Oasis

Premessa: non sono affatto uno di quelli che schifano gli Oasis, anzi. Ritengo che abbiano scritto e interpretato un notevole numero di canzoni splendide, benché derivative (ma alla fine sono in poche a non esserlo), e mi capita abbastanza spesso di ascoltarli per piacere e non per lavoro. Fui quindi contento di poter incontrare Noel Gallagher, per il quale ho sempre provato – diversamente dal fratello Liam – una certa simpatia. Accadde ai tempi di Heathen Chemistry, e il risultato è qui a seguire; Per completezza, e “correttezza”, accludo anche la mia recensione del disco.

Oasis foto

Working class heroes
Che si considerino gli Oasis geniacci del pop contemporaneo, o che li si reputi una band apprezzata ben al di là dei suoi effettivi meriti (il dibattito rimane aperto, ma il buon senso suggerisce che la verità sta nel mezzo), la proposta di una chiacchierata con Noel Gallagher non poteva davvero essere declinata: sia perché, sul piano giornalistico, l’ensemble britannico fa sempre notizia, e sia per poter “studiare” da vicino – in un mix di interesse professionale e umanissima curiosità – un’autentica rockstar, di quelle solitamente inavvicinabili. In questa circostanza, invece, il chitarrista e principale compositore degli Oasis ha dato l’assenso a una piccola serie di brevi incontri a quattr’occhi, finalizzati alla promozione del nuovo album Heathen Chemistry con due mesi esatti di anticipo sulla sua data di uscita: è infatti il 2 maggio, il giorno dopo la performance del gruppo al mega-concerto di Piazza S.Giovanni, quando varco la soglia di un elegante ma non troppo sfarzoso albergo capitolino, e dopo aver firmato un impegno a non diffondere in alcun modo prima del 2 luglio le “rivelazioni” raccolte in sede di colloquio, vengo condotto alla presenza del Gallagher buono: quello cattivo, con mio sollievo, è già ripartito alla volta di Londra.
È cordiale, Noel, ma la laconicità di molte risposte e il leggero senso di fastidio che traspare dal suo nervoso agitarsi sul divanetto lasciano chiaramente intendere che questa tornata di interviste – e le interviste in genere, presumo – sono per lui solo una noiosa incombenza legata al suo ruolo di personaggio. Mi sarebbe piaciuto iniziare chiedendogli se l’improvvisa generosità a concedersi alla stampa non andasse interpretata come un bisogno di risollevare le quotazioni degli Oasis, oggi certo meno scintillanti rispetto ai tempi di Definitely Maybe e Morning Glory, ma immaginando che un simile incipit avrebbe nuociuto alla rilassatezza dell’atmosfera ho preferito desistere: a complicarmi la vita bastava d’altronde il terrificante accento di Manchester del mio interlocutore, oltretutto abilissimo nell’allontanarsi dal microfono del registratore proprio quando la sua voce diventava più fievole e le sue parole più incomprensibili.
Cosa ti attende, appena rientrato in Inghilterra?
Mi pare di avere un impegno cinematografico… qualcuno sta girando un film sugli anni ‘90, e quindi vorrebbe intervistarmi a proposito del mio ruolo nella cultura britannica dello scorso decennio.
E cosa gli risponderai? Intendo dire, quale pensi sia stato questo ruolo?
Beh, essenzialmente musicale. Cultura può significare anche politica, e anche moda, ma io non voglio essere coinvolto in questo genere di cose. Ho contribuito agli anni ‘90 con della buona musica, o almeno così mi sembra.
E da quello che ho ascoltato sembra che vogliate continuare a farlo anche nel nuovo decennio: The Hindu Times è davvero un ottimo singolo.
La forza di quella canzone è tutta nel riff di chitarra. Eravamo in studio, e quando per puro caso è partito quel riff ho capito subito che era il caso di lasciarlo come asse portante e costruirci tutto il resto attorno. È stato anche immediatamente chiaro che doveva essere il primo singolo.
Scommetto che il secondo sarà Stop Crying Your Heart Out, una classica “ballatona” alla Oasis.
Sì, è così. Tutti quelli che l’hanno sentita hanno detto la stessa cosa.
Scegliendo The Hindu Times come “apripista”, però, avete lasciato intuire che l’orientamento generale dell’album avrebbe potuto essere più rock al confronto con il recente passato.
Ci interessava soprattutto qualcosa di incisivo, qualcosa che tirasse su. Il penultimo disco era abbastanza riflessivo e molto curato sotto il profilo lirico: ora volevamo un album più gioioso, brillante, di quelli che la gente prova piacere a sentire.
Finora il mio pezzo preferito è Force Of Nature. È vero che in qualche modo è un omaggio a Iggy Pop?
In un certo senso… volevamo usare un sample da Nightclubbing, ma visto che era impossibile averlo “pulito” siamo stati costretti a ricrearlo. Un omaggio a Iggy Pop… non l’ho concepito in questi termini, ma ora che mi ci hai fatto riflettere… accidenti, riesco persino a immaginarmi Iggy che lo canta!
Il pre-release fornitomi dalla Sony conteneva solo sei delle undici tracce dell’album: oltre alle tre delle quali abbiamo già parlato, She Is Love, Song Bird e Little By Little, tutte senza dubbio in linea con il concetto di freschezza al quale accennavi prima. Cosa devo aspettarmi, invece, dal resto?
Più o meno gli stessi ingredienti, a partire dalle chitarre. (Probably) All In The Mind ha un approccio decisamente psichedelico, e poi ci sono due pezzi composti da Liam: Better Man, che tende un po’ al funky, e Born On A Different Cloud, che invece è una specie di incrocio tra i Beatles e i Led Zeppelin.
Il titolo del nuovo album ha un significato specifico, magari legato ai suoi contenuti?
No. Inizialmente pensavamo a The Hindu Times, ma visto che in scaletta c’era già un pezzo chiamato così, abbiamo optato per Heathen Chemistry. È un’espressione che mi girava per la testa da un po’, venuta fuori chissà da dove… suonava bene, e una volta scritta su un pezzo di carta ho visto che anche visivamente funzionava alla grande. Dunque, perché non utilizzarla?
E io che credevo fosse una specie di metafora per il rock’n’roll…
Infatti è proprio per questo che ritengo sia un titolo azzeccatissimo: suggerisce molte immagini, per lo più suggestive. Mi attira l’idea di fare qualcosa che stimoli le persone a viaggiare con la mente.
Concepisci la tua musica solo in termini di canzoni, o magari aspireresti a renderla qualcosa di più “grande”?
Messa così si potrebbe quasi credere che realizzare buone canzoni sia facile, ma posso garantirti che non lo è per nulla. Comunque, vorrei essere in grado di suonare più stili differenti, essere più duttile. Il problema è che, fin da ragazzino, sono praticamente ossessionato dal rock’n’roll dei Beatles, dei Rolling Stones, dei T.Rex. In teoria non mi dispiacerebbe saper fare della dance, o magari delle cose sperimentali come i Radiohead… ma non ne sono capace, non le capisco. Mi limito ad assecondare la mia attitudine.
Quindi, in termini musicali, cosa significa per gli Oasis la parola “evoluzione”?
Non lo so, sul serio. L’unica mia certezza, in queso senso, è che prima o poi vorrei realizzare un album doppio, di sicuro più articolato e quindi più impegnativo di uno normale.
So che per Heathen Chemistry avevi scritto molti più pezzi di quanti siano poi finiti nella scaletta. Questo significa che stai vivendo un buon periodo creativo?
Sì. È senz’altro il migliore da quando esistono gli Oasis, a parte i primissimi tempi. Abbiamo già cominciato a buttar giù qualcosa per il prossimo lavoro, e questo è un preciso segnale che la direzione presa è quella giusta.
E com’è, in questo momento, la “chimica” con tuo fratello Liam?
Va tutto bene. Cioè, non ci sono grandi questioni in sospeso. Mi sono stancato di litigare, ecco tutto: la vita è bella, per quanto possibile non bisogna rovinarla rodendosi il fegato.
Hai dichiarato che quest’ultimo album è superiore ai due precedenti: questo può anche voler dire che i Be Here Now e Standing On The Shoulder Of Giants non ti convincevano appieno?
Standing è un buon disco: almeno la metà delle canzoni è eccellente, e anche sul piano delle sonorità non ho nulla da rimproverargli. Sono più critico, invece, nei confronti di Be Here Now, l’anello più debole della nostra discografia. Heathen Chemistry mi convince di più, è migliore (la pronuncia della parola “better” è assolutamente pazzesca, NdI) a livello compositivo, di testi e di produzione. C’era una bella atmosfera, mentre lo realizzavamo: prima, invece, la situazione era più cupa.
Hai ottenuto tutto ciò che un musicista può desiderare: sei entrato nella storia del rock, sei un idolo per un mucchio di persone, vendi milioni di dischi. Come fai a vincere il senso di appagamento, e cosa ti dà la spinta a continuare?
L’adulazione delle folle mi gratifica, certo, ma non è una soddisfazione autentica. Non mi sono mai sentito più degli altri, sono solo un tizio che suona la chitarra in una band di grande successo. Non pretendo di essere quello che non sono e faccio il mio lavoro come tutti, anche se si tratta di un lavoro molto affascinante rispetto a quelli convenzionali. Credo di essere una persona semplice e onesta, e sono contento se gli altri si accorgono di questa mia onestà.
Nonostante i guadagni, insomma, continui a ritenerti un esponente della working class.
Al cento per cento. Sono famoso, ho molti soldi e vivo in una bella casa, ma i miei valori sono quelli di sempre: non credo nella monarchia, credo nel diritto della gente di avere un lavoro giusto. Credo nel socialismo, credo nel diritto allo studio e credo che i governi dovrebbero volgere a favore dei lavoratori tutto ciò che di buono deriva dal business.
Cosa detesti del tuo lavoro di rockstar?
I servizi fotografici e i video. È più forte di me, non li sopporto.
Non ti capita mai di sentirti oppresso da qualcosa di più grande, di sentirti schiacciare da chissà quale ingranaggio?
No, affatto. Ho il totale controllo di quello che sto facendo.
Pensi si possa dire lo stesso di tuo fratello?
Liam è chiuso nel suo sogno rock’n’roll, fatto di Jack Daniels ed eccessi vari… è intrappolato nel ruolo affibbiatogli dai media. Intendiamoci, in fondo è un caro ragazzo, ma è molto diverso da me.
C’è qualche collega musicista con il quale ti andrebbe di collaborare?
Neil Young, Mick Jagger, Iggy Pop, John Lydon… Sarebbe stato bello fare qualcosa con Bob Marley, ma purtroppo… Ah, sì, anche con il Peter Green dei tempi d’oro.
Per concludere, quali sono stati il punto più alto e quello più basso della carriera degli Oasis?
Il top è stato ottenere un contratto discografico: non potevo credere di essere stato così fortunato da incontrare qualcuno disposto a darmi dei soldi per suonare la mia musica. Il momento peggiore… beh, lo scorso anno non me la sono passata molto bene, ma non vale la pena di parlarne: se bisogna pensare al passato, meglio concentrarsi sulle cose positive.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.494 del 9 luglio 2002

Oasis copHeathen Chemistry (Sony)
Indipendendemente dalla loro capacità di ottenere clamorosi consensi di vendite a livello planetario, gli Oasis hanno finora dimostrato di non essere una band dalla quale poter pretendere sostanziali evoluzioni di stile. Una realtà che, diciamolo subito, si ripropone anche per questo Heathen Chemistry, l’album della ripartenza dei fratelli Gallagher dopo che il doppio dal vivo Familiar To Millions aveva (in teoria) suggellato i loro fortunatissimi anni ‘90.
Ecco dunque che il disco, forte di undici nuovi episodi ora vivacemente rock’n’roll e ora distesi sugli schemi morbidi della ballata, si rivela solco dopo solco classicamente Oasis, con i suoi oliatissimi meccanismi di amalgama tra influenze Sixties e Seventies, la sua brillante verve melodica e la sua (invidiabile) abilità nel riciclare in modo comunque credibile – seppur con alternanza di alti e bassi qualitativi – le solite formule. Piacciono le incalzanti Force Of Nature e The Hindu Times, la più convulsa e sanguigna Hung In A Bad Place (scritta da Gem Archer), la briosa e nel contempo evocativa Little By Little e anche la sdolcinata Stop Crying Your Heart Out (dal ritornello simile a quello di Again di Lenny Kravitz), mentre il resto della scaletta – a partire dai brani firmati da Liam – mette in evidenza sporadiche impennate ma non è di pari livello. Gli Oasis, insomma, con i loro pro e contro, come d’altronde tanti loro colleghi che essendosi già presi la soddisfazione di incidere sulla storia si limitano adesso a farlo sulle classifiche. Non un brutto disco, comunque, che renderà di sicuro felici i fan. Per quanto riguarda noi, moderata soddisfazione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.493 del 2 luglio 2002

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Oasis

  1. sono stati almeno per un lustro il mio gruppo preferito in assoluto: mi avevano conquistato per la bellezza delle canzoni, per l’attitudine, per la loro inglesità così sdiversa da quella manifestata dai Blur – che pure apprezzavo e seguivo con vivo interesse. Certo, il fatto che i media li avessero pompati all’inverosimile dopo i primi due straordinari album ha fatto sì che le attese per “Be Here Now”,con tutti quei richiami e simboli sin dalla composita copertina fossero esageratamente alte e questo ha comportato delusione, pur non mancando pezzi buoni. Col senno di poi Heathen non è certo un brutto album ma in un mio greatest hits personale della band forse includerei solo la ballata STOP CRYING… Anche Little by little ha delle buone carte da giocarsi, mentre Songbird mi mette quasi tenerezza ma mi sembra uno di quei brani che avrebbe potuto scrivere un qualsiasi quindicenne fan degli oasis

  2. fabio

    ciao Federico, cosa ne pensi dei dischi di Noel solista? non sono stato un gran fan degli oasis (infatti preferivo i blur), ma devo riconoscere che non sono niente male.

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