Savage Republic

Sono stato uno dei pochissimi a propagandare in tempo reale la splendida scena trance-rock fiorita negli anni ‘80 a Los Angeles (qui un articolo d’epoca) e quindi salutai con interesse e gioia il ritorno del gruppo che di quel giro era il fulcro. Fu naturale recensire il primo album del nuovo corso, oltretutto uscito per un’etichetta da me adorata come la Neurot, e intervistare la band.

Savage Republic cop1938 (Neurot)
Cercando un termine di paragone in grado di rendere giustizia alla sua intensità e imponenza, è logico riesumare la scena trance californiana degli 80, che ebbe per alfieri gruppi straordinari come Savage Republic, Drowning Pool e Red Temple Spirits”. Così il sottoscritto si esprimeva, nell’autunno 2004, a proposito di The Eye Of Every Storm dei Neurosis, e non dovevano essere riflessioni tanto bislacche se questo album d’esordio dei Savage Republic mk II – un anno dopo l’EP autoprodotto Siam, notato purtroppo da pochi – ha visto la luce proprio per l’etichetta di Steve Von Till e soci: è infatti una connessione stilistica e attitudinale innegabile, quella tra le due band californiane, sebbene le radici dei Neurosis affondino anche e soprattutto in un genere – l’hard rock – del quale nelle canzoni della Repubblica Selvaggia non esiste traccia.
Eroi di culto dell’underground a stelle e strisce, e capiscuola di una corrente musicale dedita a suggestivi e ipnotici intrecci fra post-punk, psichedelia e avanguardia, i Savage Republic si erano sciolti nel 1989, per riesumare stabilmente la gloriosa sigla sociale solo un paio di anni fa: una reunion cui non hanno preso parte i due fondatori/leader Bruce Licher e Mark Erskine, ma che è resa comunque credibile della presenza nei ranghi di altri tre membri dell’organico che nel 1986 realizzò lo straordinario Ceremonial. Sulla carta, però, gli estremi per la cocente delusione c’erano tutti, ed è dunque con grande gioia che riferiamo di un disco intrigante e fascinoso, figlio del passato ma non sua più o meno sbiadita copia-carbone, che continua a privilegiare i brani strumentali e che alterna mini-soundtrack da due/tre minuti ad articolate, avvolgenti suite che fin dai titoli – Siam e Peking, oltre otto minuti ciascuna; la sinuosa Caravan, che supera i diciassette – evocano paesaggi esotici dove si sposano mistero, inquietudine, estasi. Rock, in ogni caso: maestoso e misticheggiante, con lievi derive filo-rumoriste a contrastare qua e là il morbido flusso di solide e fantasiose architetture melodiche.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.641 del dicembre 2007

Savage Republic foto

Per chi ha seguito con attenzione l’underground americano degli anni 80, quello dei Savage Republic rimane un nome leggendario: caposcuola della splendida scena nata a Los Angeles nella prima metà del decennio, della quale facevano parte altri talenti quali 17 Pygmies, Drowning Pool, Red Temple Spirits e Shiva Burlesque, la band un tempo guidata dal geniale musicista/artista grafico Bruce Licher ha segnato il suo tempo con una serie di lavori intriganti e fascinosi nei quali, detto a grandi linee, il post-punk e la psichedelia intrisa di esotismi si sposavano in canzoni per lo più strumentali non prive di implicazioni avantgarde. Nello stesso solco si muovono pure i Savage Republic mk II, attesi in Italia per alcune date a seguire quelle della scorsa primavera, ai quali abbiamo chiesto lumi un po’ su tutto: Thom Fuhrmann e Greg Grunke, i due componenti-chiave, non si sono certo fatti pregare per risponderci.
Una reunion senza nessuno dei membri fondatori è forse un po’ “strana”: non avete valutato l’ipotesi di utilizzare un altro nome?
Thom: Ci abbiamo pensato, ma alla fine abbiamo ritenuto che il nostro lungo impegno nel gruppo giustificasse tale scelta, al di là di ogni possibile critica sulla sua legittimità. Greg, Ethan Port e io ci siamo uniti ai Savage Republic, contribuendo anche compositivamente, nel 1983, e noi due siamo presenti in sei dei sette dischi usciti da allora.
Greg: Pochi considerano che la line-up originale, quella del primo LP Tragic Figures, è esistita solo per diciotto mesi e ha fatto appena una manciata di concerti fuori da Los Angeles: noi altri, invece, siamo stati assieme per sei anni! Mentre incidevamo l’ultimo disco della prima fase della carriera, Customs, stavamo elaborando una visione espressiva ancora più estesa, e quando Bruce Licher ha deciso di staccare la spina sentivamo di avere lasciato il discorso in sospeso.
Thom: A Bruce 1938 è piaciuto, ma non è interessato a suonare questo tipo di musica o ad andare in tour: del resto, lo scioglimento era dipeso da divergenze artistiche e politiche.
Greg: Abbiamo però la sua benedizione, non ci chiameremmo mai così se lui non fosse d’accordo. Dopo il nostro breve tour del 2002 per promuovere il box con le ristampe dei vecchi dischi, avevamo ricevuto tante offerte per esibirci, ma non ci andava affatto di limitarci a coltivare le nostalgie nostre e altrui proponendo solo le vecchie canzoni: acquisita la piena consapevolezza di poter tornare in modo propositivo, lo abbiamo fatto.
I Savage Republic storici sembravano essere una band “aperta”: i “nuovi” vedono il progetto nello stesso modo?
Thom: Magari in qualche brano ci fa piacere avere come ospiti alcuni degli straordinari musicisti che abbiamo avuto occasione di incontrare lungo il nostro percorso, ma nella sostanza la nostra è una questione a quattro.
Greg: Già: noi due, Ethan e Alan Waddington, il nostro batterista. Siamo un nucleo molto compatto ma non siamo chiusi alle collaborazioni.
Thom: Probabilmente questa è la miglior line-up dai giorni della tournée europea del 1988.
Stilisticamente, 1938 è la naturale prosecuzione di Customs?
Greg. Assolutamente sì. La differenza è che ora siamo più “a fuoco”, e che con la registrazione in digitale siamo in grado di realizzare le nostre idee più rapidamente. In passato cercavamo di avere in mente ogni minimo dettaglio, adesso possiamo entrare in studio solo con un tot di spunti e vedere cosa succede sviluppandoli. In ogni caso, nel prossimo album ci saranno più trattamenti elettronici, loop e altre cose del genere. E pure maggiore attenzione per l’acustico.
La vostra formula è un cocktail di post-punk, psichedelia e avanguardia: ci sono altri ingredienti che intendete aggiungere?
Thom: La descrizione mi pare azzeccata, ma come produttore sto provando a rendere il nostro sound più moderno. Rispetto ai loop dei quali parlava prima Greg, siamo stati magari un po’ influenzati dai Boards Of Canada.
Greg: Siamo onnivori, e tutto va a confluire nella miscela: sono un grande appassionato di surf, folk acustico, colonne sonore e gamelan.
Sulle colonne sonore non c’erano dubbi, dato che le vostre composizioni sono prevalentemente strumentali. Come mai le voci sono così poco usate?
Greg: Perché nessuno di noi è proprio un cantante, e non vogliamo torturare l’ascoltatore (risate). Scherzi a parte, la miglior musica strumentale è molto più diretta nella sua capacità di evocare emozioni e visioni, e in generale preferiamo che sia il brano a “imporci” o no le parole: abbiamo imparato che inserire a forza il canto è una pessima idea. Per quanto mi riguarda, nella costruzione dei testi sono legato più alle ritmiche che alle melodie.
Thom: In realtà Ethan sta spingendo affinché ce ne siano di più. Ora sono io a fornire la maggior parte delle voci, ma continuo a credere che la nostra autentica forza sia negli strumentali. Probabilmente nel prossimo disco ci sarà più voce, ma utilizzata come uno strumento aggiunto.
Il vostro sound è pieno di riferimenti, espliciti e non, a tempi lontani e terre “misteriose”. Da cosa deriva questa attrazione?
Thom: Sicuramente dalle nostre esperienze personali: Bruce Licher è un collezionista di francobolli con un innato interesse per le nazioni più esotiche e Philip Drucker (alias Jackson Del Rey, un altro “ex”, NdA) ha sempre scritto dell’Asia. Nell’ultimo disco, molte mie idee e titoli – pensa a Siam, Peking, 1938 – sono stati influenzati dai miei viaggi e dai miei orientamenti politici. Ci aspettiamo che il nostro ormai imminente nuovo giro attraverso l’Europa avrà notevoli ripercussioni sulle nostre composizioni future.
Greg: Sono sempre stato affascinato dalla storia e dalle civiltà antiche, dalle culture e dai modi diversi di vivere… dalla riscoperta della conoscenza segreta e dimenticata… È facile rendersi conto di come, negli aspetti fondamentali dello sviluppo dell’umanità, non si sono verificati grandi cambiamenti: sotto questo profilo non credo molto nel concetto di “progresso”, io vedo semmai una continua ripetizione degli stessi eventi. La prova è la situazione politica attuale: si ha davvero l’impressione di un 1938 – anno-anticamera della Seconda Guerra Mondiale – che si ripete ciclicamente.
Sono solo io a vederlo o nei Savage Republic è effettivamente presente un lato mistico, non fosse altro a livello di suggestioni?
Greg: Come persona non mi sento granché spirituale, ma spesso la musica mi trasporta e altera la mia consapevolezza. Forse a causa di tutto l’LSD che ho assunto negli anni 70!
Thom: Io invece sono stato molto toccato dai miei viaggi in Asia: di sicuro le mie visite a parecchi templi buddisti hanno avuto un profondo effetto su quello che ho scritto per 1938.
Personalmente ritengo che parte del post-rock, nonché i gruppi del giro dei Neurosis, siano in qualche modo vostri figli. Voi che ne dite? Per me, il logo della Neurot su 1938 ha rappresentato l’ideale chiusura del cerchio.
Thom: Non ci ho mai riflettuto su più di tanto, ma forse abbiamo esercitato una qualche influenza su gruppi come, ad esempio, i Godspeed! You Black Emperor. E i Neurosis… Anche se devo ammettere che fui sorpreso quando, cinque anni fa, si interessarono a noi, e rimasi quasi sconvolto apprendendo che prima di salire sul palco ascoltavano Customs. Quindi, è vero che la connessione esiste.
Greg: Anche per me quella dell’apprezzamento da parte dei Neurosis è stata una bellissima scoperta. Esiste palesemente una comunanza di intenti, e si basa sul nostro desiderio di essere autonomi e controllare i nostri spazi estetici personali.
Quando i Savage Republic si ritirarono, diciotto anni fa, il mondo della musica era diversissimo da quello contemporaneo, sotto il profilo delle produzioni artistiche così come sul piano della loro diffusione. Che tipo di spazio ritenete di poter conquistare, oggi?
Thom: Due anni fa ho visto i Gang Of Four, ritornati dopo tantissimo, e questo mi ha confermato quanto si possa essere vitali e influenti anche quando si è tra i quaranta e i cinquanta: quando nello scorso marzo siamo venuti in Europa l’età media del gruppo era di quarantotto anni, eppure abbiamo spaccato! Onestamente non ci poniamo il problema di come eravamo, quello che ci preme è fare qualcosa di nuovo e non adagiarci sul nostro passato. Nei prossimi concerti ci aspettiamo di essere ancora più potenti e trascinanti: pensiamo di essere più bravi e di sapere ancora meglio come valorizzare la nostra musica. Compreso il vecchio repertorio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.642 del gennaio 2008

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Savage Republic

  1. glocalbridge

    Caro Federico, non finirò mai di ringraziarti per tutti i gruppi che mi hai fatto conoscere di cui. E l’entusiasmo con cui ne parli è molto spesso contagioso. Grazie!

  2. glocalbridge

    Ecco, m’è partito per sbaglio anche il messaggio

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