Marianne Faithfull (2008)

Mi capita raramente di essere davvero emozionato quando sono in procinto di incontrare un artista: abitudine, basse aspettative (per timore di delusioni) e autocontrollo mi rendono (quasi) impermeabile a qualsiasi agitazione. Quando è stata la volta di Marianne Faithfull, però, non mi sentivo proprio tranquillo: temevo si rivelasse diversa da come me la immaginavo, temevo di essere inadeguato, temevo che… boh. Timori del tutto infondati, tanto che questa – di cinque anni fa – è (e di sicuro rimarrà) una delle mie interviste preferite di sempre, oltre che una di quelle alle quali sono più affezionato.

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Ventun anni dopo Strange Weather, una delle più celebri e celebrate icone del ”nostro” mondo (non solo) musicale torna a proporre, di nuovo con il maestro Hal Willner al fianco, un album composto solo da brani altrui. Da Easy Come Easy Go, rimasto tuttavia al centro della conversazione, si è poi arrivati a dipingere un ritratto più ampio di un’artista a 360 gradi dallo straordinario fascino. Che conserva notevole vivacità e un sorriso luminoso, a dispetto dei segni del tempo e della vita (delle vite?) a dir poco spericolata.

* * *

Marianne Faithfull è reduce da due serate di letture shakespeariane al Piccolo di Milano, accompagnata dal solo violoncello: una singolare esperienza che si aggiunge alle tantissime altre inanellate da questa gentildonna negli oltre quarant’anni di una carriera eclettica e resa ondivaga da un’infinità di vicissitudini fisiche e personali. Lo sfarzo appena decadente dell’albergo dove alloggia e dove ha luogo il nostro incontro, a pochi metri dalla famosissima Via Montenapoleone, si addice al personaggio: vestita con sobria eleganza, naturalmente chic nei modi e cortese senza eccessi di formalismi, colei che nei Sixties fu principessa pop e musa dei Rolling Stones tradisce con gesti e parole ben scandite le sue nobili origini – sua madre era una baronessa austriaca, nipote di Leopold von Sacher-Masoch – e un’educazione di vecchia data alla cultura e al bello… il che non stride con la scomunica comminatale assieme a Mick Jagger e Anita Pallenberg per certe sue giovanili trasgressioni. “E ne vado molto fiera”, mi dice con incontrovertibile sincerità, rimarcando il concetto con l’affermazione forse scontata (ma la domanda era da porre lo stesso) che tra Dio e il Diavolo – perché lei, in differenti spettacoli, ha impersonato entrambi – la sua simpatia va al secondo. Non ha, insomma, un atteggiamento da “miracolata”, sopravvissuta all’assunzione di qualsiasi sostanza, a un arresto cardiaco (negli anni ‘80) e, assai più di recente, a un tumore ai polmoni. “Ma adesso sto bene”, risponde al mio “how do yo do?” quasi apprensivo a causa di qualche colpo di tosse, “ho solo un po’ di raffreddore. Non mi va di farmi condizionare da tutto quello che ho passato e, seppur vivendo alla giornata, so di poter cogliere le belle opportunità che mi si presentano. Per esempio, è stato stupendo recitare nel teatro di Giorgio Strehler… specie con i Sonetti di Shakespeare. Il pubblico era attento e partecipe, Vincent Segal è stato un accompagnatore eccezionale, e mi pare che tutto sia andato al meglio: conosco bene Shakespeare, lo leggo da sempre ed è una mia grande passione, ma senza dubbio il pensiero di interpretarlo mi provocava un minimo d’ansia. Oggi posso affermare che non è stato così spaventoso, anzi.“. Si lascia scappare una risata, Marianne: la prima delle tante che, punteggiando la nostra chiacchierata, riveleranno serenità e voglia di lasciarsi prendere dai discorsi. Ma non si pensi a un’interlocutrice morbida, tutt’altro, se le questioni proposte non le interessano più di tanto non c’è pericolo che non lo lasci intendere con cortese fermezza: me ne rendo conto quando, provando a chiederle se prediliga la musica o la recitazione, ottengo un lapidario “entrambe” e un’occhiata che vuol dire “ma che domande sono?” Poi però, di fronte al mio lieve ma evidente imbarazzo, prosegue. “Anche se dall’esterno può sembrare che non sia così, la mia è sempre stata una sola vita, nella quale tutto rientra in un quadro unico: dall’amore per l’arte e la cultura all’apprezzamento per cose che tanti definirebbero trash, come ad esempio l’ultimo film di Batman. Da parecchi anni ritengo comunque sia giusto rispettarmi e fare solo quello che davvero mi piace, e il nuovo mi intriga. Mi piacciono le sfide, le trovo eccitanti. Da giovane ero più timorosa, ma poi mi sono abituata ai cambiamenti e al gusto di correre dei rischi: per fortuna ho sempre molti interessi, e questo ha ampliato le basi dalle quali posso di volta in volta partire“. Logico, allora, indagare su ciò che la spinge a tale duttile iperattività: desiderio di autogratificazione, incostanza, forse anche necessità di guadagno? “In realtà non ricevo tantissime offerte, quasi tutto ciò che faccio nasce da mie iniziative. Mi reputo un’artista che ama lavorare, e la mia maggiore preoccupazione sta in quello che posso ancora dare al mondo, alla cultura, semplicemente a chi viene a sentirmi e a vedermi. Non ho mai fatto qualcosa solo per i soldi, mi so gestire: non sono ricca, ma ottengo quello che mi occorre. Spero – anzi: credo – di poter continuare su questa strada, visto che non c’è poi moltissima gente versatile come me; ho solo un po’ paura che, con questa crisi finanziaria, si riducano quelli che hanno denaro da spendere per uno spettacolo, un disco, una rivista. Sono davvero orgogliosa della mia audience, pronta a seguirmi in qualsiasi particolare posto io vada, dal teatro ai concerti, e io cerco di restituire quello che ricevo: non mi esibisco in posti troppo grandi, i locali a misura d’uomo consentono contatti e suggestioni collettive più profonde. Sto diventando via via più consapevole della positività che attiro: prima non era così ed è una bellissima emozione, che oltretutto mi ha aiutato e mi aiuta a superare disagi e malanni, e a volermi più bene. Ne avevo bisogno”. Un pubblico nelle cui fila, sottolineo, non mancano i giovani, e nell’udire queste parole Marianne si accende ancor di più. “È vero, piaccio a un sacco di ragazzi. Ma sai che mi sono accorta, meravigliandomene, che i bambini, i cani, i gatti e addirittura gli uccelli amano la mia voce? Gli animali non comprano dischi, è vero, ma magari i bambini mi ricorderanno e mi ritroveranno quando saranno cresciuti“. Già: una voce così singolare, con la sua profondità e le sue asprezze, trasformatasi a livello timbrico nei primi anni ‘70 a seguito di una laringite “curata” con la cocaina. “La metamorfosi è stata una specie di benedizione: finalmente avevo trovato lo strumento adatto a me, quello che mi permetteva di esprimermi in modo compiuto assecondando la mia indole. Ed esercitandomi, cosa che faccio tuttora, sono anche riuscita a migliorarmi parecchio”.
La voce della quasi sessantaduenne Marian Evelyn Faithfull è ovviamente il fulcro di Easy Come Easy Go, il nuovo album confezionato in una versione standard con dieci brani e una doppia con diciotto. Un album che, precisa la sua titolare, “non è una raccolta di cover bensì di interpretazioni. È il secondo disco che ho realizzato con Hal Willner, dopo lo Strange Weather di troppo tempo fa: ne parlavamo da anni e da tanto raccoglievamo idee su quali pezzi avremmo potuto registrare, io ne avevo alcuni ai quali tenevo particolarmente e lui ne aveva altri da sottopormi. Così siamo confrontati, siamo arrivati a una selezione che soddisfacesse entrambi, e sono volata a New York per la fase operativa. Il punto fondamentale era che mi trovassi pienamente a mio agio con i pezzi, sia per le musiche che per i testi; mi interessavano solo le canzoni, e tutto quello che volevo dire ed esprimere di me e dei miei sentimenti l’ho fatto attraverso esse. Sono grandi canzoni di grandi compositori e penso che ciò sia sufficiente”. Eccolo, il “tagliar corto” cui si accennava, rimarcato perfidamente ma simpaticamente da un “è compito tuo, o al limite un pallino del pubblico, scovare eventuali significati nascosti o imbastire dietrologie”. Ok, ci provo: c’è stata un’influenza della nostalgia? “Direi di no. Hal e io volevamo esattamente questo, ed erano gli stessi brani a pretenderlo con insistenza. Sapevamo a cosa miravamo, diversamente da Strange Weather abbiamo iniziato a incidere solo dopo che gli arrangiamenti erano già stati stabiliti nel dettaglio, per iscritto, con la conseguenza di ottenere un risultato estetico più formale e raffinato. Le session si sono svolte con relativa rapidità e in una splendida atmosfera che ha coinvolto tutti“. Però lo sguardo, sebbene vari brani non abbiano tanti anni sulle spalle, sembra essere per lo più rivolto alla tradizione, a confermare la tendenza messa in luce dal precedente Before The Poison (2005) dopo la parentesi filo-modernista di Kissin’ Time (2002). “Con l’elettronica mi sono divertita molto, ma penso che per me sia normale ritornare sempre indietro a uno stile classico. Ciò non vuol dire che Easy Come Easy Go sia un disco che avrei potuto fare nei Sixties: allora ero troppo naïve, mentre qui si è trattato di costruire ed elaborare con estrema cura. Alla fine tutto riporta al blues: per me e per i musicisti coinvolti nel progetto, che sono cresciuti con la sua eredità. Il blues è un linguaggio comune e una grande disciplina con la quale lavorare, ma nel nuovo album ci sono pure canzoni contemporanee, folk, country, jazz. Sono rimasta sorpresa da come l’insieme sia omogeneo e coerente, nonostante una scaletta nella quale, tra gli altri, ci sono brani di Bessie Smith e Decemberists, Traffic e Black Rebel Motorcycle Club, Randy Newman e Morrissey. Di sicuro molti meriti vanno all’ordine, sul quale Hal ha speso molte riflessioni. Sono convinta che sia un bell’album e che sia perfetto per questi giorni: così sofisticato, così ricco, così insenso e contemporaneamente così sul filo del rasoio“. Accertata l’inutilità degli sforzi profusi per apprendere i titoli delle due canzoni registrate e poi escluse, o se dietro la scelta di collocare in apertura Down From Dover di Dolly Parton ci sia qualcosa di più rilevante del “perché è riuscita particolarmente bene”, si parla brevemente di Judee Sill (“non l’ho mai incontrata, ma conoscevo alcuni suoi brani già nei ‘60 e The Phoenix è davvero bella. Una storia molto triste, la sua, come quella di Nico”; quest’ultima è però un tema poco gradito a causa delle drammatiche affinità, e Marianne si limita a un “i miei brutti giorni sono ormai molto lontani”) e appena più diffusamente dei numerosi ospiti che impreziosiscono con le loro voci le performance della primattrice: Nick Cave, Jarvis Cocker, Chan Marshall, Sean Lennon, Keith Richards, Teddy Thompson, Rufus Wainwright, Antony. “Non ho grandi aneddoti da raccontare, sono tutti amici – Rufus e Sean addirittura figli di amici – e il segreto sta nella gioia di dar vita a qualcosa assieme, con la massima attenzione e dedizione. Ci si incontra e ci si scopre in sintonia, è una questione di chimica: nulla accade per caso o per forza, quando collaboro con qualcuno è perché esistono un’intesa e una volontà. Non amo i duetti, preferisco fare da sola, ma questi – anche se non sono duetti nell’accezione pura del termine, tranne forse quelli con Keith e Antony – sono andati a meraviglia. Hal e io puntavamo ad aggiungere toni e colori a queste canzoni, per sfruttare ancor più le loro potenzialità”.
