D4

Di sicuro molti di voi si staranno domandando “e questi chi diavolo sono?”. Beh, devo ammettere che per qualche secondo, prima che il mio hard-disk mentale facesse il suo dovere, mi sono chiesto la stessa cosa quando mi sono imbattuto in una recensione e in un’intervista di undici anni fa. Nel mio archivio non c’era però altro, e grazie a una ricerca in Rete ho scoperto che la band neozelandese – coeva dei più famosi Datsuns e ad essi affine – ha realizzato solo un altro album, Out Of My Head (2005), del quale nulla ho saputo in quanto edito solo in patria e non, come l’esordio, anche in USA e UK. L’ho annotato nella want list e intanto mi sono riascoltato 6Twenty: le buone vibrazioni ricevute mi hanno spinto a questo recupero.

D4 cop6Twenty (Flying Nun)
Al di là di ciò che si potrebbe pensare, i D4 non sono una band allestita in Gran Bretagna per cavalcare la “nuova” onda garage/rock’n’roll dei vari Strokes, White Stripes, Black Rebel Motorcycle Club e Ikara Colt. I quattro ragazzacci titolari di 6Twenty sono invece originari di Auckland, Nuova Zelanda, e si sono già fatti le ossa con tre anni di concerti e dischi di limitata diffusione che li hanno segnalati come i legittimi eredi dei mitici australiani Radio Birdman. Un’esagerazione? Al tempo il compito di fare chiarezza in merito. Quel che possiamo però affermare senza timore di smentita è che i dodici brani dell’album, tra i quali le significative cover di Pirate Love (Johnny Thunders), Invader Ace (Guitar Wolf) e Mysterex (Scavengers), mostrano un gruppo abilissimo nel masticare i classici schemi proto-punk di MC5 e Stooges, traendone canzoni energiche, tese e vibranti che alla brutalità d’urto uniscono un tocco perverso di sapore glam (area New York Dolls), una contagiosa freschezza pop e un atteggiamento irriverente – la traccia di apertura si intitola Rocknroll Motherfucker: più espliciti di così – che potrà anche essere enfatizzato per ragioni di spettacolarità e/o convenienza ma che di sicuro non sembra artefatto.
Solo l’ennesima, sudicia band punk’n’roll? Forse. Ma il tiro è quello giusto, i pezzi funzionano alla grande e di disturbatori della quiete pubblica come i D4 c’è sempre dannatamente bisogno. Scopriteteli oggi, questi nuovi Hellacopters, prima che gli anni, il successo e l’abitudine smussino le asperità delle loro chitarre e plachino i loro istinti ribelli.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.495 del 16 luglio 2002

D4 foto

Real cool time
Non è certo dai D4, come d’altronde da qualsiasi gruppo giovane, che si pretendono rivelazioni importanti, di quelle che cambiano le prospettive sulla musica e su ciò che le sta attorno: estremizzando il concetto, non è anzi esagerato affermare che avrei potuto simulare la conversazione a seguire – indossando, cioè, sia i panni dell’intervistatore che quelli dell’intervistato – azzeccando senza grandi sforzi tutte le risposte in effetti ricevute dal mio interlocutore. E questo non solo a causa della scarsa originalità delle domande, peraltro adatte alle circostanze, ma soprattutto per i limiti intrinseci dei temi che aveva senso affrontare. Chiacchierare di tanto in tanto con artisti emergenti, toccandone con mano l’entusiasmo e le (inevitabili) ingenuità, è comunque assai utile per ricordare che il rock’n’roll, almeno per chi ancora lo vive con un approccio (relativamente) innocente, rimane sempre una straordinaria avventura. Come lo è – appunto – per Jimmy Christmas, raggiunto al suo rumorosissimo telefono cellulare nel corso dell’ultimo tour britannico; è lui il portavoce del quartetto di Auckland, età media ventisette anni, costituito anche dall’altro chitarrista, cantante e cofondatore Dion, dal bassista Vaughn e dal più recente acquisto, il batterista Beaver.
Sarà banale, ma comincerei con il chiederti qualcosa sulla scena della Nuova Zelanda. La situazione attuale è molto diversa da quella di una dozzina di anni fa, quando a imperversare era per lo più l’indie pop vagamente psichedelico di band come Chills e Verlaines?
All’epoca ero molto giovane, ma per quel che posso constatare mi sembra che la realtà locale vanti una maggiore versatilità stilistica, e anche che l’underground sia in generale meno “sotterraneo”. Da noi ci sono parecchie ottime formazioni di rock’n’roll aggressivo: ci terrei a citare i nostri amici Datsuns, il cui primo album è appena uscito per la V2.
Della vitalità del panorama musicale si deve ringraziare anche la Flying Nun, la storica etichetta per la quale anche voi siete sotto contratto.
Sicuramente. È gente molto in gamba, con la quale si lavora benissimo, e non c’è nulla da stupirsi che il marchio della Suora Volante sia da una ventina d’anni identificato con il rock del nostro paese. Non deve essere stato facile costruire una realtà del genere in un posto piccolo e per di più isolato, geograficamente e commercialmente, come la Nuova Zelanda, ma loro ce l’hanno fatta.
E voi come siete riusciti a entrare nelle loro grazie?
Dopo lo scioglimento del vecchio gruppo di Dion, i Nothing At All!, lui e io abbiamo fondato i D4 e abbiamo subito cominciato a ottenere consensi grazie ai concerti. I responsabili della Flying Nun ci hanno chiesto se volessimo realizzare un disco, e ovviamente non ci siamo tirati indietro: così, nel 1999, è uscito l’EP con quattro pezzi D4 – da cui, per l’album, abbiamo recuperato Come On! – e all’inizio del 2001 è uscito un altro EP, Ladies Man, questa volta con tre brani. Quindi è toccato a 6Twenty, che in Nuova Zelanda è stato pubblicato nel settembre del 2001.
E poi siete andati in cerca di fortuna all’estero. È successo per caso, oppure le vostre mosse sono state pianificate?
Metà e metà. Fin dall’inizio avevamo come primo obiettivo l’esportazione della nostra musica e ci siamo sempre impegnati per raggiungerlo. Che poi tutto stia funzionando per il meglio è stato anche una questione di coincidenze favorevoli che ci hanno aiutato a bruciare le tappe: abbiamo notato un notevole miglioramento dall’epoca del nostro primo viaggio “esplorativo” in Gran Bretagna alla più recente serie di date, durante le quali ci siamo accorti di avere già una nostra audience.
Del resto in Europa i prodotti dei D4 sono marchiati dalla Infectious, la stessa label degli Ash, dei Seafood e dei My Vitriol. Le buone recensioni e la promozione sono serviti, con la complicità dell’interesse venutosi a creare attorno ad altri protagonisti del “nuovo” rock’n’roll come White Stripes, Strokes e Hives.
È vero, e ne siamo lieti: forse, se non ci fosse stata quest’autentico boom di attenzione nei confronti delle band che hai nominato, saremmo ancora a Auckland a barcamenarci tra i D4 e i nostri impieghi “seri”…
Pensi che i D4 possano rappresentare la vostra principale occupazione per il futuro?
Ritengo di sì, e certamente faremo il massimo perché ciò accada. Sappiamo che, anche se ora le cose stanno andando più che bene, dovremo continuare a lavorare duramente, perché non è detto che quel che abbiamo oggi possa esserci pure domani. Non mi sento di formulare ipotesi sul lungo termine, ma sono fiducioso sul fatto che potremo andare avanti tranquillamente almeno per un altro po’.
La vostra attitudine è sostanzialmente punk, ma alcuni brani posseggono un retrogusto “pop” abbastanza accentuato: mi riferisco a Party, Running On Empty o Come On, quelli dove la voce è meno ruvida e più melodica.
Non ci poniamo il problema del punk o del pop, ma lasciamo che le nostre canzoni vengano fuori in maniera spontanea, istintiva. Chiaramente, dato che siamo in due ad alternarci al microfono, è normale che tra noi si avvertano differenze di timbrica e impostazione, ma sono convinto che questo costituisca un vantaggio e non un handicap.
In generale, sei soddisfatto di 6Twenty?
Direi di sì. Essendo il nostro primo album lo abbiamo registrato senza dover fare paragoni e senza preoccuparci granché dei dettagli, spinti solo dal desiderio di scoprire come sarebbe venuto fuori. Probabilmente con il prossimo disco ci comporteremo diversamente,  magari utilizzando altri studi e ingegneri del suono… quello che facciamo oggi ci piace moltissimo, ma non siamo spaventati dalla prospettiva di evolverci.
Tendenzialmente, per 6Twenty puntavate a una proposta vicina al garage?
L’obiettivo era conservare la carica di energia delle nostre esibizioni, basata sull’impatto della sezione ritmica e delle chitarre: l’incisione, infatti, è stata essenzialmente live, senza alcun artificio.
Il vostro stile, è innegabile, ha riferimenti precisi con una tradizione molto gloriosa. Non trovi frustrante sapere che avete possibilità minime di essere cruciali così come i gruppi ai quali vi ispirate?
Non credo sia davvero importante aggiungere qualcosa alle nostre radici: è fondamentale, invece, mantenere vivo il loro spirito. Non suoniamo per cercare di cambiare il mondo né per promuovere o appoggiare chissà quale improbabile rivoluzione, ma solo per accendere sensazioni ed emozioni semplici – ma non per questo meno rilevanti – in chi ci ascolta.
Questo si riflette anche nelle liriche: sesso, donne, vita di strada e divertimento…
Ci vediamo come una party band, e i testi riflettono questo nostro modo di intendere la musica. Non c’è nulla di male, anche perché tutto è giocato sull’ironia.
Se mai avessi avuto qualche dubbio in merito, a dissiparli avrebbe provveduto il pezzo iniziale intitolato Rocknroll Motherfucker.
Esatto. Nell’album ci sono altri undici brani, ma collocare in apertura proprio quello aveva lo scopo di non dar luogo ad equivoci sui contenuti del disco: più espliciti di così!
Esplicite sono anche le tre cover della scaletta: Pirate Love degli Heartbreakers, Invader Ace del giapponese Guitar Wolf e Mysterex dei vostri connazionali Scavengers. I motivi di queste scelte?
Sono altrettanti omaggi. Gli Heartbreakers sono una delle nostre band preferite di tutti i tempi, mentre con Guitar Wolf abbiamo diviso il palco per un tour in Giappone. Gli Scavengers, infine, sono stati molto influenti per la scena neozelandese: erano attivi nella seconda metà dei ‘70, e assieme ad altri gruppi oggi quasi dimenticati hanno avuto un ruolo di peso nella diffusione del punk a livello locale. Ci è parso doveroso ricordarli.
Non avrebbe guastato, allora, qualcosa dei Radio Birdman, la mitica formazione australiana alla quale viene automatico accostarvi soprattutto nei pezzi con l’organo.
Più d’uno ha messo in evidenza questa somiglianza, ma posso giurare che non è volontaria: se lo fosse, non mi vergognerei certo di ammetterlo.
Abbiamo iniziato con una banalità e quindi chiudiamo con due domande altrettanto scontate. La prima: come state vivendo questo particolare momento?
Con gioia ed eccitazione: onestamente non ci aspettavamo di raccogliere così tanto in così poco tempo.
La seconda: cosa c’è nel vostro immediato futuro?
Altri concerti in giro per l’Europa, Italia compresa. Dopo, invece, bisognerà cominciare a concentrarci sul secondo album, con il quale speriamo di non deludere tutti quelli che finora ci hanno sostenuti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.507 del 29 ottobre 2002

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