Neil Young

Se non interverranno circostanze sfavorevoli, per le quali faccio gli scongiuri di rito, stasera vedrò ancora una volta (la quarta, mi pare) Neil Young in concerto. Lui è di sicuro uno dei miei artisti preferiti: ha pubblicato vari dischi non proprio memorabili, questo è vero, e si è reso spesso non proprio simpatico, ma certi comportamenti/atteggiamenti fanno parte del suo fascino e alla fine è una questione di “prendere o lasciare”. E io prendo.
Un giro in archivio non ha però portato alla luce granché, in quanto a miei scritti sul Loner: una decina di recensioni (compresa quella qui riproposta, di un album recente a mio avviso tanto singolare quanto riuscito), nessun articolo e – purtroppo – nessuna intervista. Sembrava dovessi farne una nel 2007, quando avevo scritto al suo management americano spiegando che nell’ottobre successivo Il Mucchio avrebbe festeggiato il suo trentesimo compleanno e che ci sarebbe piaciuto dedicare la copertina al nostro eroe, come in occasione del n.1. Mi risposero con celerità e apparente entusiasmo, chiedendo anche la disponibilità a inviare qualcuno in California per incontrare Neil al suo ranch, e la Stemax si dichiarò pronta a coprire le spese della trasferta (allora mi parve miracoloso: che fesso, eh?). Saremmo andati Max Stèfani e io, ma dopo alcuni scambi di e-mail arrivò la notizia che il bizzoso artista aveva annullato ogni altra attività per chiudersi in studio a registrare. Pazienza, ma è stato comunque bello crederci.

Young copLe Noise (Reprise)
Una cosa che proprio non si può rimproverare, a quel vecchio (cavallo) pazzo di Neil Young, è di aver scelto la strada della tranquillità. Con il suo innato talento e con il “mestiere” accumulato in una carriera da professionista appena giunta ai quarantacinque anni di durata, avrebbe potuto proporre chissà quanti altri Harvest, quanti altri Zuma, quanti altri Freedom, quanti altri Mirror Ball, recuperandone e alternandone ad libitum le felici intuizioni… e invece, no. Cioè, per farlo l’ha anche fatto, come dimostra una ricchissima discografia – ben oltre trenta gli album solistici di studio editi dal 1968 a oggi – certo non non priva di “corsi e ricorsi”, ma non mancando spesso di spiazzare con lavori anche molto fuori dai canoni. Lavori non sempre riusciti e talvolta pure da dimenticare, ma rivelatori di una genuina, indomabile voglia di essere se stesso compiacendo un’indole poco disciplinata se non ribelle, una creatività di quelle difficili da imbrigliare, un carattere curioso e simpaticamente capriccioso… perché lui è Neil Young e può permetterselo, e se non siete d’accordo provate a dirglielo: non vi sarà negato, come minimo, un bel “fuck off”.
Le Noise, come lasciato intendere dall’inusuale titolo che gioca tanto con il nome dell’illustre produttore Daniel Lanois quanto sul termine inglese che indica il rumore, appartiene alla lunga serie delle opere, per così dire, “atipiche”. Otto tracce solo a base di voce, chitarra e manipolazioni al mixer organizzati assieme al maestro Lanois e al quasi altrettanto quotato ingegnere del suono Mark Howard – come documentato dall’omonimo film in bianco/nero visibile su YouTube: non perdetelo – in una villa di Los Angeles: tre canadesi impegnati a giocare con riverberi e distorsioni per dare corpo a brani elettrici, e in due casi acustici, all’insegna di un intimismo che assume toni abrasivi e urticanti. Non si pensi, però, a uno sterile esercizio di (non?) stile, o magari a una (forzata) ricerca di trasgressione: le canzoni vantano un’emotività pura e devastante, in piena sintonia con una voce – inconfondibile – che sa essere sofferta,  dolce, sgraziata, aspra, malinconica, incazzata, e con testi altamente evocativi nel loro continuo oscillare fra autobiografia e considerazioni più generali… che non sono messaggi, perché fra i loro versi le domande – e che domande! – surclassano ampiamente le eventuali risposte. Non fa granché, Le Noise, per invitare a entrare nel suo mondo di cupezze qua e là squarciate da pallide luci: chi cercasse ballate agrodolci e/o travolgenti r’n’r farebbe meglio a indirizzarsi altrove, e non perché dai solchi siano stati banditi il folk o la grinta. Ambedue, infatti, costituiscono le fondamenta, ma sono trasfigurati in un blend minimale e inquietante che può attrarre come indurre alla fuga: più che eloquente la Walk With Me d’apertura, un “blues” (obbligatorie le virgolette) talmente minaccioso da lasciar dubbi sull’opportunità di rispondere con un “sì” alla richiesta del “Loner”.
Insomma, un disco non immediato ma a suo modo assai suggestivo, che a fronte di due momenti morbidi e convenzionali – le sommesse, magnifiche Love And War e Peaceful Valley Boulevard – offre un resto di scaletta dominato da echi, sibili e clangori chitarristici posti al servizio di episodi non eccezionali sotto il profilo della scrittura ma estremamente efficaci per quanto concerne le atmosfere: belle, in particolare, Angry World (premiata con un Grammy Award) e Hitchhiker, ma la qualità dei trentotto minuti complessivi – perfetti per il vinile: l’edizione 33 giri, che naturalmente è stata stampata, è però ora come ora esaurita – è comunque piuttosto omogenea. Nella forma – anche se le trame sonore sono più studiate e ricercate di quanto potrebbero apparire a un’analisi superficiale – e soprattutto nello spirito, Le Noise sembra il disco di un giovane cantautore indie (di talento, va da sé). E questo, avendo a che fare con un primattore della storia del rock prossimo a compiere sessantasei anni, non è davvero un complimento da poco.
Tratto da Mucchio Extra n.36 dell’estate 2011

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