White Hassle

Non c’è stato giorno, in questo mese di agosto, che non abbia dedicato un po’ di tempo a un lavoro che rimandavo da anni ma che era ormai divenuto improcrastinabile: mettere ordine nei CD (i vinili non ne avevano invece bisogno: in quanto formato nobile non li ho mai trascurati). L’operazione mi ha riportato sotto gli occhi e nel lettore un sacco di titoli più o meno rimossi dalla memoria: fra questi, il secondo album di una band di New York che per molti potrebbe costituire una bella scoperta. Ecco la recensione del disco (hanno in seguito realizzato un mini e un altro album; un ulteriore album è stato poi pubblicato dal leader Marcellus Hall) e un’intervista di dieci anni fa.

White Hassle copThe Death Of Song (Fargo)
Come ampiamente prevedibile, visto il successo riscosso dal “genere” e i tentativi (scomposti) dei discografici di cavalcarne l’onda, da un buon anno e mezzo a questa parte si sta assistendo a un’autentica caccia ai gruppi rock newyorkesi che si impegnano nel rileggere, ciascuno alla sua maniera, le tradizioni cittadine, da Lou Reed ai Modern Lovers (in realtà di Boston, ma non sottilizziamo). Tutti, insomma, sono alla ricerca della prossima next big thing, in una corsa che lascerà parecchi cadaveri (in senso metaforico) sul campo e parecchi dischi destinati all’oblio sugli scaffali di quanti si saranno fatti trascinare dal troppo entusiasmo.
Dalla mischia sembrano potersi tirar fuori i White Hassle, che hanno alle spalle un mini per la Orange (Life Is Still Sweet) e prima ancora l’album d’esordio National Chain, marchiato nel 1997 da quella Matador che aveva già sostenuto il vecchio gruppo del cantante, chitarrista e armonicista Marcellus Hall (e del batterista Dave Varenka), gli ottimi Railroad Jerk. Non ragazzetti alle prime armi, quindi, ma una band rodata nel recupero in chiave personale di sonorità abbastanza classiche, che a dispetto del titolo di quest’ultimo lavoro – la morte della canzone – mette in mostra notevoli capacità di dar vita a brani melodici e ricchi di energia, baciati oltretutto da una verve compositiva tutt’altro che banale. Dalla convulsa She’s Dead che apre le danze, contraddistinta dallo scratching di Atsushi Numata, fino alla The Air That I Breathe che le conclude all’insegna del folk stranito, The Death Of Song è infatti un brillante patchwork rock’n’roll che alla compattezza e all’aggressività preferisce soluzioni meno concitate e nervose, dove i riferimenti ai ‘60 e alle radici (country, blues, R&B, soul) e sporadici accenni “wave” si intrecciano in un riuscito gioco citazionista che vede come numi tutelari i primissimi Rolling Stones, seppur con un canto che in linea di massima rinuncia all’impudenza jaggeriana a vantaggio di toni più morbidi e confidenziali.
Insomma, The Death Of Song è proprio un bell’album. Di quelli che, almeno all’inizio, possono forse lasciare tiepidini, ma che ascolto dopo ascolto sanno imporsi con grande autorevolezza. Come al solito, nulla di davvero nuovo sotto il sole, ma il blend elaborato dal trio newyorkese non lesina affatto in fantasia e freschezza: tanto da rendere fortemente riduttiva l’etichetta di “nuovi Strokes” che inevitabilmente, e comunque per un mucchio di valide ragioni, si troveranno appiccicata addosso.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.534 del 20 maggio 2003

White Hassle foto

Le mille luci di New York
Saranno magari in parecchi a vedere nei White Hassle un’ennesima giovane band di New York che cavalca l’onda dell’entusiasmo creatosi quasi un paio d’anni fa attorno agli Strokes. Invece, il terzetto – o quartetto, se si considera parte effettiva dell’organico il dj ospite Atsushi Numata – esiste discograficamente dal 1997, ha alle spalle un primo album edito dalla Matador e vede nelle sue fila – assieme al chitarrista Matt Oliverio – il cantante, chitarrista e armonicista Marcellus Hall e il batterista Dave Varenka, entrambi ex membri di quei Railroad Jerk che per l’intero arco dei ‘90 avevano conquistato discreti consensi con i loro graffiante punk’n’roll in chiave lo-fi. Del passato, del presente e delle prospettive dell’ensemble abbiamo parlato con Marcellus, raggiunto telefonicamente al di là dell’Atlantico: ne è derivata un’intervista leggermente frammentaria, ma ricca di utili chiarimenti.
Prima di tutto, vuoi dirci perché i Railroad Jerk si sono separati?
Penso sia andata come accade in certe relazioni sentimentali: a un certo punto si avverte il bisogno di qualcosa di nuovo. Ritengo che la nostra storia avesse detto quel che aveva da dire, e che fosse arrivata l’ora di cambiare. Inoltre, il nostro ultimo disco non era andato molto bene e ci eravamo trovati senza contratto. Per un po’ abbiamo cercato un’altra etichetta, in fondo avevamo il quinto album pronto, ma non abbiamo avuto fortuna e abbiamo gettato la spugna.
Così tu e Dave avete deciso di dedicarvi a tempo pieno ai White Hassle, fino ad allora un progetto parallelo. Com’erano, all’inizio, i White Hassle?
Diversi sia dai Railroad Jerk che dalla band attuale. Prima di tutto, perché eravamo solo in due, e poi perché sostanzialmente suonavamo folk-rock con un approccio molto elementare e lo-fi. Dopo tutti questi anni posso affermare con certezza che oggi i White Hassle ricordano molto più i Railroad Jerk di quanto non facessero in passato, se non altro perché vi sono coinvolte più persone e la formula è più convenzionalmente rock.
Però i Railroad Jerk vantavano un approccio blues, mentre i White Hassle hanno mantenuto saldo – seppure in modo più articolato e deviante – i loro vincoli con il folk e il country.
Sì, è un’osservazione corretta. Inoltre, i Railroad Jerk erano una band parecchio rumorosa e graffiante, mentre i White Hassle sono nettamente più inclini alla melodia.
A metà ‘90, i Railroad Jarks si ritenevano parte di quella scena lo-fi che comprendeva, per esempio, gente come ‘68 Comeback, Jack O’ Fire o Cheater Slicks?
Di sicuro eravamo in sintonia con il “movimento” lo-fi, ma non proprio con i gruppi che hai citato: magari ci sentivamo più vicini ai nostri compagni di scuderia della Matador, dai Pavement alla Jon Spencer Blues Explosion passando per i Guided By Voices.
Come mai tra i vostro primo album, National Chain, e questo The Death Of Song è passato così tanto tempo?
In effetti sei anni sono molti, anche considerando che tra i due dischi, nel 2001, c’è stato l’EP Life Is Still Sweet. Purtroppo la nostra label, la Orange Recordings, ha avuto alcuni problemi di carattere finanziario che hanno sensibilmente ritardato l’uscita. Le prime basi le abbiamo incise addirittura tre anni fa, gli ultimi ritocchi sono stati apportati lo scorso inverno.
Il disco si intitola The Death Of Song: singolare, alla luce del fatto che forse fino a oggi non avevi mai realizzato nulla di così in linea con la “classica” forma canzone.
Vorrebbe essere sarcastico: qualche anno fa mi era capitato di leggere un articolo, a proposito della musica techno, nel quale si parlava della presunta morte della canzone, e così ebbi l’ispirazione per un brano che ironizzasse sull’argomento. In realtà, penso di essere molto legato al concetto tradizionale di canzone.
A noi giornalisti, si sa, piace coniare definizioni: se ti dicessi che la musica dei White Hassle si colloca a metà strada tra estasi bucolica e nevrosi metropolitana, come la prenderesti?
Bene, mi pare azzeccata. E poi nella stampa c’è così poca creatività che mi piace quando qualcuno aggiunge qualcosa di suo a quanto c’è scritto nei comunicati diffusi assieme ai dischi.
E i testi? Coltivi qualche ambizione poetica, oppure ti accontenti di raccontare storie e suscitare emozioni?
Se per poesia intendi parole che suonano bene assieme e che espongono determinate idee o evocano determinate immagini, allora la risposta è affermativa. In generale, tengo molto all’estetica del linguaggio, ma non essendo granché abile con le storie – pochissimi miei pezzi sono narrativi – mi concentro sulle parole e sulla loro capacità di ispirare pensieri. Attingo dalla vita di tutti i giorni, da ciò che sento dire, da qualcosa che leggo o vedo, mentre sul piano stilistico preferisco parole che non ci si aspetterebbe di trovare in una canzone invece di quelle che tutti usano proprio perché “adatte”.
Ad esempio?
Beh, un termine come “armi di distruzione di massa” si incontra ogni giorno su tutti i giornali, ma non è certo usuale sentirlo cantare in un disco. Mi diverto a cercare parole ed espressioni “strane” da mettere assieme come un collage.
C’è un brano che ritieni particolarmente significativo dei contenuti di quest’ultimo album? Le atmosfere sono così varie che mi riesce difficile inquadrare un momento-simbolo.
L’eclettismo della scaletta è dovuta anche al fatto che gli episodi non sono stati registrati tutti assieme, ma non vedo canzoni più importanti di altre. Per quanto mi riguarda preferisco i pezzi più lenti e morbidi, quelli maggiormente rock mi annoiano un po’.
Però il disco si apre con una She’s Dead decisamente trascinante, nella quale è anche ospite il DJ Atsushi Numata.
Nei concerti servono anche i brani frenetici e movimentati, no? Comunque She’s Dead è fondamentalmente un blues, seppure un tantino stravolto. E Atsushi “suona” i giradischi anche altrove.
Non trovi che la copertina sia un po’ fuorviante? Così scura, così “live”…
Sì, sono abbastanza d’accordo: troppo rock’n’roll. Quella della Orange, per il mercato americano, è completamente differente, ma per Europa la Fargo ha preferito quell’altra opzione. E noi eravamo tanto ansiosi di veder uscire il CD che abbiamo soffocato ogni perplessità.
È possibile che una parte dei mass-media parlerà di voi come dei “nuovi Strokes”: la cosa ti infastidisce?
Semmai, dato che il nostro album d’esordio risale al 1997, noi siamo i “vecchi Strokes”  Scherzi a parte, non ho avuto modo di verificare la situazione: The Death Of Song non è stato ancora pubblicato e non ho parlato con molti giornalisti europei. Non mi sembra che i White Hassle abbiano molto in comune con gli Strokes, a parte i comuni riferimenti al rock classico e il fatto di utilizzare strumenti convenzionali.
Voi vivete la “scena” locale, se così si può dire, o ne rimanete al di fuori?
Credo che si possa senz’altro parlare di “scena”, visti i rapporti di amicizia e le relazioni esistenti tra i vari gruppi. Frequentiamo gli stessi posti, ci si incontra un po’ tutti.
Hai qualche preferenza, a livello musicale? Qualche collega che stimi particolarmente?
Conosci i Moldy Peaches? Beh, amo molto le canzoni di Adam Green.
E che mi dici degli A.R.E. Weapons? Io li trovo interessanti.
Li ho visti dal vivo a un party, e non mi sento di sottoscrivere questa tua affermazione. Del loro album non posso dirti nulla, perché non l’ho ancora sentito.
Come tutte le nuove band rock, anche nei White Hassle ci sono evidenti tracce di influenze storiche: pensi che il vostro suono debba qualcosa ai Velvet Underground del terzo album o ai Modern Lovers del primo?
Sì, direi di sì. E ovviamente sono lusingato di questi accostamenti.
E avete anche qualcosa dei Rolling Stones dei ‘60.
Non sarò certo io a negarlo. All’inizio il loro obiettivo era quello di assomigliare quanto più possibile a una blues band di Chicago, ma hanno finito per diventare qualcos’altro. Per fortuna.
Ma Velvet Underground, Modern Lovers o Rolling Stones sono artisti con i quali sei cresciuto, che ascoltavi già da bambino?
Onestamente no. Li ho scoperti dopo, più o meno attorno ai vent’anni, e quindi nella seconda metà degli ‘80.
Cosa ti ha spinto a suonare, a diventare musicista?
Una combinazione di vari elementi: la ricerca di un’identità, la voglia di divertirsi e anche le potenziali implicazioni sessuali: è sciocco negarlo, funziona così un po’ per tutti.
Al momento, nutri qualche aspettativa particolare per l’immediato futuro dei White Hassle?
Spero che la gente apprezzi The Death Of Song, e che tale apprezzamento si traduca nell’opportunità di esibirci un po’ dovunque nel mondo. Devo però anche ammettere che, a causa del ritardo con il quale l’album è arrivato nei negozi, suoniamo queste canzoni già da parecchio tempo, e quindi vorremmo proporne di nuove… ma, forse, sarebbe prematuro, dato che la stragrande maggioranza del pubblico deve ancora ascoltare quelle contenute in questo disco.
Insomma, avete già scritto parecchio altro materiale?
Sì, sufficiente per un altro album: chissà quanto ci vorrà, prima di poterlo pubblicare.
Magari, ora come ora, è meglio non pensarci e concentrarsi sul presente, non trovi?
Assolutamente sì. Non vorrei esser stato frainteso, noi non ci poniamo più di tanto il problema del futuro e preferiamo vivere alla giornata: siamo felici che The Death Of Song sia finalmente fuori e siamo felici che i nostri concerti a New York stiano richiamando sempre più persone. Attendiamo però con impazienza l’ora di ritornare in Europa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.543 del 22 luglio 2003

Annunci
Categorie: recensioni | Tag: , | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: