Sleater-Kinney

Ah, le Sleater-Kinney… che si siano sciolte è davvero un peccato, ma la bontà dei dischi che ci hanno lasciato, da ascoltare e riascoltare – ad alto volume – senza rischio di annoiarsi è comunque una consolazione. Dei sette album realizzati dalla band, costituitasi ad Olympia quando ancora infuriava il fenomeno delle riot grrrls, il più apprezzato è l’ultimo The Woods (2005), ma anche il precedente One Beat – che offrì l’occasione di realizzare questa intervista – è un signor disco. Siamo tutti d’accordo, no?

Sleater-Kinney foto

Mediamente isteriche
In nove anni di dischi e concerti le Sleater-Kinney hanno conquistato un posto più che rispettabile nelle gerarchie dell’indie-rock d’oltreoceano, divenendo una delle voci più apprezzate e autorevoli di quella scena al femminile interessata a coniugare irruenza e spigolosità di scuola punk – impossibile, del resto, dimenticare un passato di riot grrrls – con invenzioni pop stralunate e imprevedibili. Una musica libera e creativa, quella del trio del Northwest, documentata a tutt’oggi da un catalogo di sei album dei quali l’ancor recente One Beat è uno degli articoli più significativi

* * *

Il numero telefonico fornitomi da Goodfellas, distributore italiano della Kill Rock Stars, corrisponde a una casa di Portland, Oregon: quella dove risiede Corin Tucker, un terzo dell’ensemble comprendente anche l’altra cantante e chitarrista Carrie Brownstein e la batterista Janet Weiss. Due squilli, e dall’altra parte del filo la voce della ragazza è quasi subito coperta dalle acute grida di un bimbo di pochi mesi evidentemente molto contrariato, al punto che dopo qualche infruttuoso tentativo di placare le urla sempre più concitate la mia interlocutrice si scusa e deposita il rumorosissimo fagottino tra le braccia di qualcuno che si rivelerà essere il padre: Lance Bangs, affermato regista di video che ha lavorato, tra gli altri, con R.E.M., Moby e Green Day. Commento che in fondo il chiasso del piccolo è poca cosa al confronto con quello prodotto dalla classica accoppiata Gibson/Marshall, e il ridacchiare di Corin – apprenderò poi che il figlio si chiama proprio Marshall – unito al graduale allontanarsi del pianto annunciano che l’intervista può iniziare: non ci dilungheremo tantissimo per non infliggere all’infante un trauma da separazione troppo violento, ma la conversazione risulterà ugualmente fruttuosa.
Come descriveresti l’evoluzione avuta dalle Sleater-Kinney dall’inizio a oggi?
Credo sia stato un processo del tutto naturale di affinare sempre più le nostre capacità di scrivere canzoni e di suonarle nel modo più valido. Ci interessava crescere assieme come gruppo e per questo, da quando cinque anni fa abbiamo stabilizzato l’organico con l’arrivo di Janet, il nostro obiettivo è sempre stato sfidarci a comporre e suonare cose diverse, che non avevamo mai fatto prima. Invece di cercare di cambiare con un’azione drastica come inserire qualche nuovo membro abbiamo preferito cementare la nostra unione e provare a migliorarci facendo leva solo su noi stesse.
A tuo parere, gli ultimi vostri dischi sono molto differenti dai primi?
No, direi di no. C’è stato di sicuro un notevole progresso in termini di  songwriting, di esecuzione e di produzione, ma sul piano dell’approccio non rilevo grandissimi stacchi. Come accennavo prima, il nostro è stato uno sviluppo graduale, che non ha però influito sul nostro spirito: sotto il profilo attitudinale siamo ancora quelle degli esordi.
E per quanto riguarda le influenze? Siete rimaste fedeli a quelle iniziali, oppure se ne sono aggiunte altre?
Penso che questo riguardi in misura maggiore Carrie e Janet, che essendo molto più attente di me a ciò che accade nel mondo della musica possono avere prospettive più ampie che si riflettono in qualche modo sul nostro suono. Si tratta comunque solo di spunti e di sfumature: mi ripeto, ma lo stile Sleater-Kinney non ha subito modifiche sostanziali.
Mi sembra di capire che non avete fissato alcun traguardo preciso e che preferite che accada quel che deve accadere.
