime nell’urlare – anche quando sono sussurrate – la propria urgenza espressiva, come si conviene a un album il cui titolo significa sempre nudo. Canzoni splendide nelle quali non è magari semplicissimo entrare ma che dopo, se sintonie e mood sono quelli giusti, risulteranno travolgenti: e che, tutte e dodici una dietro l’altra, compongono un disco intenso fino a far male, al quale è arduo trovare termini di paragone. Raro e prezioso, come una fenice che rinasce dalle sue ceneri.

Edda foto

Stefano “Edda” Rampoldi, chi è costui?” Se lo chiederanno in parecchi, tra i più giovani aficionados del rock di casa nostra, trovandosi di fronte il suo CD Semper biot. Molti altri, perché più attempati o perché hanno “studiato” un minimo, sanno invece che Edda era il cantante-icona dei Ritmo Tribale, band milanese che tra la fine degli ‘80 e la prima metà dei ‘90 ha scritto una delle pagine più intense e travolgenti di un rock (in) italiano che proprio in quell’epoca stava prendendo (piena) coscienza delle sue potenzialità: lavori quali Kriminale o Tutti vs tutti sono scolpiti nella memoria e nella storia (per dirne solo una, se non fossero usciti avremmo oggi in circolazione altri Afterhours), così come l’immagine un po’ inquietante ma fascinosissima di quel frontman dalla lunga chioma e dall’impeto contagioso che un brutto giorno salutò i compagni costringendoli – dopo un ulteriore disco, nemmeno male, senza di lui – a gettare la spugna e rassegnarsi a vedere altri raccogliere laddove loro avevano così ben seminato. Benché nessuno sembrasse sapere esattamente dove fosse finito, Edda continuava a essere una presenza forte, evocata sempre con rispetto e spesso con toni mitici: si diceva che vivesse in India, che lavorasse come operaio, che fosse ridotto come Syd Barrett, che della musica non volesse più saperne, che prima o poi sarebbe ricomparso. Una mano ignota aveva persino tracciato con un pennarello, su un muro del quartiere romano di San Lorenzo, la scritta – e non era per una donna – Edda ritorna. Ok, ma nel caso… come sarebbe tornato? Una questione non di poco conto.
A giugno, il CD-R di Semper biot mi aveva ricordato che possono ancora esistere dischi in grado di suscitare emozioni autentiche. A luglio, in un grazioso e incasinato ufficio promozionale della sua Milano, trovarmi davanti Edda è un tuffo al cuore: rispetto al nostro precedente incontro di un decennio e mezzo fa è un altro uomo, con i capelli molto corti, e indossa ancora la maglietta e i calzoncini con i quali fino a poco prima montava ponteggi, ma è lui. “Lavoravo in cantiere tutta la settimana e ogni domenica, per circa un anno, mi vedevo con Walter Somà, per suonare assieme in libertà. I pezzi, scritti a quattro mani ma più da lui che da me, mi parevano belli, e così abbiamo coinvolto Andrea Rabuffetti, che conoscevo da tempo, perché ne curasse gli arrangiamenti. Sempre lui ha reso disponibile qualcosa in Internet, io nemmeno sapevo che esistesse YouTube, e siamo stati contattati dalla Niegazowana per pubblicare un disco. Nelle canzoni di Walter avevo colto delle cose, e metterci mano assecondando la mia sensibilità è stato un processo del tutto fluido… e questo ha avviato dinamiche impreviste, al punto che da solo ho composto altri episodi: Milano, Snigdelina, Bella come la luna, Per semper biot. Entrando in studio con Taketo Gohara, che si è occupato della produzione artistica, non avevamo idea di quello che sarebbe successo: pensavamo di incidere tutto Andrea e io, ma poi altri musicisti che passavano per le Officine Meccaniche (ad esempio il “padrone di casa” Mauro Pagani e Alessandro Stefana, NdI) hanno offerto i loro ottimi contributi. Quando ho ascoltato l’album finito ho provato una grande emozione, che magari sarebbe stata ancora più grande se lo stesso identico album non fosse stato mio: non so come spiegarlo, è una questione di pudore… so di avere il diritto di suonare ma non sono altrettanto sicuro di avere quello di far circolare la mia musica sotto forma di disco. È scontato che nella mia vita debba esserci la musica, ma essa va onorata… e se ritenessi di non poterlo fare mi sentirei moralmente obbligato ad abbandonarla“.
Almeno per quanto concerne Semper bior, il rischio non sussiste: l’Edda del 2009 è un artista assolutamente speciale, che esprime se stesso con una genuinità e un trasporto più unici che rari. Gli stessi con i quali racconta il suo esorcismo privato e parla del futuro. “I brani sono nati in modo pressoché involontario e nient’affatto semplice, elaborarli non era come andare a fare le prove: a volte l’intensità sconfinava nello psicodramma, anche con problemi di rapporti fra noi tre. Non ci stavamo divertendo e non si trattava di un ‘lavoro’, e a venir fuori è stata la verità: di ispirazione ce n’era persino troppa, ma ci serviva trovare il senso della nostra musica. Non mi aspetto apprezzamenti unanimi, ma che qualcuno mi dica di essere stato colpito nel profondo significa che è stato giusto realizzare il disco. Forse ne farò un altro fra quindici anni, forse mai… devo ancora capire se per me suonare ha un significato o se è meglio che continui a costruire ponteggi, dubito di essere capace di mettermi a scrivere ‘a comando’ e per riprendere a essere musicista di professione la mia vita dovrebbe cambiare totalmente. Di sicuro ci saranno dei concerti, ma dobbiamo definirne la formula: all’etichetta sostengono che in due, come il mese scorso al ‘MiAmi’, siamo pochi e dunque sarebbe meglio allestire un gruppo, ma non sono convinto”. Tale prospettiva, in verità, non convince neppure noi, perché un assetto rock potrebbe banalizzare una proposta che tra le sue armi più efficaci vanta personalità e schiettezza. “Suonare è stato come rinascere, e quello che davvero non volevo era ricomparire con qualcosa di falso, di forzato. Il mio riferimento era Johnny Cash, pensavo che avrei voluto fare un album idealmente affine a quello di Johnny Cash al carcere di San Quintino. Il titolo, Sempre nudo, è esplicativo: d’accordo che nella società e nel mondo del lavoro si è costretti ad adattarsi al prossimo e osservare le regole, ma lo si fa alla propria maniera, rimanendo comunque se stessi. In passato, come tutti, ho dovuto compiere delle scelte: anche con i Ritmo Tribale, con i quali ho provato ad atteggiarmi a star… ma non mi riusciva mica tanto bene“.
Già, i Ritmo Tribale. Impossibile non domandare a Edda le ragioni di un addio e un ritiro che all’epoca sorpresero e amareggiarono. “Negli anni mi sono dato tante risposte, ma oggi posso dire che quello che facevo non mi sembrava più vero, non mi ci riconoscevo. Credevo di non potere andare più in là, di non soddisfare le aspettative dei miei compagni, ma magari esageravo e le cose non stavano proprio così. Tra l’altro solo adesso mi rendo conto di aver lasciato una traccia, di essere stato in qualche misura influente. Come avevo annunciato un annetto prima, me ne sono andato dopo l’ultimo concerto, e per un buon decennio non ho visto nessuno degli altri. Ripensandoci, in quel periodo non ero in me… mi ero perso. Sono stato tossicodipendente per sei anni, sono andato in India per drogarmi… ma poi mi sono ripulito e rimesso in carreggiata, ho trovato un lavoro normale e riallacciato i legami con la musica che avevo completamente interrotto. Però non mi sento stabile né credo di avere ancora fatto tutto quello che dovevo nella vita, anche se suonare e la devozione a Krishna sono state e restano esperienze fondamentali“. Nessuno stupore, insomma, che Semper biot incarni le contraddizioni di uno spirito non pacificato. “Come quando ho comprato Four Way Street di CSN&Y, con Krishna è stato amore da subito. Lui mi accompagna da quando avevo vent’anni e seguire con rigore la sua dottrina farebbe quadrare il cerchio. L’ostacolo è che sono attratto da altre cose in disaccordo con quella filosofia, a partire dalla sessualità… dovrei essere più coerente ma non ci riesco. Non so se Dio esiste, ma se esistesse vorrei che fosse simile a Krishna, con i suoi colori e i suoi profumi”. Spiritualità e carnalità sono comunque due dei motivi dominanti delle canzoni, che nei testi così come nelle atmosfere vivono di suggestioni di segno opposto. “È una sorta di schizofrenia che tutti affrontiamo quotidianamente… ad esempio, il costante oscillare tra gioia e dolore, benché non sempre in termini assoluti. La questione è antica, non si trova il famoso centro di gravità permanente”. Sorride, Edda, e noi con lui. E la sua rentrée deve far sorridere tutto il rock italiano.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.662 del settembre 2009 

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Edda

  1. Orgio

    Non dimenticare l’11 settembre 1987, con la fosca dipartita di Peter Tosh.

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