Pavlov’s Dog

Ho sempre subito il fascino di questa particolarissima band americana, e una dozzina di anni fa ne raccontai in modo dettagliato (e didascalico, lo ammetto) la storia: sembrava che presto sarebbe stato organizzato un “reunion tour” in Europa e allora perché no? A quanto mi risulta, i concerti nel Vecchio Continente non hanno avuto luogo; in compenso, nel 2010 è uscito un altro album, The Adventures Of Echo & Boo And Assorted Small Tails, e nel 2007 un secondo lavoro solistico del cantante David Surkamp, Dancing On The Edge Of A Teacup. Non conosco né l’uno né l’altro, ma dubito che non sfigurarino al confronto con Pampered Menial, l’unico disco dei Pavlov’s Dog che tutti dovrebbero ascoltare almeno una volta nella vita. Se non l’avete già fatto, fatelo.

Pavlovs Dog foto

Suoni (e visioni) da un’altra America
Vicenda breve ma intensa, quella dei Pavlov’s Dog. Nonché piuttosto singolare sotto il profilo artistico, come in un certo senso dimostra il fatto che nel 1976/1977, quando la band era materia di stretta attualità, la critica e gli appassionati italiani la inquadravano tanto nel filone progressive quanto in quello new wave. Senza farsi prendere la mano da sterili ansie classificatorie, in questa sede basterà dire che i Pavlov’s Dog sono stati tra i più originali protagonisti “di culto” dell’epopea rock, spontaneamente concentrato sulla ricerca di una via espressiva autonoma – dagli stili e dal mercato – per la quale concetti come passato e futuro avevano un peso davvero molto relativo. Non fosse altro che per questo, varrebbe la pena di conoscerli.

* * *

Pavlovs Dog copLa storia dei Pavlov’s Dog inizia a St. Louis, Missouri, nei primi ‘70 per volontà del batterista Mike Safron e del violinista Seigfried Carver, ai quali si uniscono David Surkamp (voce e chitarra) e Richard Stockton (basso), già in una band chiamata High On A Small Hill. Assestatosi con l’arrivo di Steve Scorfina (chitarra solista), David Hamilton (tastiere) e Doug Rayburn (mellotron, flauto), l’ensemble prende a esibirsi dal vivo proponendo un repertorio spiccatamente personale, nel quale i riferimenti alle radici folk americane si sposano con echi progressive – ma senza gli eccessi di pomposità tipici del genere – in un suono che, a rendere l’insieme ancora più atipico, sfoggia anche marcati accenti hard. Su tutto spicca la voce di Surkamp, capace di raggiungere (e mantenere) senza apparenti difficoltà tonalità altissime di rara forza suggestiva. L’originalità, per una volta, paga, e grazie al passaparola dei concerti i Pavlov’s Dog (che nel frattempo hanno anche registrato parecchi brani in uno studio di Pekin, Illinois, finora mai venuti alla luce) si trovano corteggiati dalle major. La spunta nel 1974 la ABC, che per aggiudicarsene le prestazioni versa alla band un anticipo (enorme per l’epoca) di circa 600.000 dollari e consegna alle stampe il primo album Pampered Menial, inciso a New York con la produzione di Murray Krugman e Sandy Pearlman: nove composizioni mai eccessivamente lunghe dove il rock e il folk si intrecciano in architetture ardite, ora assecondando tentazioni pseudo-sinfoniche di sapore prog (la medley tra Preludin e Of Once And Future Kings), ora lasciando spazio a una sanguigna indole hard (specie nella straordinaria Song Dance) e ora dando vita a ballate morbide e malinconiche (la passionale Julia). Al di là delle direzioni imboccate nei singoli episodi, il disco è caratterizzato da una notevole omogeneità espressiva, con il canto di Surkamp (che molti, non a torto, paragonano a Geddy Lee dei canadesi Rush) a fare da raccordo tra le varie tendenze; un album, comunque, diverso da qualsiasi altro, magari a tratti troppo lezioso ma illuminato da un’ispirazione folgorante… tanto folgorante che, subito dopo averlo realizzato, il gruppo è assunto nella scuderia della Columbia e il 33 giri viene addirittura posto in commercio – con copertine diverse: identica l’immagine di gusto antico, opera di un illustratore inglese dell’Ottocento, ma non la grafica – da entrambe le etichette.
Nonostante i programmatori radio non collaborino, la Columbia non smette di credere nelle potenzialità dei Pavlov’s Dog e nell’aprile del 1976, appena sei mesi dopo il debutto, sugli espositori dei negozi fa bella mostra di sé un secondo album: si intitola At The Sound Of The Bell, presenta un organico leggermente modificato (non ci sono più Safron e Carver ma c’è un terzo chitarrista, Thomas Nickeson; dietro i tamburi siede invece un ospite illustre, l’ex Yes e King Crimson Bill Bruford) e conferma la ricchezza e l’eclettismo dell’apparato strumentale, limitando peraltro l’incisività rock’n’roll a favore di una vena lirica nel complesso più pacata e avvolgente e cercando di privilegiare – o almeno così sembra: tra le eccezioni, la più tortuosa Did You See Him Cry – l’immediatezza melodica. I risultati non sono forse adeguati alle aspettative, ma brani quali la She Came Shining d’apertura, la quasi drammatica Valkerie e l’eterea Gold Nuggets rimangono scolpiti nella memoria e nel cuore. Il seguito che l’ensemble si è conquistato soprattutto in Inghilterra e Australia non è però sufficiente a evitare, nel 1977, il licenziamento da parte della Columbia, dopo l’incisione di un terzo album che rimane nel cassetto (ne esistono comunque varie edizioni illegali; la più famosa, in vinile, è accreditata ai fantomatici St. Louis Hounds, mentre in CD è noto come Third): un lavoro discreto dove il sestetto – senza Hamilton ma con il nuovo batterista Kirk Sarkisian – elabora un suono più asciutto al confronto con le prove precedenti e pertanto meno efficace almeno sul piano della sorpresa. Con tali premesse, non stupisce neppure che di lì a poco i musicisti decidano di separare le loro strade, non prima di avere salutato un’ampia ed entusiasta platea di fan con un concerto di una quarantina di minuti – al quale interviene anche il ritrovato Carver – nella città natìa.
Nel 1990, quattordici anni dopo At The Sound Of The Bell, la piccola label Telectro immette sul mercato un quarto album dei Pavlov’s Dog, frutto di un effimero sodalizio tra due soli membri originari (Rayburn e ovviamente Surkamp; ci sono però contributi “da esterni” di Scorfina e Sarkisian) e tre sconosciuti: opaco ma dignitoso, Lost In America tenta con scarso estro e forza emotiva di ricalcare i classici schemi della band. Da citare solo per completezza, infine, End Of The World, CD degli improbabili Pavlov’s Dog 2000 capitanati da Mike Safron, mentre meritano senz’altro una menzione i due vinili confezionati nei primi ‘80 dagli Hi-Fi di David Surkamp e Ian Matthews (il 12” Demonstration Record e l’album Moods For Mallards, entrambi marchiati dalla First American) e l’unico CD solistico dello stesso Surkamp, Roaring With Light, autoprodotto e uscito appena da qualche settimana. Se i programmi si concretizzeranno, il 2002 dovrebbe portare una reunion del gruppo, che esordirebbe dal vivo in Europa nella sua incarnazione del 1975. Per una volta, anche chi diffida (giustamente) dei ritorni fuori tempo massimo potrebbe pensare di cedere al fascino della nostalgia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.443 del 22 maggio 2001

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2 pensieri su “Pavlov’s Dog

  1. Gianandrea

    E’ grazie a te, caro Guglielmi se ho scoperto i Pavlov’s Dog. Sicuramente un gioiello inestimabile, che purtroppo ancora oggi sono in pochi a conoscere. Quando voglio fare sfoggio delle mie conoscenze musicali, non tante peraltro, faccio ascoltare sempre questo grandissimo disco e la reazione sorpresa del mio interlocutore di turno è sempre la medesima: “ma chi sono? Sono veramente grandi”. Effettivamente le canzoni sono molto belle, alcune dolcissime come Julia, altre possenti come Song Dance e poi la voce del cantante è talmente particolare, che lascia di stucco un po’ tutti. Tanto per intenderci, più di qualcuno mi ha chiesto chi è la ragazza che canta nel disco!
    Comunque la mia canzone preferita rimane Late November. Ancora oggi attuale e bellissima con la voce di David Surkamp che ora è più sommessa ora acutissima. Mi viene da pensare che solo in un decennio come gli anni 70 un disco del genere abbia potuto vedere la luce. Oggi giorno sarebbe più difficile, un po’ per la durata di certi brani, un po’ per l’originalità degli stessi, poter ascoltare un disco del genere alla radio tanto per intenderci.
    Infine una curiosità. Nel 2001, non ricordo il giorno preciso, guardando distrattamente una puntata del Roxy Bar di Red Ronnie, chi mi trovo davanti allo schermo? Proprio David Surkamp che, accompagnato dalla moglie, era lì in studio per eseguire un paio di brani da vivo, tra cui proprio Julia.
    Un orgoglioso Red Ronnie mostrava il disco Pampered Menial e diceva che uno dei fan dei Pavlov’s Dog era Enrico Ruggeri, il quale non era potuto intervenire alla trasmissione per motivi di lavoro e se ne rammaricava al telefono, per non poter assistere dal vivo alla performance di Surkamp.

  2. Gian Luigi Bona

    Grande gruppo

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