Non guardiamo mai troppo avanti né organizziamo più di tanto il nostro futuro: prendiamo le cose come vengono, preoccupandoci al massimo dei prossimi tre mesi, del prossimo disco, del prossimo tour…
Comunque siete soddisfatte di quello che avete ottenuto fino a oggi.
Ovvio. Abbiamo ottime critiche, i fan ci adorano, vendiamo un buon numero di dischi e soprattutto continuiamo a trovare stimoli e a divertirci tantissimo. Non abbiamo davvero nulla di cui lamentarci.
Vi sareste mai aspettate di diventare una band di successo?
Ma noi non siamo una band di successo! O, almeno, non crediamo di esserlo. Ci vediamo sempre come una realtà underground, e da un certo punto di vista siamo addirittura stupite di tutti questi consensi: la nostra non è esattamente musica commerciale.
L’essere legate a un’etichetta indipendente è una scelta in qualche modo “politica”? Immagino che, dopo le prime attenzioni ricevute, più di una major si sia fatta avanti.
Sì, ci sono stati contatti e offerte, soprattutto prima dell’uscita di Dig Me Out. Ci abbiamo pensato un po’ su ma alla fine abbiamo preferito rimanere in una situazione nella quale sapevamo come muoverci piuttosto che trovarci in una nuova che probabilmente non saremmo state in grado di controllare.
Insomma, temevate le pressioni.
Temevamo di essere considerate appetibili in quanto trendy e non per le qualità della nostra musica. In quel momento, in effetti, eravamo “alla moda”, ma lo eravamo per puro caso e non certo per calcolo.
Una delle vostre migliori caratteristiche è l’imprevedibilità, nel senso che le vostre canzoni danno idea di poter andare in qualsiasi direzione. Qual è il metodo nella vostra follia?
Ritengo che la chiave di tutto sia nella nostra collaborazione e nel nostro affiatamento. Tutte noi partecipiamo alla stesura dei brani e tutte noi siamo curiose di vedere cosa accadrà.
Ma la vostra “bizzarria” è cercata o trovata?
Ci piace il fatto di differenziarci dalle altre band, ma non fissiamo la stranezza come meta. D’altro canto non siamo nemmeno mai spaventate da ciò che viene fuori dai nostri strumenti, e se un pezzo nasce bislacco non ci preoccupiamo davvero di renderlo più normale. La parola d’ordine è spontaneità.
Anche quando siete in studio di registrazione?
Ci piace avere un suono ruvido e spigoloso, ma questo non significa che ci limitiamo ad accendere gli amplificatori e alzare il volume. Vogliamo che i nostri brani abbiano un aspetto più puro e meno costruito al paragone con quelli di molti gruppi delle multinazionali. Crediamo che un suono “sporco” conferisca alla musica più emozione e impatto, ma ci sforziamo di manipolarlo in maniera creativa.
E le voci?
Quelle sono un po’ il nostro marchio di fabbrica. Lavoriamo con grande cura sugli intrecci e sulle armonie, e siamo soddisfattissime dei risultati ottenuti.
Il discorso dell’originalità e della varietà vale pure per i testi. Cosa puoi dirmi a proposito delle storie che raccontate?
Innanzitutto, la cosa più importante è l’onestà, cerchiamo di descrivere con la massima sincerità noi stesse e quello che vediamo accadere nel mondo attorno a noi. Non vogliamo lanciare proclami né messaggi, sebbene alcune canzoni esprimano una critica di carattere sociale: Combat Rock, ad esempio, commenta l’onda di esasperato nazionalismo montata dopo l’11 settembre e vorrebbe invitare la gente a pensare in modo più costruttivo a proposito di quale dovrebbe essere la risposta della nostra nazione a quanto è accaduto.
Più che sociale, questo mi sembra un messaggio politico.
Siamo tutte persone molto franche e le canzoni sono il nostro mezzo di espressione: se a volte questo implica l’esporre un pensiero poltico non abbiamo paura di farlo. Però non siamo una band “politica”, forse siamo solo troppo schiette.
Cosa è rimasto del tuo passato di riot grrrl?
Sono stata profondamente coinvolta in quella scena, e chiaramente questo ha profondamente inciso sulla mia vita. Mi considero sempre femminista e credo che quel che scrivo continui a rispecchiarlo, anche se magari in modo diverso da qualche anno fa: non rinnego affatto le prime cose che ho composto, ma ero molto giovane e oggi mi riesce difficile riconoscermici. Gli ideali però, non sono cambiati, anche se adesso li vivo con un altro grado di consapevolezza e di maturità, sia personale che musicale.
Quanto è casuale il fatto che siate un gruppo interamente femminile?
Non lo è per nulla, abbiamo voluto che fosse così. Non che fossimo contro gli uomini, è solo che ci sembrava divertente e interessante l’idea di scoprire cosa sarebbe accaduto mettendo assieme tre donne, che tipo di energie si sarebbero generate e che dinamiche si sarebbero instaurate. Verificando come tutto funzioni benissimo, sono più che mai convinta che sia stata la decisione giusta.
All’epoca, cosa ti ha spinto a fondare una band?
Sono sempre stata molto interessata alla musica e coinvolta dai concerti, e pur covando il desiderio di trasformare questa mia passione in qualcosa di attivo, temevo di non esserne capace. A convincermi che potevo è stata la vista delle Bikini Kill: loro lo facevano, e quindi…
La solita, vecchia logica punk dell’anyone can do it.
Esattamente.
Pensi che l’essere un gruppo di sole ragazze vi abbia soltanto favorito, oppure vi ha anche creato qualche problema?
Nessun vero problema, solo piccoli ostacoli in alcune circostanze. Al di là di ogni altra questione, a noi preme solo essere riconosciute come musiciste e autrici serie, come persone che si impegnano in quel che fanno. Ci teniamo a essere rispettate per la nostra musica, diversamente da altre ragazze che pensano solo all’immagine e all’apparenza. In questo c’è senza dubbio del femminismo.
Comunque, al di là del peso dei temi trattati e del duro lavoro che hanno alle spalle, nelle vostre canzoni l’elemento “fun” sembra essere molto presente. Quanto conta, per voi, il divertirsi suonando?
Moltissimo. Il “messaggio” principale che si vuole trasmettere attraverso la musica è il piacere, lo star bene, la gioia, il sentimento… tutte cose dalle quali le Sleater-Kinney, come band rock’n’roll, non possono certo dissociarsi.
Al di là della canzone che vi è contenuta, l’intitolare il vostro ultimo album One Beat serve a evidenziare qualche concetto specifico?
Il fatto che c’è qualcosa che unisce tutti noi, che l’intera umanità ha qualcosa in comune: si deve cercare questo qualcosa, soprattutto in tempi cupi come quelli che stiamo vivendo, smettendola di commettere sempre gli stessi errori.
A parte l’ultimo, qual è il tuo album preferito tra quelli realizzati con le Sleater-Kinney?
Direi Call The Doctor. È stato importantissimo perché ci ha cambiate come musiciste e ci ha aiutate a crescere aprendoci un mucchio di orizzonti. È stato molto difficile inciderlo, forse perché pretendevamo da noi stesse qualcosa che non eravamo completamente in grado di dare, ma alla fine ne siamo state e ne siamo tuttora orgogliose.
Per chiudere, una piccola curiosità: qual è il tuo disco preferito in generale, quello che più di ogni altro ti ha segnata?
Di sicuro Sister dei Sonic Youth.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.509 del 12 novembre 2002

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Categorie: interviste | Tag: , | 9 commenti

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9 pensieri su “Sleater-Kinney

  1. mitiche…. le ho ascoltate di brutto nei 90!

  2. Gian Luigi Bona

    Si si, siamo d’accordo !!!

  3. savic

    gruppo strafigo. forse il mio preferito è hot rock, assieme a call the doctor. molti belli i 2 solisti di corin tucker. io spero sempre in un loro tour ( corin non ha mai negato la possibilità). bellissimo l’aneddoto in cui lei, stufa delle solite battute maschile, ha indossato una maglietta con scritto show me your RIFFS

  4. Gianni Malotto

    Carrie Brownstein – oltre a suonare nei Wild Flag – adesso è anche autrice/attrice di successo: http://www.youtube.com/watch?v=_I3wopoMoic

    Le S-K erano decisamente tre persone di talento.

  5. asd

    Le ascoltavo anche io all’epoca. E dopo aver letto questo articolo ho deciso che è arrivato il momento di rispolverare i loro CD e recuperare quelli che non ho. 🙂

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