‘68 Comeback

Nello stesso numero di Rumore dell’intervista ai Black Crowes di ieri c’era anche questo articolo “di presentazione” di un’altra band legata al recupero delle radici americane. Una band – ma forse è meglio parlare di “progetto”: ne è titolare Jeffrey Evans – molto più underground di quella dei fratelli Robinson, che non pubblica dischi dalla fine degli anni ‘90 e che probabilmente per questo motivo è un po’ dimenticata. Considerate dunque questo recupero – al pezzo del 1994 ho aggiunto le recensioni dei due “veri” album successivi del 1998 e del 1999 – come un invito alla scoperta: credetemi, ne vale davvero la pena.

68 Comeback foto

Per Jeffrey Evans – anzi, monsieur Jeffrey Evans, come lui stesso ha vezzosamente deciso di ribattezzarsi – il termine ‘68 Comeback vuole essere sinonimo di un saldo legame con il più autentico rock’n’roll. Un deciso riappropriarsi, insomma, di quelle immortali radici (blues, R&B, soul, country, rock primordiale…) che troppo spesso sono svuotate di significato da attualizzazioni plastificate e asettiche, ricche certo di virtuosismi ma inevitabilmente povere di anima. Nell’approccio sonoro e “filosofico” del buon Jeff, al contrario, la spinta dell’anima è forse addirittura più decisiva di quella del talento artistico, poiché solo un impulso d’amore viscerale e incondizionato avrebbe potuto indurre il Nostro a intraprendere il suo faticoso viaggio nella musica popolare statunitense e a proseguirlo con immutati entusiasmo e determinazione per così tanto tempo: già, perché l’avventura ‘68 Comeback, nonostante sia iniziata ufficialmente il non lontano 16 ottobre 1992, ha avuto un lunghissimo prologo nell’esperienza Gibson Bros, della quale lo stesso Evans – chitarra, armonica e voce, alla maniera dei vecchi hobo – era stato per circa otto anni il principale promotore. Dove i Gibson, però, sembravano non voler scavare a fondo nella miniera della tradizione, proponendo un r’n’r per lo più sgangherato e ridanciano, i ‘68 Comeback hanno imboccato la strada del ritorno alle origini con ben altro rigore, pur non rinunciando affatto alla crudezza interpretativa e ad occasionali digressioni di sapore “fun”; e dove i primi miravano a raggiungere l’affermazione underground attraverso l’attività discografica (assai intensa, come attestato dalla notevole mole di lavori marchiati Homestead) i secondi hanno invece preferito puntare prevalentemente sulle esibizioni dal vivo, imponendosi un massacrante tour de force attraverso i club di mezza America.
A dispetto della loro impostazione di gruppo live, comunque, i ‘68 Comeback – oggi, oltre al leader, Jeff Taylor alla chitarra e all’organo, Darin Lin Wood alla chitarra, Dan Brown al basso e Floss Johnson alla batteria – sono anche titolari di numerosissimi dischi: per la precisione, otto 45 giri (usciti per sette diverse etichette!), il mini-LP formato 10” Paper Boy Blues, il CD Mr. Downchild e l’antologia Golden Rogues Collection (anch’essa un CD: oontiene i brani dei primi sette singoli e di Paper Boy Blues piu alcuni inediti). Dischi dai connotati underground, che dietro la voluta povertà tecnica delle registrazioni nascondono gemme di raro splendore, all’insegna di un roots-rock tanto crudo, torbido e lancinante quanto dotato di fascino e personalità. Equamente diviso tra cover piu o meno oscure (fra i nomi degli autori: Slim Harpo, Jimmy Reed, Bo Diddley, Johnny Otis, Charlie Feathers, John Loudermilk) e originali che potrebbero essere cover, il repertorio dei ‘68 Comeback omaggia il mito della scuola di Memphis incarnandone lo spirito più sofferto e malsano. Ed esaltando Evans – una scheggia impazzita incapace di frenare la sua travolgente esuberanza – come il più carismatico dei possibili maestri di cerimonia, nonostante (anzi, grazie a) la sua aria dimessa e i suoi atteggiamenti non proprio aggraziati. Lo si voglia o meno ammettere, Mr. Downchild e Golden Rogues Collection – che non a caso sfoggiano il marchio Sympathy For The Record Industry, ovvero l’etichetta di culto per eccellenza della scena indie a stelle e strisce – sono destinati al ruolo di pietre miliari: se non per tutti almeno per quanti, come Jeffrey, ritengono che il vero rock sia essenzialmente una faccenda di sangue, sudore e lacrime.
Tratto da Rumore n.33 del novembre 1994

