Avengers

Quando scrissi quest’articolo retrospettivo, quattordici anni fa, non potevo davvero immaginare che un giorno avrei visto dal vivo gli Avengers (è accaduto, a Roma!, il 5 febbraio 2006), e che oltretutto sarebbe stato un concerto memorabile: una valida ragione per amare ancora di più uno dei miei gruppi punk preferiti di sempre. Sette anni prima, il pretesto per scavare in modo meticolosissimo nella storia del quartetto mi era stato offerto dall’uscita della raccolta di inediti “Died For Your Sins”. In seguito sarebbero arrivati due ulteriori postumi – “Zero Hour – June 13 1979” (Get Back, 2003), con otto tracce dal vivo, e “The American In Me” (DBK Works, 2004), con gli stessi pezzi live e quattro versioni alternative in studio – e una ristampa in doppio CD di “Avengers” (Water, 2012) nella quale figurano altri diciassette episodi in studio e dal vivo: quindici già noti in queste o altre incisioni e due – “Summer Of Hate” e “Your Parents Sins” – fino ad allora ufficialmente inediti.

Avengers foto

Vent’anni dopo
Tanto breve quanto intensa, la vicenda degli Avengers: appena venticinque mesi intercorrono infatti tra il concerto del giugno ‘77, che li presentò appena formati a una platea di amici nella natia San Francisco, e quello del 22 giugno 1979 che in pratica ne sancì l’addio alle scene. In tutto, centododici esibizioni dal vivo, di cui solo dodici fuori dalla California e nessuna lontana dalla West Coast: quanto basta e avanza, assieme ai pochi dischi dati alle stampe (di cui solo uno non postumo), per dar luogo a una piccola leggenda, alimentata dai resoconti entusiastici delle cronache dell’epoca e dalle foto posate o sul palco nelle quali la cantante Penelope Houston dava sfoggio della sua selvaggia bellezza. Si può esser certi che, se nel ‘77 avessero avuto l’idea di trasferirsi a Londra o a New York, gli Avengers sarebbero oggi citati in tutte le enciclopedie del rock con uno spazio almeno uguale a quello concesso ai vari Adverts, X-Ray Spex o Dead Boys.

Il passato remoto…
1977. Il gruppo nacque nella primavera del ‘77 dall’incontro di Greg Ingraham (chitarra) e Danny “Furious” O’Brian (batteria), entrambi losangelini trapiantati a San Francisco, con Penelope Houston, arrivata in città pochi mesi prima per studiare (come O’Brian) al locale Art Institute. Benché avesse frequentato gli ambienti pre-punk di Seattle e coltivasse saldi rapporti di amicizia con Tomata Du Plenty e Tommy Gear dei Tupperwares (i futuri Screamers), la diciannovenne Penelope non aveva mai cantato in una band: l’unica proposta fino ad allora ricevuta, dagli Enemy in quel di Seattle, non aveva infatti avuto seguito a causa del suo rifiuto di sottoporsi a un’audizione. Per lei, i suoi eventuali, futuri compagni avrebbero dovuto ingaggiarla non per le sue doti – che pure, come si vedrà più avanti, erano notevoli – ma per la sua attitudine. A Danny e Greg la sua attitudine piacque, e con l’arrivo di un aspirante bassista di nome Jonathan Postal, anch’egli iscritto all’Art Institute, gli Avengers divennero una realtà; il nome fu scelto da Penelope, ma sulla fonte di ispirazione – la serie televisiva inglese degli anni ‘60, nota in Italia come “Agente Speciale”, o i non meno famosi supereroi della Marvel Comics? – permane tuttora incertezza. Da subito, comunque, non ci furono dubbi sulla decisione di abbandonare le cover di Stooges, Rolling Stones, Patti Smith e Lou Reed che fino a quel momento avevano monopolizzato le prove per dedicarsi esclusivamente a brani originali: un bel problema, alla luce della totale inesperienza compositiva dei quattro, peraltro risolto in tempo record – anche se, per loro stessa ammissione, con risultati discutibili – per il primo, vero concerto, tenutosi sabato 11 giugno al celebre Mabuhay Gardens su invito dei già popolari Nuns. Un caos assoluto, ma il dado era tratto: e fra quelle sette canzoni, seppure in veste molto approssimativa, c’erano già “Car Crash”, “I Believe In Me” e “Teenage Rebel”.
Pochi giorni dopo, gli Avengers sostituirono Jonathan Postal – divenuto frontman del gruppo pop-punk Readymades – con James Calvin Wilsey, bassista tanto improvvisato quanto grintoso, e l’estate del ‘77 fu consacrata alla stesura di nuovo materiale e all’attività live (in massima parte nella cornice ormai amica del Mabuhay Gardens). La “prima” a Los Angeles – il 23 settembre, con Blondie, Devo e Weirdos – ebbe invece come gradito strascico l’offerta della Dangerhouse Records per pubblicare un 45 giri, realizzato esattamente un mese più tardi con la produzione di Rand McNally: dal non molto ampio serbatoio di pezzi furono estratti “Car Crash”, “I Believe In Me” e l’inno “We Are The One”, e il disco vide la luce sul finire dell’anno. “We are not Jesus – Christ! / We are not fascists – pigs! / We are not capitalists – industrialists! / We are not communists / We are the one!”. Così il ritornello di “We Are The One”, una canzone calda, vibrante e appassionata, nonché carica di energia e rabbia a stento incanalate in strutture musicali miracolosamente melodiche; come tutte quelle della band, del resto, a partire dalle due che le si affiancano in un 7 pollici cui non si può non attribuire la qualifica di pietra miliare (per la cronaca, il disco vanta due diverse copertine – la più rara è quella con Penelope crocifissa – e anche una tiratura limitata in vinile rosso).
1978. In gennaio, gli Avengers furono invitati (con i Nuns) a fare da spalla ai Sex Pistols per il drammatico concerto del Winterland di San Francisco, l’ultimo per Johnny Rotten e soci. Assieme a un pizzico di notorietà in più, lo show fruttò un accordo con Steve Jones per la cura in studio di un nuovo lavoro discografico. In attesa che il progetto si concretizzasse, i quattro incisero alcune eccellenti session di demo poi riesumate per gli album postumi “Avengers” e “Died For Your Sins”; con il largo incremento delle esibizioni dal vivo, inoltre, i musicisti divennero sempre più abili dal punto di vista tecnico, sempre più efficaci nel look (le vecchie foto di Penelope denotano un approccio all’immagine tanto spontaneo quanto da autentica star) e sempre più credibili in quel ruolo di provocatori assegnato loro fin dall’inizio da una formula sonora compatta e graffiante e da testi (poeticamente) “politici”. In ottobre, Steve Jones atterrò a San Francisco e finanziò in proprio – spesa totale, 1.200 dollari – le registrazioni di quattro episodi: due, nel più classico stile della formazione, di eccezionale livello (“The American In Me” e “White Nigger”), e due orientati verso un rock’n’roll più morbido nelle strutture e più sofisticato nella forma (“Uh Oh!!” e “Second To None”); l’idea di affidarne la diffusione a un’etichetta ben inserita sul mercato, meglio se inglese, non riuscì però a concretizzarsi, e i master rimasero per un po’ nel cassetto.
1979. Senza riuscire a compiere il salto di qualità, gli Avengers si sciolsero in estate, dopo qualche altra decina di apparizioni live e dopo aver inciso un brano rock abbastanza discutibile – titolo, “Corpus Christi” – con il nuovo chitarrista Brad Kent e la produzione di Geza X dei Deadbeats: il pezzo uscì sul finire dell’anno, assieme a tre di quelli approntati con Steve Jones, in un 12” EP edito dalla White Noise, piccolissima label di Los Angeles.
1982-1983. Con James Wilsey impegnato con il combo accompagnatore di Chris Isaak, Penelope Houston in procinto di avviare la sua carriera come cantautrice folk-rock e Ingraham e O’Brian più o meno desaparecidos, la Go! Records assemblò la compilation “Rat Music For Rat People”, contenente anche un reperto sconosciuto: “Cheap Tragedies”, con tutta probabilità l’ultima canzone registrata dagli Avengers. Di lì a un anno un’altra etichetta di San Francisco, la CD Presents, confezionò con la complicità di Vale – l’ex editore della splendida fanzine “Search & Destroy” – un album postumo al quale fu imposto il titolo non molto fantasioso di “Avengers”; oltre a raccogliere le sette tracce dei due EP, il disco consegnò per la prima volta alla gloria del vinile cinque demo del ‘78 (le splendide “Open Your Eyes”, “No Martyr”, “Desperation”, la rilettura di “Paint It Black” dei Rolling Stones e “Thin White Line”, queste ultime due pubblicate anche come 45 giri), l’unico inedito delle session con Jones e una versione dal vivo dell’esplicita “Fuck You”, cavallo di battaglia dei concerti. Un doveroso atto di giustizia nei confronti di una grande band, rinnovato circa un lustro dopo con la ristampa in CD arricchita della “Cheap Tragedies” di cui sopra e di un ulteriore inedito (“Money, Money”), che ebbe come risultato solo due vivide ma fugaci fiammate di interesse.

…e, più o meno, il presente
1991-1992. La Frontier include “We Are The One” e “Car Crash” in “Dangerhouse Volume One” e “Dangerhouse Volume Two”, antologie di straordinario valore musicale e storico delle quali sono in pochi ad accorgersi.
1996-1999: Nel 1996 Danny O’Brian, che nel frattempo è emigrato in Svezia, concede all’etichetta locale Really Fast di stampare un singolo con due estratti da un rozzo demo del ‘78, “Teenage Rebel” e “Friends (Of Mine)”: è la spinta perché Penelope Houston, sostenuta dalla Lookout!, decida di andare a scavare nel suo archivio personale e in quelli di amici collezionisti alla ricerca di antiche e preziose testimonianze della sua gioventù. Una attenta selezione di quanto riportato alla luce va così a comporre “Died For Your Sins”, che allinea gli episodi del suddetto 7 pollici, una decina di pezzi live del ‘77/’78 (la qualità tecnica non è irresistibile, ma tutto sta ad accontentarsi) e due demo del 78, “The Good, The Bad And The Kowalskis” e una “White Nigger” piuttosto differente da quella già nota. Penelope, però, non è completamente soddisfatta, e constatata l’assenza di incisioni accettabili di brani a lei cari quali “I Want In”, “Crazy Homicide” e “The End Of The World”, convoca Greg Ingraham e nel 1998 li immortala in studio – con lo stesso spirito e la stessa carica di due decenni prima – avvalendosi della collaborazione del bassista Joel Reader (Mr.T Experience) e del batterista Danny Panic (Screeching Weasel); da notare che, per riguardo nei confronti degli indisponibili Wilsey e O’Brian, l’estemporaneo ensemble viene battezzato Scavengers.
Nonostante il lodevolissimo lavoro di riesumazione operato da Penelope, le canzoni degli Avengers del tutto inedite rimangono però numerose, ad ulteriore attestato della grande creatività del gruppo (specie in rapporto alla sua breve esistenza): alcune, come “Summer Of Hate”, “Don’t You”, “Kingdom” e la cover di “C’mon Everybody” sono “reperibili” (si fa per dire) su bootleg, altre potrebbero giacere in nastri gelosamente custoditi chissà da chi e chissà dove, mentre di altre ancora si è persa per sempre (?) ogni traccia. Chissà se sarà mai possibile ascoltare su disco le varie “It’s A Drag”, “Poison Love”, “Beating”, “My Boyfriend’s A Pinhead”, “Run”, “Hurry Up And Go” e “Vernon’s A Fag” delle quali – almeno a livello ufficiale – si conoscono solo i titoli tramandati da vecchi articoli ingialliti dagli anni.
Tratto da Bassa Fedeltà n.13 del maggio/giugno 1999

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Categorie: articoli | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Avengers

  1. Claudio

    Ciao Federico,
    mi chiamo Claudio e…
    vorrei dirti grazie per questo magnifico blog e per i tanti validi articoli che hai scritto nel Mucchio….i tuoi articoli sono stati in vari frangenti molto utili anche per la mia crescita musicale e per le mie influenze….sono un musicista di 31 anni e sto per terminare le registrazioni del mio primo disco solista…
    il progetto è molto ambizioso e sono in cerca di un’etichetta indipendente affidabile, faccio folk rock con influenze sia blues che jazz e ci terrei a farti avere una copia del disco quando terminato, c’è per caso un indirizzo in cui potrei inviarti l’album non appena pronto?
    continuerò a perdermi nei tuoi articoli….
    buona giornata,
    Claudio

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