Strano ma vero, Marianne Faithfull è entusiasta di Easy Come Easy Go ma apparentemente non è stimolata dallo “spiegarlo”. Invece di incalzarla, meglio allora spostarsi su altri argomenti, come ad esempio le tappe più gratificanti di una carriera ultraquarantennale. “Ricordo il mio primo show, di quindici minuti, assieme a un chitarrista… sembrava che fosse terribile e invece tutto si incastrò a meraviglia. Il film che preferisco fra quelli nei quali ho recitato è Intimacy di Patrick Cheréau, è stato bello essere in Three Sisters di Chekhov, nell’Amleto e nel Rock’n’Roll Circus dei Rolling Stones. Tra i dischi citerei 20th Century Blues e The Seven Deadly Sins, incentrati su Kurt Weill, oltre naturalmente a Broken English”. Uscito nel 1979, il terzo atto della “seconda vita” di Marianne – inaugurata a metà ‘70, dopo oltre sei anni di lontananza dalle scene – è antitetico al pop coltivato con successo nel precedente decennio. “I miei Sixties sono stati un importantissimo apprendistato per essere una vera musicista. Da ragazza non avevo ambizioni di diventare cantante, mi ci sono un po’ trovata, ma una volta diventatola ho cercato di farlo bene. Senz’altro parte della mia produzione di quei cinque anni lascia a desiderare, ma c’è anche molto materiale valido: per esempio, la bontà e il feeling della recente raccolta di incisioni radiofoniche, Live At The BBC, mi hanno colpita. Broken English fu cruciale: sentivo l’obbbligo morale di realizzare qualcosa che mi rivelasse, che mostrasse com’ero nella realtà scrollandomi di dosso la vecchia immagine che ancora mi portavo dietro. È il mio album punk, e l’ho fatto come se fosse l’ultima cosa concessami prima di morire”. E Irina Palm, il film di Sam Garbarski dal quale nel 2007 ha ottenuto notevole visibilità, dove interpreta una nonna che, per pagare le cure del nipotino gravemente malato, masturba i clienti di un locale porno? “Amo la storia, il personaggio, gli altri attori e il regista… e in Maggie c’è davvero molto di me. Sapevamo di aver fatto un ottimo lavoro, ma i consensi ricevuti ovunque in Europa, Gran Bretagna esclusa, mi hanno stupita. La nomination, come migliore attrice, agli European Film Awards? Non mi sarebbe dispiaciuto vincere, certo, ma sono abituata a perdere di un soffio ogni volta che sono in lizza per qualche riconoscimento”. Il resto sono considerazioni sparse: sui Metallica che nel 1997 la coinvolsero in The Memory Remains (“la richiesta mi parve bizzarra, ma la partecipazione al brano e al video è stata molto divertente”), sul rapporto con la musica altrui (“ne ascolto tanta, ma non seguo granché le novità: preferisco la classica, l’opera, il blues, il jazz”), sulle due autobiografie pubblicate tra il 1994 e il 2007 (“la prima, Faithfull, è stata più difficile perché dentro di me c’era ancora molta rabbia, mentre per la seconda – Memories, Dreams And Reflections – ero rilassata, e raccontarmi non mi ha creato problemi“). E seguendo i discorsi si percepisce nettamente la raggiunta pace interiore di questa ex bad girl ormai senza timori. Senza? “Ho paura di ammalarmi, di morire, di diventare povera… come tutti, suppongo. Per quanto concerne la carriera artistica, però, mi sento decisamente protetta, al sicuro”. E nei suoi occhi, assieme alla convinzione di ciò che afferma, si legge la felicità. Proprio come in quelle sue foto angeliche degli anni 60.

Faithfull copIl “sacro” vinile
Lo sanno forse solo gli addetti ai lavori, ma in totale controtendenza con la regola che impone agli addetti ai lavori l’ascolto pre-release in CD promozionali di rara bruttezza se non addirittura in file spediti via Internet, Easy Come Easy Go è stato fornito ai giornalisti, con un mese e mezzo circa di anticipo sull’uscita, in una fantastica edizione in doppio lp con copertina apribile, identica a quella destinata alla distribuzione commerciale. “Fornire i promo in vinile è stata una mia scelta, amo molto il suono analogico e soffro il digitale. Forse è normale per noi, dato che entrambi siamo cresciuti con i 33 e i 45 giri, ma mi sono accorta che, per fortuna, tanti giovani e giovanissimi stanno scoprendo il gusto della musica ascoltata con il giradischi, come confermato dalla presenza di una sempre maggiore quantità di vinili sugli scaffali degli stessi negozi – anche delle grandi catene – dai quali erano quasi scomparsi. Al di là del suono, i dischi neri mi piacciono perché richiedono attenzione e per le possibilità che offrono in termini di sequenza dei brani: la pausa per cambiare facciata, per esempio, è psicologicamente molto importante per godersi al meglio la scaletta. Metter su un disco dovrebbe essere un piccolo evento”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.652 del novembre 2008

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