Rancid

Sono stati una della band-cardine del punk degli anni ‘90, sotto il profilo artistico così come sul piano commerciale. Questa è la prima delle mie due interviste al quartetto californiano, e l’ho preferita alla successiva con Lars Frederiksen solo perché il mio interlocutore era il leader Tim Armstrong… anche se l’altra, più lunga, nel 2001 fece finire il gruppo sulla copertina del Mucchio, mentre questa fu condensata in un paio di paginette.

Rancid foto

The Magnificent… Four
Considerato come la questione sia legata, almeno entro certi limiti, a valutazioni di carattere strettamente personale, non affermeremo che Life Won’t Wait sia in assoluto il miglior album dei Rancid. Attenendosi solo ai dati oggettivi, non si può però negare che la nuova fatica discografica sia quanto di più equilibrato e policromo finora prodotto dall’ensemble di Berkeley sotto il profilo sia formale che sostanziale, in netto dissenso con la regola purtroppo consolidata per la quale ogni gruppo di area punk-rock(‘n’roll) non può opporsi al progressivo affievolirsi della sua carica di energia e può evolversi solo imbastardendo il proprio stile in senso pop.
L’intervista a seguire, strappata sull’asse Roma-Los Angeles in un’afosa serata di giugno, chiarisce come il misterioso “elisir di lunga vita” di Tim Armstrong (chitarra e voce), Lars Frederiksen (chitarra e voce), Matt Freeman (basso) e Brett Reed (batteria) derivi da un’accorta operazione di dosaggio di ingredienti tutto sommato banali quali coerenza, determinazione, spontaneità, entusiasmo e ironia: senza segreti, né tantomeno trucchi o inganni, ma con il solo desiderio di andare avanti per vedere cosa succede. Chi si ferma è perduto.
Ritengo che Life Won’t Wait sia il vostro miglior album, e comunque il più vario e completo. Voi Rancid la pensate allo stesso modo?
Di solito ogni musicista, subito dopo averlo realizzato, reputa l’ultimo disco il più riuscito della sua carriera, e ora come ora noi non facciamo eccezione. Però siamo convinti che ognuno dei nostri album sia il migliore rispetto al periodo in cui è stato concepito: ognuno rispecchia periodi diversi delle nostre vite e, in una certa misura, diverse influenze.
E Life Won’t Wait che genere di momento riflette?
Di sicuro un periodo in cui abbiamo imparato parecchio: dall’uscita di …And Out Come The Wolves ad oggi abbiamo visto un mucchio di cose e abbiamo collezionato tantissime esperienze. Nel disco abbiamo raccontato un po’ tutte queste storie, coinvolgendo anche vecchi e nuovi amici che appaiono come ospiti: c’è voluto un po’ più del previsto, ma ci pare di averle raccontate bene.
I tempi di preparazione così lunghi sono dovuti a una scelta o sono dipesi da esigenze emerse strada facendo?
In linea di massima si è trattato di una nostra decisione: dalla nascita del gruppo in poi non abbiamo fatto altro che registrare canzoni ed esibirci dal vivo, e i consensi di …And Out Come The Wolves ci hanno dato la libertà di prenderci una pausa, di rilassarci un attimo, di trascorrere qualche mese in modo normale con le famiglie e gli amici. Quello del musicista di successo è per molti aspetti il più bel mestiere del mondo, ma ti coinvolge al punto di non lasciare spazio per nient’altro all’infuori del suonare, spostarti in aereo e furgone e impegnarti nella promozione giornalistica e radio-televisiva. Inoltre, non essendo condizionati da pressioni o scadenze, abbiamo potuto lavorare con tranquillità, sperimentando ogni tipo di soluzione ci passasse per la testa.
Tutto ciò è una diretta conseguenza del vostro esser rimasti nel giro indipendente, rifiutando le offerte delle major?
L’etichetta non è poi un problema così importante… semplicemente, la Epitaph è la nostra casa, è dove ci sentiamo di voler stare, e oltretutto siamo convinti che nessuna multinazionale potrebbe darci più di quello che già stiamo ottenendo. E poi, vuoi mettere il vantaggio di parlare sempre direttamente con il responsabile, senza doversi preoccupare dei vertici che cambiano e del fatto – abbastanza frequente, a quanto ne sappiamo – che i nuovi dirigenti tendono ad avere un atteggiamento negativo nei confronti degli gruppi ingaggiati dai vecchi? Gli Offspring avevano le loro ragioni per andarsene, e noi le rispettiamo; il loro ultimo album non ha venduto come Smash, ma questo non ha nulla a che vedere con il marchio che c’è stampato sopra.
A proposito di vendite, immagino che non vi sareste mai aspettati di arrivare dove siete arrivati.
Assolutamente no. Abbiamo fondato la band per puro divertimento, e mentre ancora facevamo concerti per pochi intimi questa realtà del “nuovo punk” ci è esplosa attorno e di colpo ci siamo trovati in un’altra dimensione.
