Primus

Benché sia accaduto “solo” sedici anni fa, non ricordavo di avere intervistato anche Les Claypool: a volte questo mio strano lavoro assomiglia un po’ a una catena di montaggio, e tutto sommato può essere normale, quando le chiacchierate con musicisti sono ormai arrivate a cifre nell’ordine delle sette/ottocento, dimenticarne qualcuna. Sono però certo che la conversazione con il bassista/cantante e leader del terzetto californiano sia stata più lunga di quanto riportato nella paginetta richiestami all’epoca da Rumore, ma non importa: questi 4.500 caratteri hanno il ritmo giusto e spiegano abbastanza bene tanto The Brown Album quanto, almeno a grandi linee, il Primus-pensiero.

Primus foto

Parlare con Les Claypool, anche solo per telefono, è un’esperienza decisamente piacevole: la sua simpatia e la sua notevole lucidità allontanano infatti le conversazioni con il leader dei Primus dal cliché a volte stantio delle interviste convenzionali, creando un’atmosfera quantomai distesa e aperta a ogni possibile sviluppo. Con Les si voleva parlare del recente The Brown Album, e conoscendo il sense of humor del personaggio non si poteva che partire così…
Quando hai scelto come titolo The Brown Album, pensavi più ai Beatles o al “big beaver” di Wynona?
Consideriamo il nuovo lavoro una specie di pietra miliare dei Primus, e volevamo in qualche modo enfatizzare l’idea. Visto che il “disco bianco” era già dei Beatles e il “disco nero” dei Metallica, abbiamo ripiegato su The Brown Album.
Come al solito, avete combinato sostanza e ironia. Che peso date a questi due aspetti?
Il mondo della musica è fin troppo pieno di gente che si prende sul serio, e io non voglio appartenere alla categoria. L’umorismo, del resto, fa parte da sempre della mia vita: i miei amici mi reputano una persona dotata di uno spiccato senso della satira, e anche razionalmente il concetto esercita su di me una certa attrazione.
Avete aspettative particolari nei confronti di quest’album?
Si tratta del nostro disco più aggressivo da parecchio, e poiché attualmente la musica cosiddetta alternativa si è abbastanza ammorbidita per incontrare i gusti delle radio e di MTV, non so come possa essere accolto. Comunque, quel che ci importava davvero era realizzare qualcosa che ci piacesse.
C’è chi dice che, sfumature a parte, i Primus stiano suonando da sempre lo stesso pezzo. Tu come la pensi?
Chi ci guarda dall’esterno e non ha dimestichezza con noi è portato a vedere lo stile Primus come un qualcosa di ben definito, che non cambia. Al contrario, chi ci segue con attenzione non ha difficoltà ad accorgersi che The Brown Album è molto più orientato verso la canzone, più violento, più concreto e più vicino alle nostre prime cose rispetto, ad esempio, a Tales From The Punchbowl. E anche, se mi passi il termine, meno “progressive”… il nostro vecchio batterista aveva un approccio alla Neil Peart dei Rush, mentre quello del nuovo è alla John Bonham dei Led Zeppelin.
Tutti i componenti dei Primus sono musicisti di grandi talento e personalità: questa presenza di più “teste pensanti” non crea problemi di leadership?
Beh, io rimango il capitano della nave. La certezza che ognuno sappia fare perfettamente la sua parte evita che ci si preoccupi degli eventuali limiti altrui e permette di concentrarsi sul proprio ruolo e i propri obiettivi.
Non sei sorpreso dal vostro successo? In fondo, almeno per le charts, siete una band un po’ strana.
Se tornassi indietro nel tempo fino all’epoca dei nostri esordi e dessi un’occhiata al futuro, di sicuro sarei molto meravigliato. Alla luce dell’impegno profuso in questi anni, e al nostro avanzare passo dopo passo, credo però che quanto abbiamo ottenuto sia più che giusto.
Per il nuovo disco avete utilizzato solo apparecchiature analogiche. Cos’è, nostalgia per il passato?
Eravamo digitalizzati, ma il nuovo batterista ci ha suggerito di indirizzarci sull’analogico. Ci siamo fidati della sua competenza di studio e abbiamo venduto tutto l’equipaggiamento: adesso il suono è più caldo, molto seconda metà dei ‘70, come i Led Zeppelin.
Ancora i Led Zeppelin: devo presumere che abbiano esercitato una notevole influenza su di te.
Penso sia comune a qualsiasi ragazzino americano dei ‘70. John Bonham è stato il miglior batterista rock di sempre.
A proposito di punti fermi, quali sono gli album che hanno cambiato la tua vita?
Direi il secondo dei Led Zeppelin e Raindogs di Tom Waits.
Nessun Frank Zappa?
No, il fan è Larry, il chitarrista. Io non ho neppure un disco di Zappa, lui li possiede tutti.
Cosa ti ha spinto a occuparti di musica?
Credo di averlo fatto perché sembrava un buon modo per conoscere delle ragazze.
Sempre la solita storia. E funzionava?
Ai vecchi tempi, sì. Poi, all’inizio dei ‘90, mi sono legato con la mia attuale compagna, e lo scorso anno ci siamo sposati. Ho un figlio, un altro è in arrivo… sono diventato un “family man”, e i Primus sono in un certo senso la mia unica trasgressione.
Cosa pensi che faresti, oggi, se non avessi i Primus?
Credo che sarei regista cinematografico. A giudicare dalle esperienze raccolte con i video-clip del gruppo, sono convinto che il lavoro mi piacerebbe.
Tratto da Rumore n.68 del settembre 1997

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