Demolition Doll Rods

Ebbene sì, il solito Mick Collins c’entra pure con i/le Demolition Dolls Rods, e non solo perché ex compagno di Dan Kroha nei mitici Gories. Del trio di Detroit ho scritto le recensioni di tre album su quattro ma in questa sede ho recuperato solo quelle dei primi due, risalenti alla seconda metà degli anni ‘90.

Demolition cop 1Tasty (In The Red)
Alcuni di voi, i più fortunati, avranno applaudito il loro recente concerto milanese di spalla alla Blues Explosion di Jon Spencer. Gli altri, almeno per ora, dovranno invece accontentarsi di inneggiare a questo Tasty, primo lavoro “adulto” – a seguire la solita serie di introvabili 45 giri – di un gruppo lo-fi (o rock’n’roll, o garage, o Fifties-punk o semplicemente degenerato: provvedete da soli a etichettarlo) tra i più originali e degni di attenzione balzati alla ribalta in questa seconda metà di anni ‘90. Un ensemble che alla stuzzicante atipicità dell’organico – una chitarrista carina, una batterista tendente all’adiposo e il folle Dan dei Gories, qui nei panni del travestito da bassifondi, alla seconda chitarra – unisce una rara capacità di estrarre dalla miniera delle tradizioni blues, gospel, rock’n’roll e garage-punk un suono peccaminoso e stralunato, irruente a dispetto delle strutture piuttosto scarne e del tutto splendido nel trasformare in pura e semplice sovversione il proprio dichiarato amore per le radici.
Dodici canzoni ruvide e tribali per trentacinque minuti di musica aliena, che si snoda malsana tra frammenti di pop deviato, richiami  ancestrali e allucinazioni da B-movie in un party spesso infernale (vedi Maverick Girl o Psycho Kitty) sulla cui riuscita garantisce l’impegno al mixer della strana coppia Mick Collins (Gories, ancora loro!)/Jon Spencer. Grandissimo disco, sudicio e anticommerciale, destinato a chi già vive avventure quotidiane con Oblivians, ‘68 Comeback e Cheater Slicks, ma anche Chrome Cranks o Dura-Delinquent: nemmeno i maestri Cramps, va detto, avevano mai osato tanto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.257 del 13 maggio 1997

Demolition cop 2T.L.A. (Matador)
Inutile negarlo: sono i gruppi come le Demolition Doll Rods (due sgallettate sorelline con le tette al vento, un ex Gories conciato come un travestito da bassifondi e nessun bassista) a ricoprire, oggi come oggi, il difficile incarico di custodi del fuoco inestinguibile del rock’n’roll. Almeno di quel rock’n’roll che – si scusi la retorica – si nutre di radici (tutte, o quasi, rappresentate in questi solchi: dall’incipit Secret Place, senz’altro da catalogare come Musica Sacra, al country curiosamente delicato della conclusiva Carry Me Away), di grinta (seppure con un suono lo-fi, Sex Machine o Married For The Weekend non hanno nulla da invidiare a quei brani acuti e lancinanti che hanno fatto la storia del punk d’oltreoceano), di istinto (ascoltare Fooling Around, secca e minimale come le primissime cose dei Cramps), di (auto)ironia (far caso al volume degli applausi, ovviamente finti, inseriti in Rock It Up) e di rumore (le trame ruvide e sferraglianti di Fast One o Best Friends non lasciano dubbi in proposito).
A parte l’etichetta più di peso, “T.L.A.” non presenta grandi cambiamenti al paragone con il Tasty pubblicato un paio di anni fa dalla In The Red: stesso eclettismo ispirativo, stesso impeto, stessi atteggiamenti sfrontati e stesso linguaggio secco e diretto fondato sulle vibrazioni, arricchiti da un apparente aumento della fiducia nei propri mezzi che si traduce in un’espressione sonora maggiormente equilibrata e matura ma sempre urticante. Né più né meno, insomma, di ciò che era lecito attendersi dalle Demolition Doll Rods, il cui urlo non entrerà nella storia come il kick out the jams, motherfuckers di certi loro illustri concittadini ma possiede abbastanza forza da perforare più di un timpano. Per fortuna.
Tratto da Rumore n.92 del settembre 1999

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