Anche fortuna, insomma, al di là del valore.
Sì, senz’altro, ma in fondo siamo convinti di meritare quel che ci è accaduto, perché la nostra musica riesce a raggiungere tanta gente in modo non superficiale, a diventare qualcosa di importante nella vita di chi ci segue. È anche vero, però, che possedere determinate qualità non significa che esse vengano automaticamente riconosciute: non fosse così, l’underground non sarebbe pieno di gruppi straordinari – magari anche più bravi dei Rancid – della cui esistenza sono al corrente poche centinaia di persone. Noi ammettiamo che questa cosa che vogliamo chiamare “fortuna” ha avuto un peso determinante nella nostra ascesa, ma non possiamo certo vergognarcene.
Il divertimento di cui si diceva prima continua a essere l’unico vostro obiettivo, o magari con la maturità sono arrivati anche ideali più profondi?
Il desiderio di divertirsi è sempre alla base di tutto, i Rancid non sono né hanno mai voluto essere una band “politica” nel senso convenzionale del termine. Però abbiamo sempre detto quel che ci sentivamo di dire, e le nostre canzoni – nient’altro che storie raccontate in musica – hanno sempre illustrato le nostre opinioni su ciò che ci piace, non ci piace o vorremmo che cambiasse. In linea di massima, pensiamo che i gruppi che predicano una certa morale o un certo stile di vita siano noiosi e retorici tanto quanto i discorsi dei politicanti. Per noi la musica deve trasmettere feeling e vibrazioni, essere l’estensione di una o più emozioni, ed anche se il mondo è pieno di band che la considerano uno strumento per convertire la gente alla propria causa – il che è davvero pericoloso, perché alcuni possono venire in tutto o in parte privati della capacità di decidere con la propria testa – i Rancid mirano essenzialmente a comunicare gioia ed energia, e a far star bene chi li ascolta.
Essere di continuo etichettati come “nuovi Clash” vi dà fastidio oppure non ci fate più caso?
È una cosa talmente frequente che ormai non possiamo far altro che riderci su, ma questo non significa affatto che neghiamo quell’influenza: i Clash sono stati uno dei gruppi-chiave nella nostra crescita, e dunque tra loro e noi esistono evidenti affinità, ma non ci è mai passato per la mente di imitarli in chiave anni ‘90: i Clash, per esempio, non hanno mai mischiato assieme ska e punk, né hanno mai suonato hardcore melodico. Life Won’t Wait evidenzia in modo più chiaro rispetto ai lavori precedenti l’estrema ampiezza del nostro spettro di gusti e interessi musicali.
Non vorrei sembrare polemico, però la vostra graduale apertura a schemi più “rock’n’roll a 360 gradi”, comprese le deviazioni verso la black music, presenta analogie con quanto i Clash misero in pratica all’epoca di London Calling e Sandinista. E poi, diciamo la verità, i Clash sono stati una delle più grandi rock’n’roll band di tutti i tempi, ed è lusinghiero essere paragonati a loro.
Giusto, e infatti ne siamo lusingati. I Clash, però, appartengono al passato mentre i Rancid sono qui adesso, e poiché in ambito rock’n’roll non è possibile dare vita a formule davvero nuove ma solo a rielaborazioni di cose già sentite, i Rancid andrebbero valutati in quanto Rancid e basta. Con le loro canzoni che assomigliano a quelle dei Clash e con le tante altre che, al contrario, non hanno niente o quasi in comune con esse.
È corretto sostenere che i Rancid siano una specie di riassunto di venti anni di punk-rock?
In effetti, esaminando la nostra discografia, si può avere questo tipo di impressione: in generale siamo attratti dal cambiamento, l’idea di scrivere e riscrivere lo stesso pezzo non è stimolante né per noi e né per il pubblico. Molti dei gruppi che più ci piacciono cercano di introdurre novità in ogni disco, al punto che un album può essere anche molto differente dal suo predecessore: l’importante è cambiare per il meglio, e per quanto riguarda noi crediamo di esserci riusciti. Speriamo di continuare così.
Life Won’t Wait presenta un’accentuazione dell’elemento ska: tra l’altro, alla title track partecipa il mitico Buju Banton, mentre in Hooligans ci sono tre degli Specials. Anche voi vi siete convertiti alla moda dello ska-core?
“Convertiti” non è la parola giusta, visto che lo ska appartiene al nostro patrimonio culturale da molto prima che ritornasse ad essere un trend. Le nostre cassette per la macchina hanno sempre avuto sequenze tipo Clash – Specials – Misfits… Tra il punk e lo ska esistano molti punti di contatto, sia in termini di feeling che di strutture e contenuti: camminano mano nella mano, e per noi unirli è del tutto naturale.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.314 del 14 luglio 1998

Rancid copLife Won’t Wait (Epitaph)
Non sono mai stati un gruppo da mezze misure, i Rancid, e la cosa più buffa è che le opposte legioni dei fan più irriducibili e dei più convinti denigratori li venerano o non li sopportano per la stessa ragione: essenzialmente, cioé, per il loro proporsi come una sorta di Bignami del punk dal ‘77 ai giorni nostri, con tutte (o quasi) le sue “deviazioni” di carattere musicale (reggae, ska, hardcore e quant’altro) e tutte le sue implicazioni di look estremo, liriche barricadere e atteggiamenti sfacciati. Nonostante l’ecumenismo della loro formula, non vantando l’appeal melodico dei Green Day e la “classicità” tutto sommato rassicurante degli Offspring, Tim Armstrong e compagni si sono dovuti accontentare del terzo posto tra i best-seller del punk dei ‘90: il che, come è ovvio, ha comunque garantito loro una straordinaria notorietà e buone prospettive di una tranquilla vecchiaia.
Sempre forti della solita sicurezza nelle proprie capacità, e di quella coerenza che li ha indotti a rifiutare le pur allettanti offerte di molte major, i Rancid ritornano ora sulle scene con un quarto album che, se da un lato li riafferma come epigoni in chiave moderna degli indimenticabili Clash, dall’altro ribadisce la loro volontà di non interrompere un processo di evoluzione fino ad oggi costante. Senza rinnegare il punk’n’roll anglofilo su cui il quartetto californiano ha costruito le sue fortune (come dimostrano brani secchi e grintosi quali Bloodclot, New Dress, Warsaw, The Wolf o 1998), questo Life Won’t Wait stringe infatti ancor più saldi legami con il reggae e lo ska, andando anche ad abbracciare elementi rhythm’n’blues e messicaneggianti; il tutto, al di là del prezioso contributo di svariati illustri ospiti (Buju Banton, Mighty Mighty Bosstones, Specials, Hepcat), con il sostegno di eccellenti doti compositive e di un buon gusto nelle interpretazioni che stranamente non si scontra con l’approccio viscerale ed esuberante (e solo in apparenza rozzo) dal quale un ensemble di scuola punk non può certo prescindere.
Vivace, coloratissimo, imprevedibile e maledettamente trascinante, Life Won’t Wait è l’album più eclettico e maturo finora partorito dai Rancid: anche sotto il profilo stilistico, pur con i dovuti distinguo, il loro Sandinista!. Forse non poteva essere altrimenti, visto che i suoi predecessori – è uno scherzo, ma fino a un certo punto – facevano pensare rispettivamente a Clash, Give ‘em Enough Rope e London Calling.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.308 del 2 giugno 1998

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Rancid

  1. stefano

    La cosa più grossa del punk rock per parecchi anni se si considerano pure gli operation ivy, i vari progetti di Tim armstrong e del bassista, per non metterci pure il gruppo dell’ex moglie Brody Dalle 😀

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