Black Rebel Motorcycle Club

Dei sette album fino a oggi realizzati dai Black Rebel Motorcycle Club, il mio preferito è di gran lunga il terzo, Howl. Mi piacque molto da subito e non c’è dunque nulla di strano che abbia voluto approfondire l’argomento con un’intervista che, almeno mi pare, venne fuori bene. Nel caso non l’aveste capito, questo recupero vuole essere anche un invito ad ascoltare o riascoltare quel disco.

BRMC foto

Terra e libertà
Dopo due valide prove all’insegna di un r’n’r scuro, grintoso e distorto, i Black Rebel Motorcycle Club si sono riappropriati di se stessi, prendendo le distanze dal cliché nel quale era fin troppo facile finire intrappolati e imboccando con decisione la via del recupero delle (loro) radici. Lo hanno fatto con Howl, brillante terzo album tra folk-blues e letterarietà beat che peraltro non rinnega la vena pop/rock del trio americano ma, anzi, ne rafforza l’intensità e la forza espressiva.

* * *

In Italia sono le dieci di mattina, ma negli Stati Uniti è ancora notte fonda. Dall’altra parte del filo, Peter Hayes risponde con la voce di uno che è stato svegliato dallo squillare del telefono mentre smaltiva una sbornia, ma ci tiene subito a precisare che non c’è alcun problema, che è stato lui a fissare l’ora dell’intervista e che è contento di parlare del nuovo album della sua band; per l’intera chiacchierata, circa tre quarti d’ora, il nostro interlocutore si produrrà in un mix di parole biascicate e frasi lucide e puntuali, riuscendo comunque perfettamente nell’impresa di raccontare e spiegare un disco tanto inatteso quanto genuino, ispirato e a suo modo coraggioso.
Il nuovo album è molto differente da due che lo hanno preceduto, assai più… tranquillo, nonché pulito. Parafrasando il titolo dell’ormai famoso singolo con il quale debuttaste ormai quattro anni fa, cosa è successo al vostro rock’n’roll?
C’è sempre, anche se in parte ha cambiato fisionomia. Il r’n’r consiste nell’arrivare dritti al punto, dove si vuole. È solo una questione di musica: la moda, lo stile e quant’altro non c’entrano nulla.
La sostanza e non le apparenze. E, soprattutto, la giusta attitudine.
Proprio così. È il nostro modo di vedere le cose, amiamo il r’n’r e non credo che questo sentimento verrà mai meno. Nel nostro piccolo vogliamo riportare il “roll” all’interno del r’n’r, dato che in giro c’è molto rock ma non molto rock’n’roll, se capisci cosa intendo.
Certo, e visto che parliamo di roll, questo Howl mi ha fatto pensare, a livello di suggestioni, a primi Rolling Stones: detta molto alla buona, blues e suoni americani interpretati all’inglese, cioè con un’azzeccata verve pop.
Sembra che col passare del tempo, in generale, un certo approccio sia andato via via a morire. Non ci si diverte più in studio come i Rolling Stones o i Beatles, non si suona più come i Beach Boys. Oggi molte band non rischiano, non ne contemplano nemmeno l’eventualità: hanno paura di osare, di perdere più pubblico di quello che potrebbero magari trovare. Del pubblico, invece, si deve avere più rispetto, e rispetto significa anche non proporre musica tutta uguale, che pare fatta con lo stampino. Non è la prima volta che scriviamo canzoni di questo tipo: ne avevamo di pronte prima che uscisse il nostro esordio, ma ne abbiamo pubblicate giusto un paio come lati B. Erano buone canzoni, ma temevamo che non avrebbero ottenuto la considerazione che meritavano…così le abbiamo fatte passare per sfizi, “chicche” per i nostri fan più affezionati
Secondo voi la qualità della canzone conta più del sound?
Sì… oppure no. Ciò che importa più di tutto il resto è lo spirito, è amare davvero il r’n’r.  Bisogna avere le palle di amare il r’n’r.
Leggendo alcune interviste di un paio di anni fa, dove parlavate di non meglio specificate “pressioni” subite dalla Virgin America, non sarebbe assurdo pensare che il secondo album ne sia stato in parte influenzato. Un’idea rafforzata dal vostro recente cambio di etichetta.
No, in realtà abbiamo sempre fatto quel che volevamo, però è vero che la nostra vecchia casa discografica ha cercato di convincerci a “commercializzarci”. Tutto ruotava attorno al denaro, e alla fine abbiamo rotto: non ci interessava salire sul treno di quelli che hanno successo perché una loro canzone accompagna uno spot pubblicitario, non ci teniamo a essere headliner di un festival con ventimila persone che impazziscono per un pezzo e non hanno mai sentito il resto dell’album né gliene frega qualcosa. Posso capire chi si adegua a queste logiche dopo aver già pubblicato qualche disco non molto fortunato, in fondo si deve pur campare, ma farlo da esordienti o quasi è davvero triste. E i tizi della Virgin, visto il nostro atteggiamento intransigente, hanno ritenuto che di sfondare non ci importasse nulla, e non hanno investito in noi alcuna seria risorsa.
Quindi, vista la reciproca insoddisfazione, separare le vostre strade non è stato difficile.
Non vorremmo passare per ingrati, dato che loro hanno creduto per primi in noi e ci hanno dato l’opportunità di esprimerci e farci conoscere, però… probabilmente credevano che noi fossimo diversi da quello che siamo, che poi è la stessa cosa che pensavamo noi di loro. Ci siamo guardati in faccia ed è stato chiaro che loro non ci tenevano granché a far uscire un altro nostro album, e a quel punto…
E come mai siete approdati alla Echo?
Abbiamo fatto ascoltare il disco che nel frattempo avevamo registrato a tutte le etichette con le quali eravamo in contatto, e le reazioni non sono state sempre entusiastiche: anzi, c’è stato pure chi ha creduto che fosse un demo. Una volta chiarito che quello era il nostro sound, pretendevamo rispetto, ed è proprio questo che la Echo ha mostrato nei nostri confronti.
Vedete Howl come una specie di secondo inizio?
No, non necessariamente. Semmai un nuovo capitolo, un modo di mostrare un altro lato di noi, poiché avvertivamo la necessità di non restare gli stessi.
Pensi che questo particolare cambiamento sarà un episodio isolato o che, invece, rimarrerete ancora fedeli a questo genere?
Continueremo di sicuro a muoverci nell’ambito del rock e del blues, ma è probabile che non rifaremo esattamente le stesse cose: meglio evitare di farsi imprigionare, da se stessi così come da altri. Ci piacerebbe poter sperimentare ancora di più in studio, mischiare le carte mettendo assieme pezzi differenti: se dal vivo si può eseguire Shuffle Your Feet dopo Spread Your Love, perché mai non dovrebbe essere possibile fare qualcosa di simile anche in un album? Al momento, comunque, si tratta di ragionamenti solo teorici: non abbiamo un progetto per il prossimo disco, anche perché adesso sarebbe assolutamente prematuro.
Sono stato colpito dalla vostra decisione di lavorare essenzialmente con il blues e il folk, riferimenti che già esistevano nel vecchio repertorio ma che oggi sono assai più espliciti. Quali sono i vostri rapporti con queste tradizioni?
Le rispettiamo profondamente e ne siamo stati influenzati, così come lo siamo stati da altra musica. La sfida con noi stessi è stata riuscire a convogliare in un solo album tutti gli input e scivere canzoni valide, che non sfigurassero al paragone con i modelli. Il blues, il folk, tutto il cosiddetto roots originario hanno la capacità di catturare lo spirito della loro epoca, mentre il tipico rock è una musica più piatta: è come un palazzo che ha solo la facciata, privo di spessore, mentre quel che noi cercavamo era proprio la profondità. Non tutti sono in sintonia con questo approccio, ma noi preferiamo raggiungere quelli che apprezzano la consistenza, l’intensità.
Presumo che in quest’ottica rientrino pure i testi, che mi risulta siano in qualche modo ispirati alla Beat Generation.
Già all’epoca di Whatever Happened To My Rock’n’Roll, pur con risultati non proprio impeccabili, abbiamo provato a descrivere la nostra visione interiore. C’è sempre qualcosa, nella società, che ci disturba, e gli autori della Beat Generation coglievano quello che non andava bene: non avevano la minima intenzione di seguire la scia e manifestavano le loro opinioni forti.
Opinioni esplicite, che indicavano un’alternativa artistica e culturale alla realtà circostante: un atteggiamento che rendeva quegli autori invisi a molti, e quindi emarginati.
C’è una volontà diffusa di tenere le persone sotto controllo, anche in campo musicale: quanti si adeguano al copione e suonano per diventare ricchi e famosi non fanno che alimentare e rafforzare il sistema, quel sistema del quale noi non ci sentiamo parte. Se le canzoni fossero ispirate sempre e solo dal desiderio di ottenere notorietà e denaro, tutto sarebbe molto più brutto di com’è già. Noi, senza grandi pretese, vorremmo essere una voce fuori dal coro, come i poeti e gli scrittori della Beat Generation.
Ti preoccupi di come la vostra netta sterzata stilistica sarà recepita da chi vi seguiva e ora, in pratica, si trova di fronte un’altra band?
No. Credo che quelli che ci sono più vicini e che sanno da dove veniamo saranno soddisfatti. Il mio timore è che altri non capiscano il disco e quel che c’è dietro, che ascoltandolo i loro sorrisi non si aprano come accade ai nostri quando lo eseguiamo. Assottigliare la nostra audience, però, non sarebbe un grande problema, e nel caso non lo sarebbe nemmeno esibirsi per poche centinaia di spettatori.
Visto che hai nominato i concerti, cosa avete programmato per il prossimo tour? I nuovi brani posseggono un mucchio di sfumature, ed eseguirli dal vivo senza che le perdano non dev’essere semplicissimo.
Infatti saremo in quattro, con il nostro amico Spike a darci una mano per alcune canzoni di Howl: si dividerà tra chitarra acustica, basso e piano.  Avremmo potuto avvalerci di nastri preregistrati come fanno parecchi gruppi di oggi, ma non sarebbe stato molto r’n’r. Oltretutto questa formula funziona benissimo anche per i pezzi più vecchi.
Passando ad altro, sono rimasto un po’ stupito dalla scelta di Ain’t No Easy Way come primo singolo. D’accordo che la cosiddetta ”Americana” è di moda e che i White Stripes scalano le classifiche fino alla vetta, ma con un brano più convenzionale come Weight Of The World l’airplay sarebbe magari stato maggiore. Non si tratta di snaturarsi, ma solo di essere un po’ pratici.
Hai assolutamente ragione, ma vogliamo fare le cose a modo nostro. Non è facile prevedere quale brano possa avere un impatto più forte e/o rapido, non sapevamo bene cosa scegliere, ma abbiamo pensato che un pezzo più diretto fosse meglio di un lento. Potevamo usare Shuffle Your Feet, che era già finito su iTunes, ma Ain’t No Easy Way piaceva di più ad alcune persone dell’etichetta – tra le quali il direttore – e non c’era nulla di male a venir loro incontro… anche perché confidiamo che piacerà alle stazioni indipendenti, le stesse con le quali siamo partiti. Comunque, Weight Of The World sarà il prossimo singolo.
Una domanda che rivolgo spesso agli artisti che intervisto riguarda la loro percezione del cammino compiuto, con particolare riferimento agli estremi: pensate di aver commesso qualche errore che potendo ritornare indietro nel tempo non rifareste, e qual è, al contrario, il vostro più grande motivo di soddisfazione?
Una delle sensazioni più belle è rendersi conto, svegliandoci nel tour bus, di come siamo fortunati a girare il mondo e arrivare in posti che altrimenti non avremmo forse mai visitato. È qualcosa che all’inizio, quando ci pareva già tanto poter uscire dai confini della nostra città, non immaginavamo neppure, e adesso abbiamo suonato persino a Taiwan! È un sogno realizzato e che, incredibilmente, continua giorno dopo giorno a realizzarsi e, credimi, l’emozione è sempre forte, al di là del fatto che davanti a noi ci siano ventimila persone o solo venti. Per quanto riguarda gli errori, invece, non crediamo di averne fatti di molto gravi: sì, quando abbiamo firmato il nostro primo contratto non abbiamo capito bene che la libertà artistica che ci veniva concessa comportava in ogni caso qualche vincolo “occulto”, e non esserci fatti spiegare subito come stavano esattamente le cose è stato uno sbaglio, ma in definitiva è andata bene anche così.
E cos’è, invece, che ti fa irritare, in questo meraviglioso carrozzone chiamato music-biz?
Il cinismo che spesso rischia di uccidere la musica e, inoltre, tanti atteggiamenti che banalizzano il lavoro che i musicisti vogliono portare avanti. Per esempio, siamo veramente stufi di articoli nei quali siamo paragonati ai Jesus And Mary Chain, dove si legge quanto nei nostri primi due album assomigliamo ai Jesus And Mary Chain…… di Howl, magari, scriveranno che suona come i Jesus And Mary Chain in versione unplugged.
Però, dai, ai Jesus And Mary Chain assomigliavate sul serio.
Non è un vero problema ma a volte, leggendo certe recensioni, penso che siano uno spreco di carta bello e buono… specie quando, disco dopo disco, si continuano a ripetere gli stessi concetti per inerzia.

BRMC cop

Rabbia e radici, 1998-2005
I Black Rebel Motorcycle Club si formano a San Francisco nel 1998, con un organico a tre già comprendente il chitarrista Peter Hayes, il bassista Robert Levon Been (ribettezzatosi però Robert Turner) – intercambiabili nei ruoli, nonché entrambi cantanti – e il batterista Nick Jago, rubando il nome alla gang di motociclisti di Marlon Brando ne Il Selvaggio. Amici dai tempi del college, Peter e Robert hanno militato assieme in qualche band minore; il primo vanta un pur fulmineo passaggio nei Brian Jonestown Massacre, il secondo è figlio di Michael Been dei The Call .
Trasferitosi a Los Angeles, il gruppo si lega alla Virgin America e nel gennaio 2002 esordisce con un album omonimo che, grazie anche al singolo “anthemico” Whatever Happened To My Rock’n’Roll, si fa notare soprattutto in Europa; le eccellenti recensioni, i numerosi concerti – magari un po’ “statici”, ma di buon impatto – e le 200.000 copie vendute solo in Gran Bretagna sembrano dar ragione a quanti parlavano di “next big thing”, e a fornire ulteriori conferme provvede nell’estate del 2003 Take Them On, On Your Own, nuova raccolta di canzoni grintose, trascinanti e leggermente cupe ben introdotta da un altro azzeccato singolo, Stop. Non del tutto contenta dei risultati commerciali, la casa discografica cerca però di persuadere il gruppo a sfruttare meglio il suo talento: ne deriva una crisi che porta allo scioglimento consensuale dell’accordo e, dopo un salutare ricompattamento tra i musicisti, a Howl, realizzato senza avere un’etichetta alle spalle e poi piazzato all’indipendente inglese Echo. Il lavoro, del quale fanno parte tredici episodi, segna un’autentica svolta stilistica, in qualche modo sottolineata dalla decisione di adottare come singolo apripista Ain’t No Easy Way, un brano folk/blues godibilissimo ma non proprio in linea – neppure in un periodo in cui i White Stripes sono vere rockstar – con i gusti di chi compila le scalette delle radio; ma a certi istinti, si sa, è meglio non porre freni… e, allora, ben vengano questi Black Rebel Motorcycle Club convertiti al roots, che spiazzeranno probabilmente una fetta del loro pubblico ma che di sicuro riusciranno a conquistarne altro. Noi, a scanso di equivoci, siamo comunque tra quelli che restano al loro fianco.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.615 del settembre 2005

Advertisements
Categorie: interviste | Tag: , | 1 commento

Navigazione articolo

Un pensiero su “Black Rebel Motorcycle Club

  1. Anonimo

    gran disco…grande fede

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: