Blonde Redhead

Gran bel gruppo, i Blonde Redhead. Li ho come minimo apprezzati (ma anche amati) in tutto il loro lungo percorso, ma mi è capitato di intervistarli una sola volta, in occasione di quel 23 che è tuttora il loro penultimo album (dopo c’è stato solo, nel 2010, Penny Sparkle). Un incontro a otto occhi e quattro bocche si traduce di solito in un un discreto casino, ma per fortuna sei anni e spiccioli fa non andò così. Ecco dunque il report in questione, con il bonus della recensione “con il senno di poi” che scrissi qualche mese più tardi per Extra.

Blonde Redhead foto

Caleidoscopio
Un pranzo e una passeggiata conversando informalmente in italiano con i gemelli Amedeo e Simone Pace, rispettivamente chitarra/voce e batteria, e un’ora di intervista in inglese per coinvolgere nei discorsi anche Kazu Makino, l’altra cantante/chitarrista: una situazione certo strana, questa dell’ennesimo incontro Blonde Redhead-Mucchio, che ha avuto però effetti benefici su una chiacchierata ricca di spunti, svoltasi nella cornice di una bella Milano primaverile. La riportiamo in veste semi-integrale nelle colonne a seguire, cercando di conservarne quanto più possibile atmosfera e ritmo: gli stessi di 23, per promuovere il quale la band newyorkese ha attraversato l’Atlantico con un mese di anticipo sull’uscita nei negozi.
Non avete potuto impedire al nuovo album di finire anzitempo in Rete, ma siete stati bravi a mantenere il riserbo su tutto ciò che lo riguarda. La domanda che al momento tutti si pongono è “perché 23”?
KM: Non c’è un significato profondo. Il numero mi è sempre piaciuto, è quello dell’appartamento dove vivo e in passato ho anche abitato sulla ventitreesima strada e in un palazzo n.23. Trattandosi di una presenza ricorrente nella mia vita, ho voluto che il disco si chiamasse in questo modo, affinché fosse di buon augurio per tutti.
Io mi ero scervellato sulle teorie numerologiche, fissandomi poi – anche dopo aver visto l’immagine di copertina – sull’idea che c’entrasse chissà come l’esoterismo: gli Arcani Maggiori dei tarocchi sono ventidue.
KM: Bella fantasia! Non vorrei deluderti, ma la copertina rielabora un disegno che risale, credo, all’epoca vittoriana: la tennista con quattro gambe doveva essere un’attrazione da “freak show”. L’abbiamo adottata a mo’ di simbolo perché è elementare, enigmatica e pure bizzarra, in linea con la nostra musica.
È una curiosa coincidenza che il nuovo film con Jim Carrey si intitoli The Number 23.
AP: Già. Eravamo quasi pronti a cambiare il titolo per non correre il rischio di associazioni di qualsiasi genere, ma i discografici ci hanno convinti che non ce n’era motivo. Ma è vero che a Napoli ventitré vuol dire “stupido”?
In effetti nella Smorfia Napoletana “23” è ‘o Scemo, ma qui non si sta giocando al lotto. Ma non preoccupatevi, nell’album non c’è davvero nulla di stupido.
KM: Lo trovo affascinante, credo che sia venuto particolarmente bene. Noi dedichiamo grande cura a ogni nostro disco, ma 23 sembra essere speciale. Le session non sono filate del tutto lisce, abbiamo cambiato qualcosa nei metodi abituali: per esempio, abbiamo registrato le voci da soli, chiusi in una stanza con la cuffia in testa, e all’inizio eravamo disorientati. Siamo però soddisfattissimi di quanto ottenuto, poiché ogni elemento si è alla fine incastrato al posto giusto in maniera perfetta.
Rispetto a Misery Is A Butterfly si rileva maggiore energia: desideravate che fosse così, oppure è accaduto e basta?
KM: Abbiamo capito che le canzoni che scrivevamo erano diverse da quelle che ci piaceva ascoltare, nel senso che eravamo timidi, quasi impauriti di andare al cuore dei brani, ci giravamo troppo attorno. Ed Horrox, il manager della 4AD che ci messi sotto contratto, aveva capito che volevamo crescere, andare da qualche altra parte, e così mi ha fatto sentire cose come Crazy degli Gnarls Barkley o un pezzo islandese che proprio non ricordo… nulla a che vedere con noi, ma non importa: l’insegnamento, se così si può dire, è stato concettuale e non stilistico. Dopo essere tornati a New York abbiamo iniziato a provare con in mente l’idea di una maggiore compattezza, di una maggiore propensione a “entrare” in maniera decisa nelle canzoni, e questo è esattamente ciò che è successo. Senza neppure bisogno di rifletterci tanto su.
Il processo di evoluzione in senso “pop” era già iniziato con il quarto album, In An Expression Of The Inexpressible, e lentamente – attraverso Melody Of Certain Damaged Lemons e Misery Is A Butterfly – è arrivato al suo naturale approdo.
KM: Sì, probabilmente è così. Quando abbiamo ascoltato per la prima volta la versione definitiva di 23 speditaci da Alan Moulder e Rich Costey, ci siamo emozionati, perché la sensazione di avere raggiunto un traguardo a lungo inseguito è stata nettissima. La cosa più eccitante, però, è stata realizzare che ci si spalancava davanti un altro mondo, che sarà stupendo via via esplorare.
In 23 non ci sono gli archi, che in Misery Is A Butterfly avevano invece una buona rilevanza. Inserirli era stato un errore?
AM: Niente affatto, lì stanno benissimo, ma siamo convinti che le nuove canzoni sarebbero state migliori senza. Avremmo potuto aggiungerli in un paio, ma in fondo non erano necessari: non abbiamo voluto eccedere in decorazioni per privilegiare una veste sonora più lineare e immediata, affinché funzionassero al meglio.
Sbaglierò, ma avverto un pizzico di malumore nei confronti di Misery
KM: Quel disco ci ha dato parecchi problemi nel proporlo in concerto: era complicato riprodurne i suoni e trovare il giusto equilibrio sul palco.
AP: In verità prima di inciderlo avevamo aspettative superiori, ma dopo ci siamo accorti che non era come lo avevamo pensato: troppo elaborato e troppo poco diretto.
E invece 23 è “semplice”?
KM: In parte, ma soprattutto è più a fuoco, meno dispersivo. Ci sono sempre vari artifici di studio, di strumenti e di voci, ma si amalgamano con maggiore naturalezza.
Come decidete chi canterà un brano?
AP: Sono le canzoni a deciderlo: mentre le componiamo e le costruiamo, qualsiasi eventuale dubbio su chi dovrà interpretarle sparisce da solo. Kazu è un po’ possessiva, tende sempre a provare, ma non litighiamo certo per questo… anche perché lei è più brava di me, o comunque la sua voce è più adatta.
Quanto contano, per voi, i testi?
AP: Personalmente preferisco concentrarmi sulle questioni musicali, anche perché non mi sento molto a mio agio nel ruolo del “poeta” o di quel che è. Non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovato a comporre versi per canzoni. Cerco comunque di essere semplice.
KM: Io ci tengo parecchio. Quel che scrivo può suonare stravagante ma ha una sua logica, almeno per me… e in ogni caso mi piace che certe parole e certe immagini smuovano qualcosa, facciano come suonare un campanellino nella mente di chi ascolta.
I testi sono scritti dopo la musica, no?
AP: Sì, sempre dopo.
KM: A me capita di raccogliere appunti sparsi dai quali, quando occorre, attingere spunti e frasi adatte alle musiche che nel frattempo abbiamo elaborato.
Musicalmente parlando, vi piace vivere ai giorni nostri o avreste magari preferito un altro momento storico?
AP: Oddio, è una domanda troppo astratta… però non rinnego nulla di quello che abbiamo fatto, e di conseguenza credo che l’oggi vada bene.
KM: Non sono completamente fiera di tutto il nostro passato, ma se devo valutare in base alla situazione attuale non vorrei trovarmi in alcun altro tempo o luogo.
AP: Ci siamo sempre impegnati a comporre musica e adesso ci sembra di stare finalmente impararando.
Un’altra domanda astratta: se non foste i Blonde Redhead, che gruppo vorreste essere?
KM: I My Bloody Valentine.
AP: Non so, non ho mai avuto miti e tutti i miei “eroi” erano miei amici, quindi gente sostanzialmente come me.
SP: Idem. Siamo i Blonde Redhead, va benissimo così. E se non fossi stato un Blonde Redhead sarei impegnato in un altro campo, non musicale.
La terza, l’ultima: ci sono cose che, potendo tornare indietro, fareste in maniera diversa?
AP: Oltre alla scelta dei manager, dici? (ride, NdI)
KM: All’epoca del secondo album si era creato un discreto hype, ma noi lo abbiamo un po’ sfuggito perché non ci sentivamo pronti per un’esposizione di quel tipo. Ecco, magari proveremmo ad assecondarlo di più, solo per la curiosità di sapere “cosa sarebbe successo se…”
AP: Pensandoci bene, forse rivolgerci a qualche produttore più esperto di noi avrebbe reso migliori i nostri vecchi album, avrebbe dato una vita differente, e più forte, alle canzoni. Un po’ com’è stato ora per 23, Dr. Strangelove e Silently, che abbiamo affidato per il mixaggio ad Alan Moulder dicendogli “fanne quello che vuoi”.
Vedete il vostro percorso artistico come un fluido susseguirsi di eventi oppure in termini di fasi distinte?
AP: La nostra carriera è scandita da passaggi graduali: in ogni nostro album ci sono pezzi che sembrano fuori contesto e che invece si rivelano, con il senno di poi, come raccordi con l’album seguente. Ci piace sperimentare, lavorare sulle nostre idee per compiere altri passi. Penso che tutto, dalla perdita del bassista alla decisione di non averne uno di ruolo, dall’acquisto di uno strumento all’uso di un campionatore, rientri nella logica di un adattamento spontaneo alle nostre rinnovate esigenze: non stabiliamo a tavolino di aprire un altro capitolo, si apre da solo… e tra tutti i capitoli corre un filo conduttore.
La scelta di rimanere soltanto in tre non è un piccolo limite alle vostre ambizioni?
KM: Lo è di sicuro.
AP: Sì, ma può anche essere positivo: in una band, più si è numerosi e più si deve scendere a compromessi, vista la necessità di conciliare le esigenze di tutti. In tre c’è meno gente da mettere d’accordo.
SP: Nel nostro caso, inoltre, la mancanza di un bassista ci costringe a studiare opportunità sempre differenti, mentre un organico convenzionale ci spingerebbe magari verso approcci ritmici e melodici più stereotipati. E poi la nostra intesa è ormai cementata, ciascuno sa di poter contare sugli altri due, e un quarto membro potrebbe alterare l’armonia interna.
Quand’è che avete stabilito di non voler più essere degli aspiranti Sonic Youth e voler diventare qualcos’altro?
KM: Noi non imitavamo i Sonic Youth. Li ammiravamo e li ammiriamo per la loro libertà di espressione e li ritenevamo cool, ma non li conoscevamo nemmeno tanto bene da pensare di voler essere come loro. A un certo punto ci siamo trovati nel mezzo di questo equivoco, dovuto al fatto che la gente tende con troppa facilità a incasellare i gruppi in una categoria e ad associarli gli uni agli altri. Incidevamo per l’etichetta di Steve Shelley e dunque eravamo automaticamente dei piccoli Sonic Youth. Ai tempi questi discorsi mi facevano soffrire, mentre oggi sono ovviamente acqua passata.
SP: Insomma, non c’è stato un momento in cui abbiamo voluto affrancarci dai Sonic Youth, perché non ci ispiravamo a loro. Per noi, invece, era stato fondamentale scoprire la possibilità di un approccio libero alla musica ascoltando band come My Bloody Valentine o Pavement, che parevano curarsi solo di ampliare i propri orizzonti espressivi.
Siete contenti di essere tra i principali esponenti dell’indie-rock, oppure preferireste un ruolo anche minore in un ambito “ufficiale”?
KM: Il nostro compito è cercare di esprimere al meglio noi stessi tramite la nostra musica, e non analizzare chi siamo o chi dovremmo essere.
D’accordo. A me interessava solo capire se siete o meno appagati dalla vostra posizione nel grande circo del music-business.
KM: Ritengo che la nostra popolarità rifletta esattamente quello che siamo. Ci sono artisti che puntano a scolpire il loro nome nella storia, a diventare i nuovi Neil Young o Bob Dylan, non rendendosi però conto del fatto che la loro musica non è abbastanza valida da permetter loro di centrare questo obiettivo.
AP: Ci capita di provare un po’ di frustrazione, quando siamo in Gran Bretagna, accorgendoci di quanto hype ci sia nei confronti di fenomeni privi di spessore. E succede anche, spesso, che ci credano una nuova band, perché finora siamo stati poco “visibili”.
Qual è il vostro disco più “importante”? Quello che vi ha convinti che stavate facendo sul serio, quello al quale siete più legati.
AP: Il primo ha un valore particolare: gli esordi sono album unici, ci si mette dentro tutta la propria vita precedente, mentre quelli che vengono dopo rispecchiano solo gli ultimi anni. Il mio preferito, però, è Melody Of Certain Damaged Lemons: è da lì che è arrivata la consapevolezza di poter assecondare pienamente le nostre inclinazioni ed è da lì che ha preso il via la nostra vera evoluzione… non solo musicale, ma anche rispetto alla nostra posizione nel mercato. Era piuttosto seccante non avere una buona distribuzione, sapere che chi voleva acquistare i nostri dischi faticava a trovarli, e con Melody… ci siamo sentiti abbastanza sicuri di noi stessi da cercare un’etichetta che ci offrisse maggiori garanzie in quel senso.
SP: Emotivamente mi sento molto vicino a Fake Can Be Just As Good, mi dà tuttora bellissime sensazioni. Inoltre vedo in esso, al di là di alcune criticità di incisione, il raggiungimento della nostra maturità.
KM: Quest’ultimo, per il quale ho anche ottime sensazioni a proposito della resa live. Le sue canzoni mi commuovono come mai era accaduto in precedenza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.633 dell’aprile 2007

 Blonde Redhead cop23 (4AD)
Essenzialità, al confine con il minimalismo: questa la parola chiave per inquadrare, da vari punti di vista, il nuovo album dei Blonde Redhead, il settimo del bel percorso discografico avviato a New York quattordici anni or sono. Essenzialità nel digipak, elegantissimamente impreziosito dalle due immagini in rilievo – una tennista-freak davanti, un 23 all’interno – ma privo di note, testi o libretto (i credits essenziali sono comunque stampati sul CD, mentre quelli “secondari” sono disponibili all’indirizzo http://www.blonde-redhead.com), ed essenzialità nella durata, meno di tre quarti d’ora per dieci brani: scelte che paiono da un lato porre in evidenza il desiderio di lasciar parlare soprattutto la musica e dall’altro quello di concentrare il “messaggio” artistico nella maniera più efficace, evitando lungaggini, dispersioni, riempitivi. Di contro, nell’ambito strettamente espressivo, il trio non ha certo lesinato in complessità e raffinatezza stilistica, soffocando possibili eccessi di ridondanza ma lavorando con cura e buon gusto su articolate geometrie di arrangiamenti strumentali e vocali: un ulteriore passo, insomma, verso quell’alleggerimento e quella “espansione” in senso pop coltivati negli ultimi anni, da quel Melody Of Certain Damaged Lemons che nel 2000 chiuse il rapporto con la Touch And Go fino a oggi, attraverso quell’altro brillante esempio di ispirazione e fascino che è il Misery Is A Butterfly cui, nel 2004, toccò l’onore di  inaugurare il contratto con la 4AD.
Già, la 4AD. Una delle etichette-principi del post-punk più avvolgente e suggestivo, la cui filosofia estetica (ed estatica…) è al 100 percento in linea con il suono creato dai Blonde Redhead. Un suono che qui esalta l’ipnotismo mai troppo ossessivo delle architetture ritmiche, gli arditi ma fluidissimi equilibri di chitarre, tastiere ed elettronica (e altro) e l’onirica delicatezza del canto di Kazu Makino (in sette brani) e Amedeo Pace (nei rimanenti tre), assumendo i connotati di un post-shoegaze – e sia: viva i neologismi – magicamente sviluppato in composizioni dense ma al contempo eteree e sospese, appena velate di cupezza nonché dotate di un retrogusto mistico-enigmatico che profonde stimoli sempre intensi. Un viaggio visionario che si snoda, avvincente e pieno di sorprese, in una terra dove le soluzioni non sono scontate, i ritornelli convenzionalmente intesi possono anche mancare, le melodie avviluppano senza mai risultare stucchevoli. Un unico flusso di energie positive e – per quanto concerne la creatività – propositive, senza più alcuna deriva verso il rumore ma con un approccio morbido e suadente che a volte – accade nell’iniziale title track, che con grazia pulsa e trascina, o nella sequenza centrale di SW e della splendida, ancor più incalzante Spring And By Summer Fall, ambedue con Amedeo alla voce – non lesina in pur carezzevole fisicità.
Curiosi e ambiziosi, e nient’affatto inclini alla staticità, i Blonde Redhead si confermano insomma – come se ce ne fosse bisogno… comunque, repetita iuvant – band di qualità, ottima per gli “orfani” di certi anni ‘80 e ‘90, così come per quanti apprezzano formule attuali dove la ricerca del diverso marcia di pari passo all’amore per l’accessibilità.
Tratto da Mucchio Extra n.27 dell’autunno 2007

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