Primal Scream

Sono da sempre un grande estimatore dei Primal Scream e inoltre sono affezionatissimo a questo articolo, che di sicuro inserirei in un mio (molto) eventuale “best of” di tutti i tempi. Risale a sette anni fa, all’epoca di Riot City Blues, e ha come basi due interviste – effettuate a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, la prima al telefono e la seconda face to face – ai due membri principali della band britannica. Che non l’avessi ancora riproposta qui è una bizzarria che davvero non so spiegarmi: lo faccio ora, in questi caldi giorni estivi, anche per farmi perdonare il fatto che, da qualche settimana, con gli aggiornamenti sto un po’ battendo la fiacca.

Primal Scream foto

Nuova (?) pelle
Se c’è una tappa irrinunciabile per ogni appassionato di musica che si rechi a Londra, questa è di sicuro il negozio HMV a due passi da Oxford Circus: l’assortimento di dischi di ogni formato, DVD e libri è tale da garantire ore di “caccia al tesoro” e conseguente conquista di qualche oggetto del desiderio, pur con la controindicazione che i prezzi, essendo allineati a quelli italiani, non invogliano in media all’acquisto. È in questa cornice, davanti a duecento tra invitati e vincitori di contest accalcati tra gli espositori dei CD pop-rock, che i Primal Scream hanno deciso di festeggiare – alle 23 e 15 di domenica 4 giugno – l’uscita di Riot City Blues, ottavo “vero” album della band a lungo atteso dai fan (non a caso il singolo apripista Country Girl, fuori il 22 maggio, era subito volato alto in classifica) ma accolto non sempre con favore dalla stampa d’Oltremanica.
Sono dei segaioli, specie quelli del ‘New Musical Express’: la peggior rivista del mondo”, mi dice il bassista Gary “Mani” Mounfield, da dieci anni con il gruppo dopo aver ricoperto un ruolo chiave nella scena di Manchester in seno agli Stone Roses, alla richiesta di un parere sulle prime recensioni pubblicate. “Qui i giornalisti che vogliono parlare di musica sono davvero pochi: quasi tutti tendono a pescare nel torbido, a chiedere del sesso e della droga dimenticandosi del r’n’r”. Sono le 12 di lunedì 5, nel bar di un elegante hotel a Maida Vale, e Mani è scatenato: affabile, spiritoso, coinvolto da una chiacchierata che, dopo i trenta minuti “ufficiali”, proseguirà informalmente toccando i temi più diversi, per concludersi – un’altra ora e varie bottiglie di birra più tardi – con accenni corali di brani di Slaughter & The Dogs, abbracci e foto-ricordo. Una situazione antitetica a quella di una settimana prima, quando – al telefono – strappare a Bobby Gillespie discorsi un minimo articolati era stata una fatica improba. “Bobby è fatto così”, spiega Mani, “è una persona stupenda, ma capisco che se non è dell’umore giusto intervistarlo può essere parecchio complicato. Con quell’accento, poi”, aggiunge, imitando in modo esilarante il compagno ma costringendomi a puntualizzare che pure lui, in quanto a scarsa comprensibilità, talvolta non gli è da meno. Al di là delle questioni linguistiche e dell’atteggiamento verso la stampa, i due sono comunque accomunati nell’entusiasmo per Riot City Blues: un feeling che letteralmente prorompe dalle risposte del bassista, genuino e alla mano come pochi, e che invece viene a galla in modo assai più misurato in quelle del cantante, che non dà l’impressione di volersela tirare quanto piuttosto – a parte i momenti in cui, quando meno te lo aspetti, si “accende” – di essere con la mente altrove, in uno stato di apatia congenita più che di noia o disappunto. “Avevamo composto un po’ di brani rock’n’roll”, racconta Gillespie, “e volevamo registrarli nel modo più fresco e diretto possibile per conservarne l’energia, come se li suonassimo dal vivo. Non è un mistero che, in concerto, i nostri episodi più elettronici assumono una veste diversa da quella di studio: ora, per una volta, disco e live sono in assoluta sintonia“.
Di ciò si è avuta inequivocabile conferma con il mini-show di tre quarti d’ora tenuto all’HMV: cinque canzoni nuove (Dolls, Nitty Gritty, Suicide Sally & Johnny Guitar, When The Bomb Drops, Country Girl) e altrettante del passato (l’iniziale Movin’ On Up da Screamadelica, Jailbird e Rocks da Give Out But Don’t Give Up, Swastika Eyes e Shot Speed Kill Light da Evil Heat) per una breve ma sfrenata festa all’insegna della grinta e del divertimento. A garantirla, oltre ai nostri interlocutori, anche Andrew Innes (chitarra e altre corde), Martin Duffy (tastiere) e Darrin Mooney (batteria), più tre coriste e il giovane Little Barrie che sostituisce alla chitarra Robert Young, secondo superstite dell’organico allestito nel 1984 da un Gillespie che ancora sedeva dietro la batteria dei Jesus And Mary Chain: “nell’album Robert ha fatto quel che doveva, al meglio”, precisa Mani, “ma adesso non se la sente di stare sul palco. Quando avrà risolto i suoi problemi personali tornerà a essere dei nostri”. Inutile approfondire la natura di tali problemi: è una storia vecchia, quella degli abusi e dei relativi strascichi, che va a braccetto con quella dell’ensemble fin dall’inizio. Ne sa “qualcosa” il buon Bobby, che pur avendo ormai imparato a gestire la sua debolezza per le anfetamine non sarebbe certo il testimonial ideale per una pubblicità progresso contro gli stupefacenti: sul piccolo stage in fondo al negozio, il frontman è come al solito per metà schizzato e per l’altra svanito, peraltro perfetto nella sua interpretazione della classica (e consumata) rockstar che pur recitando porta in scena se stessa. Si ha in ogni caso la netta percezione di un gruppo solidissimo e determinato a evitare che il mestiere soffochi la sponteneità e il sentimento. “Ci piace esibirci e ci piace farlo assieme“, afferma convinto Mani, “soprattutto in questo periodo: oltre a essere stati fermi per un po’, non ci siamo ancora abituati ai nuovi brani, e questo ci dà una marcia in più. Nelle ultime settimane ci siamo scaldati con solo una manciata di date, mentre nei mesi estivi ci aspettano alcuni grandi festival; in autunno toccherà al tour britannico, e poi l’Europa e i club del resto del mondo, Giappone compreso. Riusciamo a essere sempre ‘carichi’ perché non ci massacriamo con decine di show senza interruzioni, preferiamo prenderci salutari pause rigenerative. Adesso, però, abbiamo una gran voglia di presentare in giro questo disco, un disco pieno di ottime vibrazioni“.
Fermi, in effetti, i Primal Scream erano stati abbastanza, considerando che le incisioni di Riot City Blues risalgono al giugno 2005 e i mixaggi a ottobre: una gestazione sulle modalità della quale non si astiene dal far luce un Gillespie pacatamente fatalista. “Abbiamo cominciato a scrivere grossomodo tre anni fa, spentasi l’onda lunga di Evil Heat, ma l’antologia Dirty Hits – alla quale la nostra casa discografica teneva moltissimo – e tutto ciò che inevitabilmente le ha fatto seguito ha bloccato il meccanismo. In teoria, Riot City Blues avrebbe potuto essere fuori lo scorso natale, ma alla Columbia hanno ritenuto più saggio, per calcoli di opportunità commerciale, posticiparlo a ora: una scelta tutto sommato positiva per noi, che abbiamo così avuto l’opportunità di pensare per un po’ a noi e di trascorrere del tempo in famiglia. Che l’intervallo tra due nostri veri album sia stato il più ampio di sempre, quattro anni, è solo un dato statistico, non giustificato da presunte crisi interne o di ispirazione“. E la prova che Bobby non mente è nell’estrema rapidità delle session: appena dieci giorni ai celebri Olympic Studios di Londra per fissare le tracce su nastro con il produttore Martin “Youth” Glover – il bassista dei Killing Joke – e altrettanti per farle mixarle dal vate David Sardy in quel di Los Angeles. “Agli Olympic siamo arrivati con un mood molto positivo“, ricorda Mani sorridendo, “ben rodati da alcuni mesi di pre-produzione nei quali avevamo lasciato il computer a riposare e impostato i pezzi sulle chitarre e sullo scambio reciproco di input: un rapporto più dialettico e stimolante, converrai, di quello che si ha con una pur ‘intelligentissima’ macchina. È stato un metodo differente rispetto agli ultimi lavori, ma d’altronde è risaputo che i Primal Scream amano sorprendere e sorprendersi, confondere e confondersi. Se nel recente passato le direttive di base erano state tecnologia e politica, qui il messaggio è we’re having a fuckin’ good time, solo good old school r’n’r.” Assunti che riecheggiano nelle parole di Gillespie. “Ci siamo riallacciati alle origini, anche se non puntavamo a priori a un disco legato alla tradizione: quel che ci premeva era stare bene assieme e divertirci suonando. Spesso siamo partiti dai riff di Andrew per poi andare avanti senza nessuna barriera, in un percorso che ha per forza di cose spostato il baricentro verso il vintage: basta pensare al mandolino e agli altri strumenti folk che danno qua e là il loro prezioso tocco, oppure all’harmonium. A dispetto di certe voci, con Youth tutto è girato a meraviglia: lui ha apprezzato subito le canzoni e ci ha incoraggiati sostenendo che potevano persino migliorare, cosa che con i suoi consigli in sede di arrangiamento è realmente avvenuta“. Un clima festoso che ha risucchiato anche colleghi più o meno illustri chiamati a dare il loro contributo, in una ricerca di sfumature che arricchiscono una tavolozza già coloratissima. Spiega ancora il leader. “Volevamo una grande chitarra psichedelica, con il sustain, per When The Bomb Drops, e Will Sergeant degli Echo & The Bunnymen era l’uomo giusto… a Dolls serviva una punk-girl, per la seconda voce, e Alison Mosshart dei Kills era il massimo… e dove mai avremmo potuto trovare, per Hell’s Comin’ Down, un violinista più azzeccato di Warren Ellis?” Psichedelia, punk, glam, folk… i Primal Scream hanno insomma ripudiato la loro recente vocazione di mattatori dei dance floor, coltivata anche a colpi di remix? Se fossimo l’uno di fronte all’altro, ne sono sicuro, Gillespie mi starebbe guardando male. “A parte che i remix si possono fare di qualunque tipo di brano, e quindi anche di questi, il rock’n’roll è musica da ballo: anche quando è impegnato, può servire a far muovere. Pertanto, nella sostanza, non abbiamo rinnegato nulla. Inoltre, non so dire se quest’album sarà una specie di parentesi o l’avvio di un ciclo: magari con il prossimo torneremo sui nostri passi, oppure faremo qualcosa di completamente diverso”.
Siamo gente strana, noi critici musicali: traviati dalla tendenza alla mitizzazione, attribuiamo di frequente alle cose significati reconditi che, pur plausibili, esistono solo nella nostra fantasia. Ne ho conferma quando, illustrata a Bobby la mia teoria sul titolo Riot City Blues come triplice omaggio a tre componenti essenziali di quella che potremmo magari battezzare primalscreamitudine (indole ribelle, vita di strada e radici rock), ricevo come risposta un “è splendido, sul serio, ma non ci ho assolutamente pensato: è solo uno stralcio di una strofa di Country Girl, che mi pareva adattissimo per un album rock come questo”, il tutto con un tono nel quale percepisco una sorta di “grazie, ma meno pippe mentali”. Non dà grandi soddisfazioni, Mr.G, neppure facendogli capire di aver studiato bene la materia: all’ipotesi che il glam’n’roll puttanesco di Dolls ha l’aria di un tributo alle arcinote Bambole di New York replica infatti con un “la band di Johansen e Thunders mi è sempre piaciuta, ma non ci sono relazioni con quel brano”, così come analoghe “dotte” osservazioni cadono quasi nel vuoto. Il “garbage man” più volte citato in We’re Gonna Boogie, insomma, non strizza l’occhio ai Cramps dato che “è una figura iconica dell’immaginario blues dal quale è stato evidentemente ripreso“ (ma come, Bobby, tu che hai chiamato i tuoi figli Wolf e… Lux?), le “sticky fingers” del medesimo testo “non intendevano evocare i Rolling Stones” (figuriamoci!) e The 99th Floor – brano garage-punk, badate bene – non paga alcun dazio al quasi omonimo inno dei texani Moving Sidewalks. Inutile insistere sull’arguto, sfacciato citazionismo delle liriche, che secondo il loro autore “sono venute fuori rapidamente, molto rapidamente, e sono l’esemplare corredo delle musica: la creatività ha più volti e io non posso scrivere solo versi apocalittici stile Rise o Exterminator, che qui sarebbero inoltre stati fuori luogo”. Ed è inutile, anche, azzardare che Riot City Blues volesse essere una specie di “guida minima” allo scibile r’n’r (“non avevamo intenti di tipo concettuale, non eravamo interessati a una storia del rock in dieci puntate; è la musica con la quale sono cresciuto, che amo suonare in tutte le sue variabili e sfaccettature, ma il filo conduttore del disco è nell’autenticità e nell’immediatezza”) o che nel suo guardarsi indietro il nostro eroe ambisse in qualche modo a recuperare l’innocenza dei Primal Scream degli ‘80 (“nessuna nostalgia per gli esordi, dei primi due album non eseguiamo mai nulla e anche Dirty Hits li ha ignorati; non mi sembra, però, che la sostanza di Riot City Blues sia distante da quelle di Screamadelica o Evil Heat, semmai c’è qualche concidenza formale con Give Out But Don’t Give Up”). Ed è poi un’altra mezza delusione apprendere che non è stato lui ad avere avuto l’intuizione di indossare, in alcune sequenze del videoclip di Country Girl, quella bellissima giacca ricamata che tanto lo rende somigliante a un demoniaco Gram Parsons (“abbiamo girato a Los Angeles, e l’idea era quella di un specifico riferimento country&western. Ero travestito da Gram Parsons, sì, ma il responsabile è il regista Jonas Akerlund“), così come un’indagine sulle inattese cover realizzate come bonus track – dalle session, mi comunica Mani, sono scaturiti nel complesso quindici brani – non fruttano rivelazioni: “da anni adoro Townes Van Zandt e To Live Is To Fly è una canzone fantastica, così filosofica e assieme poetica; e Gimme Some Truth di John Lennon, un altro grande pezzo, l’abbiamo riletto in versione punk”. “Punk alla Generation X”, puntualizza ancora Mani, che al contrario del suo ombroso partner in crime non si nasconde dietro gli intercalari e, anzi, si galvanizza quando ha occasione di mettere in risalto la sua devozione per il rock, i suoi riti e i suoi monumenti. Felice come un bimbo al quale hanno appena regalato un giocattolo, mi comunica la sua soddisfazione per essere stato invitato dai Damned a suonare con loro al 100 Club, in luglio, per una celebrazione dei trent’anni dell’album Damned Damned Damned, e mi informa del programma che – quando può – conduce dalle frequenze di un’emittente radio della sua Manchester, 96.2 The Revolution, dove è libero di far ascoltare tutto quel che vuole; io gli dico che faccio lo stesso alla RAI, e questo conduce a brindisi a oltranza alle rispettive trasmissioni, a confronti di scalette con artisti astrusi e a una sfida a chi possiede più dischi in vinile. In una scena alla Nick Horbny, lo sconfitto – lui, ovviamente – china il capo con deferenza, e istanti dopo ci troviamo a ricostruire a memoria le uscite a 45 giri dei Buzzcocks senza reprimere il gusto di intonarne qualche facciata A. Stessa generazione di sconvolti, che volete farci?, ma noi i nostri santi ed eroi ce li teniamo stretti; e pure lo schivo Bobby, se fosse stato lì in quel momento, si sarebbe abbandonato alle gioie dell’amarcord. Scettici? Non ce n’è ragione, visto quanto da lui riferitomi alla richiesta di un parere sul download e i “nuovi” approcci all’ascolto. “Mah, sai, da ‘fan’ adoro acquistare i dischi in negozio, sfogliare la copertina, studiare note ed etichetta. Scaricare sottrae parecchio in termini di stupore e valori aggiunti, anche se capisco bene che la curiosità di conoscere possa prendere il sopravvento. La mia visione, però, è figlia dell’età e del modo in cui sono cresciuto con la musica: non riesco a mettermi nei panni di un sedicenne di oggi, per me il disco è sempre stato anche un feticcio da conservare e collezionare… che gusto c’è a conservare e collezionare semplici file su hard-disk o i-Pod? Non sono affatto contro il download, sono favorevole all’accesso immediato a ogni genere di musica in modo che chi lo desidera possa accostarvisi con facilità, ma non so… analizzando la questione attraverso la mia ottica mi viene da pensare che l’oggetto-disco sia utile a cementare un rapporto di rispetto e affetto per la musica, e temo che senza di esso – e già il CD, in questo senso, ha fatto danni – si assisterà al trionfo della superficialità a tutti i livelli“. Identico il parere di Mani, interrogato al proposito. Ma potevano forse esserci dubbi?
Gran cosa, la loquacità del bassista: gli si dà il via e lui non si ferma più, salvo verificare ogni tanto che lo si stia davvero seguendo. E le dinamiche interne dei Primal Scream non hanno più segreti. “Da noi vige un regime democratico: ognuno è libero di provare a fare ciò che vuole e tutti siamo ricettivi a questo scambiarsi di ruoli, nonché ad accogliere collaboratori più o meno attivi. Pensa a Kevin Shields, che oggi non c’è ma che domani potrebbe tornare (e qui Mani fa per un attimo credere che la tela di Penelope del nuovo My Bloody Valentine potrebbe essere quasi terminata; poi, però, ci ripensa, ridacchia fra sé e sé e continua il suo semi-monologo, NdI). Non esistono regole fisse. Bobby fa il leader, se ne compiace, a noi altri va bene così. Non ci sono veri problemi: quando si lavora per tanto tempo assieme, e in armonia, ciascuno mette a punto il proprio personale ‘rivelatore di stronzate’ (certo che bullshit detector suona assai meglio, NdI) che lo avverte su cosa è accettabile, e cosa no, nell’ottica della band. Si finisce per discutere solo di dettagli, dato che il rischio che sorgano dissapori di carattere economico è scongiurato dal fatto che i diritti di publishing sono suddivisi in modo equo fra tutti coloro che partecipano alla scrittura: questo evita le frustrazioni tipiche di quando uno o due membri guadagnano esageratamente più degli altri che pure si impegnano in ugual modo nel progetto comune. Sono nei Primal Scream da dieci anni e non ricordo un vero litigio”. Inevitabile tirare in ballo gli Stone Roses, e anche per sviscerare questo argomento – comprese le voci di reunion, che negli ultimi mesi si sono fatte più che mai insistenti – Mani è un fiume in piena. “Lì decidevano tutto Ian Brown e John Squire, un altro mondo… gli equilibri erano precari, e il successo ha creato un mucchio di casini. La riunione? Tutte montature, nulla di concreto: come ho detto altre volte, gli Stone Roses torneranno assieme il giorno in cui il Manchester City vincerà la Champions League, cioè mai… anche se ci hanno offerto montagne di soldi. Non sarebbe una bella mossa, significherebbe prostituzione allo stato puro: non saremmo dovuti arrivare al secondo album, diciamolo (sì! diciamolo!, NdI), la cosa logica sarebbe stata chiudere la storia dopo il primo; ci saremmo risparmiati cinque anni di agonia e di dispute legali, nonché la pessima figura di Second Coming. Pure gli altri la pensano così: meglio guardare avanti piuttosto che indietro. E poi, personalmente, non potrei lasciare i Primal Scream, che ormai sono la mia famiglia: ho suonato dieci anni con loro e nove con gli Stone Roses, e quindi… Stone Roses vaffanculo” (in italiano!, NdI). E se i Primal Scream sono la sua famiglia, Bobby può essere considerato un fratello? La risposta è senza riserve. “Con lui ho un rapporto straordinario, siamo amici da molto prima che entrassi nella band e quando gli Stone Roses erano sul punto di sciogliersi Bobby mi aveva già comunicato che qui sarei stato accolto a braccia aperte; siamo come fratelli di musica: da ragazzi andavamo agli stessi concerti, anche se io alle date di Manchester e lui a quelle di Glasgow. Contrariamente a quello che taluni pensano, lui è una bellissima persona. So che spesso dice che il mio arrivo nei Primal Scream ha salvato tanto lui quanto il gruppo, ed è molto gentile, ma la questione potrebbe essere ribaltata, dato che i Primal Scream hanno salvato me. Sono felicissimo che la band, da quando ci sono io, abbia cominciato a raccogliere di più in termini di vendite: riteniamo però di essere ancora in credito, poiché probabilmente siamo il miglior gruppo r’n’r attivo oggi in UK… magari perché di vere band r’n’r non è che al momento ce ne siano poi tante. Buffo, no? Invece che in quelle dei giovani, il presente e il futuro del r’n’r britannico è nelle mani di noi ultraquarantenni…”. L’ultima affermazione è forte, e dunque mi viene da guardarlo con attenzione per capire fino a che punto – perché non l’ha sparata grossa tanto per farlo – “ci crede”. Rido. Lui mi guarda a sua volta. Ride. “Se fosse qui”, dico, “Bobby ci accuserebbe di essere due cazzoni”. “Beh”, mi risponde, “è lui quello che si prende sul serio, no?”. Annuisco. Le bottiglie di birra tintinnano ancora, sbattendo l’una contro l’altra mentre pronunciamo l’ennesimo prosit. Al r’n’r. E ai Primal Scream, naturalmente, che ne conoscono l’arte.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n624/625 del luglio/agosto 2006

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Categorie: articoli, interviste | Tag: , | 7 commenti

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7 pensieri su “Primal Scream

  1. Chissà cosa penserebbe Mani nel rileggersi, quando sosteneva che mai avrebbe potuto lasciare i Primal Scream, la sua famiglia, e che gli Stone Roses potevano andare affanculo.
    Ma si sa, nel rock’n’roll è così; “Non è per sempre”.

  2. Gian Luigi Bona

    Molto riuscito questo articolo. Mi piacciono molto i Primal Scream ma a volte ho l’impressione che non siano popolarissimo sulla stampa inglese. Sbaglio ?

  3. at-tawra

    me lo ricordavo benissimo.

  4. asd

    Io li ho persi un po’ di vista, non ho neanche ascoltato i loro ultimi due album. Però a novembre vado a vederli dal vivo. 😀

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