Terry Lee Hale

Fra poco più di un mese, il 14 ottobre, uscirà per la Glitterhouse The Long Draw, il nuovo album di Terry Lee Hale, uno dei più affascinanti “beautiful loser” del cantautorato rock americano dell’ultimo quarto di secolo. Purtroppo non è molto noto, ma hai visto mai che le cose non possano cambiare? Intanto, dai miei immensi archivi faccio riemergere la recensione del suo “best of” di fine 2003, che al di là della bellezza dei (non molti) album successivi rimane una magnifica introduzione a questo sottovalutato ma brillante artista.

Terry Lee Hale copTender Loving Hell (Glitterhouse)
Non sono in moltissimi a conoscerlo, ma Terry Lee Hale è un autentico personaggio. Un genuino artista underground che però, a differenza della maggior parte dei suoi simili, tante ne ha viste e ancor più ne ha da raccontare: sia a Seattle, durante l’esplosione di quel grunge che ha avuto la possibilità di seguire da vicino e del quale è paradossalmente stato considerato una specie di prime mover, e sia nelle sue movimentate peregrinazioni europee, che gli hanno consentito di avviare una carriera discografica tanto scarsamente visibile quanto pregevole per qualità. Si scriveva “paradossalmente” non a caso, dato che per questo cinquantenne di origini texane l’abrasivo hard/punk che nella seconda metà degli ‘80 ha fatto della sua città d’adozione una Mecca del rock è sempre stato sullo sfondo: perché lui, nonostante abbia diviso il palco con tutti o quasi gli esponenti della scena, era e rimane un cantautore roots, uno di quelli armati di chitarra e armonica e solo occasionalmente sostenuti da una band, che vivono la musica in termini di semplicità, di intimismo, di emozioni distillate con cura da appassionato artigiano, senza alcun bisogno di watt a iosa, distorsioni a-go-go e urla feroci.
Ecco così che anche per Terry Lee Hale è giunto il momento del best of (parlare di greatest hits sarebbe francamente fuori luogo), sponsorizzato da quella Glitterhouse che appoggia il Nostro dall’epoca di Frontier Model (1994): in tutto, quindici canzoni ricche di grazia ma fedeli a un’etica “poveristica” che non sconfina nel lo-fi, pressoché perfette nel fotografare un mondo espressivo dove la malinconia e il dolore dei quali è permeato non riescono a soffocare del tutto la luce; citando in ordine sparso, una suggestiva Cheyenne scandita dal dobro, una Texas Rose che trasuda blues, una vivace The Ballad Of Molly & Shelly, un’intensissima Forget About Love, una Control e una Ride Hard che potrebbero essere firmate dai Walkabouts, una Rainer’s Song – unico strumentale della scaletta – dedicata allo scomparso Rainer Ptacek. C’è comunque molto altro, in un album perfettamente in linea con le gloriose tradizioni del cantautorato folk statunitense più diretto e terrigno, compreso un bel libretto prodigo di note informative e un “free bonus CD” – quindi, almeno in teoria, niente costi aggiuntivi – nel quale è riproposto l’ormai irreperibile esordio ufficiale Oh What A World realizzato nel 1992 assieme agli amici Walkabouts. Chi non conoscesse questo eccellente songwriter e interprete nelle cui vene scorre sangue di hobo, e volesse colmare la lacuna, può cominciare con fiducia proprio da qui.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.558 del 9 dicembre 2003

Annunci
Categorie: recensioni | Tag: , | 5 commenti

Navigazione articolo

5 pensieri su “Terry Lee Hale

  1. Anonimo

    Ciao Federico, grazie per questo artista immenso e purtroppo quasi sconosciuto, con l’occasione ti volevo chiedere se hai già sentito il nuovo album de IL MURO DEL CANTO “ancora ridi” e che cosa ne pensi, ricordo una tua recensione in termini entusiastici del loro primo album che all’incirca un anno fa mi fece innamorare…anche se molti li ritengono una mezza bufala, grazie.
    Demis

    • Anche se il disco è uscito solo da tre giorni, io lo ascolto a manetta da almeno un paio di mesi. Ne ho scritto da varie parti, tipo “Blow Up”, “Audio” e qui:
      http://music.fanpage.it/il-muro-del-canto-folk-rock-alla-romana/

      • Anonimo

        Grazie Federico ho letto…ho visto che nell’ultimo Blow up c’è un articolo sul folk rock capitolino, immagino che nessuno meglio di te possa conoscere questa realtà, a parte il muro del canto ho sentito anche gli Ardecore che mi sembrano ottimi, di quelli indicati nell’articolo chi merita più attenzione?

  2. Anonimo

    Ciao, il suo album piu’ bello? grazie.
    Demis

    • Sul piano qualitativo la produzione è molto omogenaa, quindi dove peschi, peschi bene. Se proprio dovessi indicare qualche titolo direi “Tornado Alley” o “The Blue Room”, ma anche l’ultimissimo (forse non è ancora neppure uscito) “The Ling Draw” mi sembra eccellente.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: