Interpol

Undici anni meno due giorni fa, il 20 agosto del 2002, vedeva la luce il primo album degli Interpol, forse il massimo capolavoro della “new new wave” e uno dei pochissimi titoli di quel fenomeno musicale che sarebbero stati “classici” anche se fossero usciti ai tempi del post-punk originale cui si ispiravano. Nell’estate del 2002 il quartetto newyorkese mi aveva comunque folgorato, al punto di scrivere una recensione positivissima di Turn On The Bright Lights (del quale lo scorso anno, in occasione del decennale, è stata confezionata una notevole edizione speciale ricca di bonus), intervistare la band e spingere – con successo – affinché le fosse dedicata la copertina del Mucchio, all’epoca settimanale.

Interpol foto

Interpol copTurn On The Bright Lights (Matador)
Sorprende un po’ che uno dei dischi più competenti, ispirati e intensi ascoltati negli ultimi anni nell’ambito del rock di area post-punk/new wave sia firmato da una band americana. Eppure, per quanto bizzarro, è proprio così: gli Interpol, quattro ventenni newyorkesi giunti all’album di debutto con questo Turn On The Bright Lights, sembrano oggi essere i più titolati depositari delle nobili tradizioni del suono – meglio: dello stile – tipicamente british che ha avuto tra i suoi principali esponenti gruppi come Joy Division, Echo & The Bunnymen, Psychedelic Furs e (primi) Simple Minds, il tutto con occasionali deviazioni filo-Smiths e una serie di richiami più o meno occulti (e magari involontari) ad altre esperienze musicali sviluppatesi Oltremanica nei tanto vituperati ‘80. Solo revival, se non addirittura plagio? Assolutamente no: a privare di fondatezza tali accuse basterebbe l’aver saputo concepire e realizzare un mix equilibrato delle suddette influenze. E poi, nonostante i riferimenti espliciti, gli Interpol denunciano il loro status di cittadini della Big Apple con un nervosismo strumentale che striscia dietro le trame solenni e fosche, con spunti che rimandano alla breve ma gloriosissima epopea Television, con uno spleen genuino ma palesemente filtrato da una sensibilità non europea (sebbene due membri vantino natali inglesi).
Comunque sia, e pur con le riserve destate dalla constatazione di essere di fronte a un prodotto fortemente derivativo, non si può negare che Turn On The Bright Lights sia un disco di grande spessore. Avvolgenti, intrise di mistero, capaci di evocare suggestioni profonde e atmosfere mesmeriche così come di accendersi a tratti di energia rock’n’roll, le canzoni degli Interpol – undici in tutto, e nessuna meno che bella – garantiscono un viaggio affascinante le cui tappe sono scandite da un approccio vocale enfatico/ieratico a metà tra Ian McCulloch e Ian Curtis, da chitarre ora spigolose e ora oniriche, da strutture ritmiche pulsanti ma mai troppo oppressive, da pennellate di tastiere in odore di romanticismo decadente. Nulla a che spartire, insomma, con i pur ottimi Strokes ai quali saranno paragonati da critici a corto di idee ma abituati a sensazionalismi di infima lega: più che per il corpo, questo esordio di Paul Banks, Daniel Kessler, Carlos D. e Sam Fogarino è nutrimento per l’anima. Di chiunque, non solo dei reduci del post-punk desiderosi di risvegliare le antiche emozioni assopite o dei giovani afflitti da malesseri esistenziali alla ricerca di qualcosa che possa segnar loro la vita.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.499 del 3 settembre 2002

 

Interpol cop MucchioNewyorkesi d’Inghilterra
Il titolo del primo album degli Interpol, Turn On The Bright Lights, evoca immagini non proprio in linea con lo stile musicale della band che ne è titolare: l’esortazione ad “accendere le luci più luminose” contrasta infatti con le atmosfere avvolgenti e abbastanza cupe – ma non per questo opprimenti – che permeano le canzoni del quartetto newyorkese, frutto di un ispirato e passionale abbraccio fra le gloriose tradizioni “art” della Big Apple e il miglior post-punk britannico degli anni ‘80. Una dicotomia, comunque, solo apparente, considerato come la bellezza del disco sappia illuminare a giorno anche le zone più nascoste dell’anima e del cuore.
Al telefono dal quale ci ha raggiunti da Milano durante un concitato “mordi e fuggi” di incontri promozionali, Paul Banks dà subito l’impressione di essere l’interlocutore ideale per un’intervista: oltre che simpatico, cortese e loquace, il chitarrista e cantante degli Interpol parla infatti con calma e scandendo bene le parole, risultando così perfettamente comprensibile; peccato solo che l’apparecchio fosse un cellulare, e che riascoltando il nastro per la trascrizione della chiacchierata la voce risultasse a tratti metallica e distorta come se fosse stata filtrata attraverso qualche marchingegno elettronico… L’inconveniente non ci ha comunque impedito di rendervi partecipi della conversazione, nella quale è fotografato il (bel) presente di un ensemble ancora in crescita ma già consapevole dei propri mezzi. E determinato a sfruttarli, evitando però di farsi prendere da quell’ansia da successo sul cui altare sono state immolate tante, troppe potenzialità.
Un annetto fa, seppure con qualche canzone già pubblicata, eravate solo uno delle decine di ensemble “minori” di New York, mentre ora vi trovate nell’invidiabile posizione della next big thing. Come state vivendo questo momento strano e speciale assieme?
Beh, forse è meno strano e speciale di quanto possa sembrare visto dall’esterno. Abbiamo fondato gli Interpol nel 1998 e da allora abbiamo vissuto tutte le situazioni che capitano a una band agli inizi: cercare concerti, convincere la gente a venirci, pensare a come incidere dischi… Tutto ciò ci ha temprati e ci ha aiutati a vedere le cose in una prospettiva diversa da quella di una band di giovanissimi che da un giorno all’altro si trova catapultata dal nulla alla visibilità internazionale. Senza dubbio siamo stati favoriti dall’essere originari di New York, un posto dove la scena musicale e le realtà emergenti sono di norma sotto i riflettori, e anche dall’ondata di interesse che da qualche tempo ha investito l’ultima generazione di gruppi cittadini; probabilmente, se la nostra base fosse stata altrove, adesso saremmo solo molto eccitati per l’imminente uscita del nostro primo album, ma magari i tanti giornalisti con i quali stiamo parlando in questi giorni non saprebbero neppure della nostra esistenza. Che dovessimo realizzare Turn On The Bright Lights è certo, perché ormai il nostro processo evolutivo richiedeva un album e soprattutto perché sentivamo di essere in grado di farlo. Il fatto della “next big thing”, come potrebbe essere altrimenti?, ci rende felici, ma non ci sentiamo più bravi o importanti per questo… ci siamo limitati a compiere un passo che avremmo compiuto in ogni caso.
Questo significa nessuna aspettativa, nessuna pressione e nessuna paura?
Le aspettative esistono, ma non vogliamo esserne condizionati. È ovvio che ottenere un grande successo sarebbe splendido, ma non proviamo alcuna ansia: non ci va di finire intrappolati in quei meccanismi. Siamo legati a un’etichetta che conosce il suo lavoro e siamo tutti convinti che si impegneranno al massimo affinché il nostro disco sia distribuito e promosso nel modo migliore, ma non avvertiamo alcuna pressione rispetto ai suoi esiti commerciali, non puntiamo a quel genere di obiettivi: pensare alle vendite è il modo migliore per diventare vittime di chissà quale major.
Intanto, se così si può dire, vi trovate “vittime” della stampa, che vi inserisce nello stesso file di colleghi quali Strokes e Moldy Peaches come parte di una ipotetica scena rock newyorkese. Cosa ne pensi?
Beh, la stampa fa il suo mestiere… il buffo è che quando è uscito quel famoso articolo sul “New Musical Express” io, che pure vivo a New York e frequento l’ambiente, gli Strokes non li avevo mai sentiti nominare. Non c’era una scena nel senso stretto del termine e non c’è neppure adesso, anche se oggi qualcosa è cambiato: a furia di essere citati sui giornali, noi musicisti di questi nuovi gruppi abbiamo avuto la possibilità di incontrarci e di scambiarci opinioni e impressioni, cosa che prima non accadeva perché non ci conoscevamo. Ora si interagisce di più, ma non sono convinto che questo sia sufficiente per parlare di “scena”: New York, come sempre, è piena di ottime band – Liars, A.R.E. Weapons, Yeah Yeah Yeahs, Rapture, naturalmente Strokes – differenti l’una dall’altra. Sia chiaro che noi siamo contenti e onorati di essere posti al fianco di gruppi che stimiamo e che ci piacciono, e speriamo che a tutti loro vada bene così come sta andando bene a noi.
Turn On The Bright Lights non è affatto allineato agli schemi in voga negli ultimi anni. C’è qualche formazione contemporanea con la quale, sotto il profilo musicale, vi sentite particolarmente in sintonia?
No, direi di no, ma la boria e lo snobismo non c’entrano. Credo che tutti i miei colleghi delle band che abbiamo nominato prima risponderebbero a questa domanda proprio come me. La “diversità” è una dote di tutti e alla quale, almeno nell’attuale ambito newyorkese, sembrano tutti tenere molto: nessuno copia nessun altro e, anzi, tutti cercano di coltivare la propria personalità, di essere una realtà indipendente dalle altre. Se vogliamo, ad accomunarci è la tendenza ad attingere dal passato e di rifiutare quel rock mainstream che va ancora per la maggiore. A New York, improvvisamente, deve esserci stato il bisogno di un cambiamento di stile e di approccio che ognuno ha percepito e sviluppato secondo le proprie inclinazioni. Nel nostro caso, abbiamo avviato il nostro percorso prima degli altri e abbiamo iniziato a lavorare sulle nostre canzoni ben prima che loro salissero alla ribalta, e quindi non avremmo potuto esserne influenzati: la nostra indole ci ha spinti a prendere le distanze dal tipico, ruvido suono rock’n’roll “all’americana” e a portare avanti un discorso più legato alle emozioni e al mood. La specificità degli Interpol è proprio nell’amore per le atmosfere.
Per chiudere l’argomento New York, vi sentite parte di una tradizione di artisti che, partendo dai Velvet Underground e passando per Television e Sonic Youth, arriva agli Strokes?
Non saprei. Daniel, l’altro chitarrista, dice spesso di essere cresciuto alla scuola del punk: fare tutto da soli e avere il controllo totale di ciò che riguarda la nostra carriera. Può sembrare un’affermazione un po’ presuntuosa, ma è anche un modo per liberarsi da un peso che potrebbe essere opprimente… ed è sicuramente meno tronfio del rispondere che ci sentiamo gli eredi di band così importanti. Sarà il tempo a trovarci la giusta collocazione, non importa se di primo o di secondo piano, nella storia della musica cittadina: dal mio canto, posso solo aggiungere che i Sonic Youth sono stati per me un’enorme fonte di ispirazione e che li ritengo uno dei gruppi più geniali e fondamentali di tutti i tempi, così come i Velvet Underground.
Allora, visto che siamo arrivati a parlare di ispirazioni, come puoi spiegare il fatto che voi, giovani americani, siete così vicini a certa musica britannica degli anni ‘80? Nel vostro stile sembrano confluire i Joy Division e i Wire, gli Echo & The Bunnymen e gli Smiths, i Bauhaus e i Cure, e tanti altri protagonisti del cosiddetto post-punk…
Carlos, il nostro bassista, è un fan dei Joy Division, e un altro di noi – ma non mi ricordo chi – adora i Chameleons… e tutti apprezziamo i Wire, mentre a Daniel piacciono moltissimo gli Smiths. I nostri gusti, logicamente, confluiscono negli Interpol e ne determinano la formula, ma noi non abbiamo mai consapevolmente voluto suonare come qualcun altro o come si faceva in un certo luogo e in una certa epoca. In effetti è una cosa abbastanza singolare, che non capisco bene nemmeno io. È vero che sono inglese di nascita così come la mia famiglia e che Daniel si è trasferito qui dalla Gran Bretagna quando aveva dodici anni, ma tirare in ballo la genetica mi sembrerebbe eccessivo. Evidentemente tutti e quattro possediamo una naturale predisposizione, una sensibilità speciale per quel tipo di atmosfere.
Atmosfere che, nonostante le melodie, tendono abbastanza al tenebroso. Il titolo Turn On The Bright Lights voleva essere ironico oppure mirava in qualche modo ad esorcizzare la cupezza sottolineata anche dalla copertina scura?
Sono interpretazioni interessanti, ma potrebbero essercene molte altre ugualmente valide: ognuno tiri le sue conclusioni ed elabori le sue dietrologie. Comunque la frase è tratta dal testo di NYC, e ci sembrava funzionasse bene: ha una notevole forza evocativa.
Da quel che ho capito senza poterli leggere su carta, anche i vostri testi vantano lo stesso requisito. Cosa puoi aggiungere al proposito?
Essenzialmente sono interessati a temi come le relazioni interpersonali e l’alienazione, da trattare con sentimento e senza pesantezza. La cosa più singolare sono i personaggi che li popolano: figure di fantasia che però si ispirano a individui reali, disadattati o eccentrici con cui mi capita di imbattermi a New York. Anime perdute nelle quali in qualche misura mi identifico.
E rispetto al songwriting? Come si svolgono i processi compositivi degli Interpol?
Sono improntati alla totale democrazia. Di solito partiamo da un riff di chitarra di Daniel, sul quale io intreccio altre trame che si uniscono bene sulle sue o che orientano il pezzo in altre direzioni. La nostra filosofia è che ciascuno dia il proprio contributo e che tutti siano soddisfatti dei risultati ottenuti. È inevitabile che questo crei qualche conflitto interno, ma alla fine riusciamo sempre a trovare la maniera di conciliare le nostre idee in qualcosa che le rispecchi tutte. Non abbiamo un leader, ma quattro teste che pur ragionando diversamente sanno trovare un’intesa, un punto di incontro: su tali basi l’attività di gruppo è ancora più stimolante e consente di tirar fuori energie maggiori.
Turn On The Bright Lights va considerato come una specie di antologia con il meglio di questi quattro anni di Interpol, oppure riflette un periodo creativo più breve?
Credo che la definizione “antologia” sia azzeccata: raccoglie canzoni molto vecchie, come PDA, e pezzi più recenti, scritti nei tre mesi prima delle registrazioni dell’album. Gli ultimi sono stati Say Hello To The Angels, Obstacle 1 e Leif Erickson.
Com’è andata, infine, in studio? E che parte hanno avuto Peter Katis e Gareth Jones?
È stata un’esperienza unica, che ci ha assorbito completamente. Abbiamo voluto essere coinvolti a tutti i livelli, mixaggio compreso, perché il nostro scopo era che il suono dell’album somigliasse quanto più possibile a quello dei nostri concerti: non ci importava sperimentare o studiare soluzioni inedite, il disco doveva documentare ciò che siamo in questo momento. In sostanza, la responsabilità del lavoro di produzione è nostra. Peter ci ha supportato a dovere in tutte le fasi di incisione e nel mixaggio di sette brani, mentre Gareth ha conferito il suo tocco di classe agli altri quattro: il loro è stato essenzialmente un ruolo di carattere tecnico, ma non per questo da sottovalutare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.501 del 17 settembre 2002

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Interpol

  1. poche parole stavolta, gran gruppo, derivativo magari sinchè si vuole, sin troppo omogenei nei loro album, lui sarà monocorde, ma non ci posso fare niente, mi paicciono le loro canzoni, ho persino l’album originale di Banks a nome JULIAN PLENTI.

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