68 Comeback cop 1A Bridge Too Fuckin’ Far (Sympathy)
Jack Taylor, chitarrista/tastierista e membro fondatore dei ‘68 Comeback, se ne è andato per sempre a soli trentadue anni. A lui Jeffrey Evans e compagni hanno voluto dedicare le ventuno canzoni di questo A Bridge Too Fuckin’ Far, secondo album (antologie escluse) realizzato dal gruppo in sette anni di attività: un tributo doveroso ma più che mai sincero che offre un’ennesima opportunità di affondare le mani nel fertile terreno del blues e del rock’n’roll delle origini, traendone gemme tanto grezze quanto pregiate e sostanzioso nutrimento per il corpo e l’anima.
Immancabilmente ruvidi e distorti nelle loro incisioni lo-fi, ma sempre spinti dal fuoco sacro e incontenibile dell’ispirazione, i ‘68 Comeback continuano dunque il loro viaggio nelle radici, saccheggiando genialmente il repertorio dei classici più o meno oscuri (tra quelli qui proposti, Evergreen di Roy Orbison, Get Rhythm di Johnny Cash, My Girl Josephine di Fats Domino, Let It Rock di Chuck Berry, Shake Your Hips di Slim Harpo e una The Way I Walk di Jack Scott persino più cattiva di quella dei Cramps) e affiancandoli con brani originali che non sfigurano al confronto (uno per tutti: That’s How My Mind Works, una sorta di I Put My Spell On You acida e scarnificante): senza altro obiettivo oltre quello di assecondare la loro torbida indole, e senza nessuna speranza di essere qualcosa di più di una (grandissima) cult band. Passionali, selvaggi, maledetti e perdenti: in parole povere, irresistibili. E se volete condividere davvero il loro mondo, preferite l’edizione in doppio vinile con copertina apribile al freddo CD.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.311 del 23 giugno 1998

68 Comeback cop 2Love Always Wins (Sympathy)
Dei tanti modi di cantare l’amore, i ‘68 Comeback hanno naturalmente scelto uno dei più impopolari: invece di uniformarsi alle logiche dominanti in ambito pop, fondate su facili entusiasmi e sterili sdolcinatezze, i maestri del blues interpretato in chiave lo-fi hanno infatti lanciato strumenti e cuore nell’analisi del lato oscuro – ma non per questo “negativo” – del sentimento, vestendo poi le loro osservazioni con tessuti sonori ruvidi, rumorosi e distorti come si conviene a una band comunque antagonista. Ne è così venuto fuori un album blues fino al midollo, torbido e infido come le acque del Mississippi, che allinea tre nuovi episodi firmati da Monsieur Jeffrey Evans e compagni (la title track e Dark Cloud, entrambe piuttosto energiche, e la paludosa Polaroid Portrait) e ben dieci cover di brani in linea di massima ben noti a qualsiasi archivista del blues: da Hound Dog di Big Mama Thornton a Big Boss Man di Jimmy Reed fino a Dimples di John Lee Hooker e Sitting On The Top Of The World di Howlin’ Wolf, senza nulla voler togliere agli altri classici composti da Little Milton, Charlie Feathers, Ray Charles, Dale Hawkins, Thomas Wayne e Sister Rosetta Tharpe.
Nessun vuoto esercizio di forma, in Love Always Wins, ma solo (grande) tecnica messa al servizio di un rock-blues scaturito dall’anima e rivolto a scavare non meno a fondo nel petto di quanti vorranno raccoglierne il messaggio: un messaggio, come si è detto, d’amore, al di là dell’impatto crudo e spesso minaccioso delle (splendide) strutture musicali allestite per sostenerlo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.354 del 1 giugno 1999

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Categorie: articoli, recensioni | Tag: , , | 1 commento

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Un pensiero su “‘68 Comeback

  1. Damiano

    e possiamo cinsiderare come epilogo (o sequel?) l’ottimo album con i CC Riders (Jay Reatard+Alicja Trout+James Arthur), praticamente un altro disco dei 68 comeback ma con altri membri.

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